di Patrizio Letore


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bp

 

Il compito di una nuova evangelizzazione poteva presentarsi come un ostacolo da aggirare a quanti, negli organismi diocesani, hanno abbracciato quel relativismo teologico e filosofico che impedisce di parlare all’uomo in termini di verità e di principii assoluti. Ma poteva anche rappresentare per essi, com’è stato, la ghiotta occasione per dare alla propria “teologia” una forma istituzionale  e programmatica che superasse definitivamente l’intralcio di schemi catechistici sopravvissuti magari solo formalmente, ma ancora duri a morire e comunque riferibili alla dottrina della chiesa: una dottrina ripudiata prima di tutto nel nome, che richiama pesantemente al rispetto di chi parla con autorità.

In altre parole, si è intrapresa la via non di una nuova evangelizzazione nel senso invocato dal magistero pontificio, ma di una evangelizzazione nuova, cioè diversa per forma e contenuti dalla prima e ad essa contrapposta.

E ha preso corpo il progetto diocesano della nuova iniziazione cristiana, che riassume in sè in modo paradigmatico tutta l’ideologia del progressismo postconciliare con le sue venature politiche.

Le linee guida di tale progetto sono state ben tratteggiate sia nella introduzione del vescovo allegata al documento, sia nella presentazione fattane del vicario in affollati incontri parrocchiali. Per entrambi, il progetto risponde alle esigenze poste dallo spirito del tempo, al quale occorre adeguare il modo di diventare cristiani e che, per converso, richiede l’effettivo abbandono di contenuti e metodi propri di una chiesa non più in grado di rispondere alle domande dell’uomo contemporaneo. Entrambi insistono, infatti, sulla novità della proposta elaborata, e sul suo contrapporsi alla tradizione della chiesa nella trasmissione della fede.

Proprio da qui prende le mosse il Vescovo che, riecheggiando il beato Giovanni XXIII, reclama la necessità, ferma restando la sostanza della fede, di una sua comunicazione adatta alla mentalità e alla cultura dell’uomo contemporaneo: tutto ciò risponderebbe, del resto, alla “storicità” della chiesa che, nel linguaggio relativista e immanentista, va intesa ovviamente come validità relativa dei principii in ragione della mutevolezza dei tempi.

A parte il ragionevole dubbio circa la possibilità di scindere la forma dal contenuto, laddove essi siano intimamente connessi come nelle cose di fede, con buona ragione Romano Amerio avvertiva che è proprio dello spirito dei neoterici nascondere sotto un prudente cambiamento di forme il rovesciamento dei contenuti. E non per nulla, messi da parte i convenevoli, il cammino dell’iniziazione cristiana viene presto espressamente definito come portatore di un “cambiamento epocale”; dove si vede che, se si trattasse solo di forme, l’aggettivo suonerebbe sproporzionato. Invece questo cambiamento è imposto, dice il vescovo, perché “si è scavato un fossato tra le norme proposte dalla Chiesa e la cultura e la prassi corrente, particolarmente in tema di sessualità e matrimonio”. Se ne ricava, pertanto, che sono proprio le regole “poste dalla Chiesa” ad essere chiamate in causa come responsabili del famoso fossato, e se ne dovrebbe dedurre che basterebbe la loro abolizione a ripianare il terreno. Insomma, le regole della Chiesa, che  -è bene ricordarlo- sono le regole della Legge Eterna, devono soccombere -sembra di capire- di fronte alle regole dettate dalla cultura e dalla prassi. Conclusione ardita, questa, pure per un novatore impavido, ma comunque dimentico che anche Mosè, di fronte agli idolatri di dura cervice, non chiese all’Onnipotente una revisione critica delle Tavole della Legge spezzate, ma soltanto la loro copia autentica.

Il cambiamento epocale che entusiasma il Vescovo di Padova investe, in realtà, soggetto, oggetto e metodo dell’iniziazione cristiana.

Al soggetto Chiesa, che imponeva la dottrina cristiana “secondo un’impostazione illuministico razionale, che faceva leva sullo sviluppo nozionale e volontaristico”, deve essere sostituita la “Comunità Cristiana”, che delega il compito dell’iniziazione a presbiteri, catechisti, consigli, operatori pastorali e via dicendo, secondo un’inedita applicazione del principio rappresentativo.

L’oggetto dell’iniziazione così delegata non può essere una dottrina calata e imposta dell’alto, ma deve essere un percorso lungo il quale l’iniziando è accompagnato da quanti, delegati dalla comunità cristiana, gli comunicano le proprie esperienze di fede e di vita, in vista sempre della  armonizzazione con la cultura e con la prassi, insomma con lo spirito del tempo.

Questa comunicazione avviene infine secondo un vantato, anche se non ben definito, “metodo narrativo” che la diocesi è orgogliosa di avere sperimentato con successo nella propria vita pastorale. Al fine di realizzare proficuamente questo programma, il Vescovo assicura anche l’istituzione di un Comitato Promotore “col compito di gestire, accompagnare e nutrire i percorsi”, articolato in ben sei organismi distinti (Ufficio catechistico, Ufficio per la liturgia, Pastorale familiare, Caritas, Azione Cattolica, un pedagogista, tutti “sotto la regia” di presbiteri del vicariato) e “centri di formazione a livello zonale”.

In sintesi, la comunità, attraverso i propri organi rappresentativi, accompagna l’aspirante cristiano lungo un percorso che costituisce l’oggetto stesso dell’evangelizzazione, e la sua essenza; secondo il ben noto principio della filosofia del Tao per cui la strada è la mèta. Come si vede, il cambiamento sembra proprio “epocale”, anche dal punto di vista delle poderose forze spiegate sul campo: se gli apostoli andavano a due a due, qui si muove un apparato capace di fugare da solo ogni dubbio sullo sconfortante assottigliarsi del popolo di Dio accreditato dalle statistiche, e si riempie il vuoto delle idee con il pieno delle strutture.

Le linee indicate dal Vescovo di Padova vengono adeguatamente precisate nella presentazione del vicario. Qui il discorso si fa più esplicito e diretto, e va al cuore delle cose: “l’iniziazione cristiana passa oggi per la modifica dell’impianto del nostro essere chiesa”. Insomma, una specie di rifondazione ab imis fundamentis: nomi nuovi devono indicare cose nuove, mentre le cose vecchie vanno abbandonate, a cominciare dal catechismo tradizionale che “era soprattutto di testa e perciò trasmetteva conoscenze, come voleva Pio X”.

Se ne deduce che anche i contenuti oggettivi di fede che sostanziavano quelle conoscenze siano ormai da mettere in soffitta (si nega la dottrina per cancellare la Chiesa, e viceversa). Insomma, la novità di questa evangelizzazione presenta due aspetti: uno negativo, che è l’abbandono di un obsoleto compendio di verità dottrinali con il conseguente azzeramento del ruolo magisteriale della Chiesa depositaria di quella tradizione; l’altro positivo, consistente nella sostituzione del soggetto docente con il nuovo soggetto evangelizzatore, cioè la comunità, che accompagna l’iniziando attraverso un cammino in cui egli si giova di esperienze altrui, le rielabora, le assembla e ne compone, forse, una propria: una specie di trasmissione della fede per osmosi spirituale, di incerta natura e ancora più incerta verificabilità, ma che si gioverà di un nome nuovo fortemente evocativo: la “condivisione esperienziale”. Un po’ come quella che si verifica ad esempio nell’ambulatorio dei medici di base, attraverso il confronto dei tassi di colesterolo.

I sacramenti, che bene o male non sono ancora stati aboliti -anche per l’attaccamento che qualche vecchio cattolico sopravvissuto al Concilio dimostra pervicacemente- “non sono un fine, ma una tappa” del famoso cammino. E soprattutto devono essere posti al riparo dalle temibili “derive devozionali” intrise dal folklore delle feste annesse. I vicari diocesani stranamente non conoscono feste senza folklore e non si capisce bene come tanta ipersensibilità si accordi poi con il sacro mito a loro caro dell’inculturazione. In ogni caso, per meglio evitare questo accumulo di feste e di folklore, si procede all’accorpamento dei sacramenti con spostamento temporale in avanti, fatta salva, per il momento, l’autonomia del battesimo per evitare quello che sarebbe sentito dalla gente come “uno strappo troppo forte alle proprie abitudini”.

Il modello ispiratore di tutto è quello dell’iniziazione catecumenale, le cui tappe verranno formalizzate da riti di tipo accademico, consegna di simboli e documenti attestanti i relativi passaggi. Non si sa se sarà consentito festeggiare: per coerenza dovrebbero essere severamente esclusi pasti supplementari e oggetti ricordo. Anche perché questa proposta è rigorosamente “non elitaria” (come evidentemente era l’insegnamento del vecchio, discriminatorio, catechismo): “la si fa a tutti e la sua “godibilità” (!) la renderà appetibile”. Alla fine del percorso sara’ debitamente rilasciato il certificato di fede adulta.

Un ruolo fondamentale tra gli accompagnatori lo giocano i genitori (“che sono adulti, cioè persone in movimento” la cui esperienza di vita, qualunque essa sia, è comunque una ricchezza per la comunità cristiana). In caso di renitenza dei genitori che, democraticamente, non possono esservi obbligati, ad accompagnare i futuri iniziati sarà la Comunità. Da questa Comunità viva, essi impareranno ad essere cristiani.


A questo punto potrebbe risultare un po’ difficile capire in cosa consista esattamente e concretamente diventare cristiani, ma ogni perplessità viene fugata a pagina 14, laddove si sancisce che “ la comunicazione della fede oggi avviene attraverso uno stile di vita della comunità evangelicamente ispirata ed attenta al bene comune”. Tuttavia qualche dubbio resiste. Lo stile di vita non è un parametro un po’ generico? Valgono tutti gli stili purché evangelicamente ispirati? Evangelicamente ispirati si sentono certamente tutte le sette germogliate ovunque nei secoli e ovunque prosperanti, per non dire della sconfinata moltitudine dei cristiani anonimi di rahneriana memoria.

Escluse inaccettabili discriminazioni, l’unico criterio che alla fine risulta poter unificare tutti questi variegati cristiani evangelicamente ispirati, sembra essere l’attenzione che essi prestano al “bene comune”. Purtroppo, però, si sa come anche questo concetto non goda più di una buona reputazione e abbia subito molte declinazioni a seconda che fosse nel cannocchiale leninista, o nazista, o in quello malthusiano della Planned Parenthood, tanto per fare qualche esempio banale.

Potrebbero venire in soccorso i dieci comandamenti per indicare la via del bene comune, ma di essi non si parla, come non si parla di Dio, perché poi entrerebbe in ballo la Chiesa con le sue pretese dottrinali e le sue arroganze autoritarie.

Il progetto fornisce infine le necessarie indicazioni di metodo rivolte alle equipe di accompagnatori: non è ammesso che un singolo si erga a depositario e maestro di una dottrina, occorre attivare invece un “processo di apprendimento” che avviene con il confronto, il dibattito, il dialogo, l’esposizione delle opinioni… Anche qui, senza un criterio oggettivo di riferimento, è difficile prevedere di cosa potranno discutere costoro, a meno che il modello non sia quello televisivo, narrativo appunto, con la rigorosa separazione preliminare delle parole dalla tentazione del pensiero.

Insomma, da una catechesi autoritaria si passa ad una alla portata di una società democratica e pluralista, aperta, che protegge la libertà individuale nel recinto dei direttorii, comitati, assessorati, consigli e sempre con la certezza che, bene o male, tutte le esperienze portano a Cristo perché tutto ciò che è reale è comunque, hegelianamente, anche cristiano.

Alla fine, però, ancora qualche dubbio sulla congruità complessiva dell’operazione continua a resistere. Infatti, se di una nuova evangelizzazione qualcuno ha sentito il bisogno è perché il mondo nuovo non ha mantenuto le promesse di felicità e di bene, e dopo aver rifiutato la redenzione attraverso la verità della fede non è poi riuscito a redimersi da solo. E in sostanza, come scriveva Benedetto XVI nel 2010, “una nuova evangelizzazione presuppone un giudizio critico sui tempi attuali” cioè proprio su quello spirito del tempo che si vorrebbe eleggere a criterio orientativo e a riferimento valoriale e che ha sedotto fatalmente la Diocesi di Padova. Se d’altra parte tutta la nostra realtà fosse già salva e salvifica, e perciò non ammettesse correzioni, giudizi e condanne perché “l’unico comandamento – come si legge nel progetto – è quello dell’amore”, non si capirebbe il senso di tanto affannarsi per accompagnare qualcuno che potrebbe benissimo fare a meno di essere preso in ostaggio da uno stuolo di operatori pastorali, spirituali, laici e religiosi, estranei e prossimi congiunti, catechisti (bene o male duri a morire) et similia, tutti felicemente assemblati in una sedicente comunità cristiana.

Di cattolicesimo ovviamente non c’è traccia nel lessico diocesano, per non urtare la sensibilità di anonimi e nomati e non alimentare qualche revanscismo romano, a meno che non ci siano buone ragioni elettorali imminenti per riaccreditarlo.

Va riconosciuto comunque che, se la parabola rivoluzionaria non si e’ ancora compiuta, si è già perfezionata la dichiarazione di indipendenza ed è già stato promulgato lo statuto. Rimane il fatto tuttavia che -come osserva Giacomo Biffi- “quella di apparire dei novatores è una qualifica che, nei casi estremi, conviene propriamente agli eretici”.

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