di Patrizio Letore

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Come è noto, di fronte alla crisi morale e religiosa del nostro tempo, la diocesi di Padova ha interpretato l’esigenza della nuova evangelizzazione nel senso di un’ inversione dei ruoli: non è la Chiesa che deve portare l’annuncio cristiano al mondo (cioè trasmettere la fede), ma è il mondo che deve comunicare alla Chiesa i valori della propria “cultura”.

[Per questo si potrà dire a buon diritto che, se il Santo Padre ha indetto l’anno della fede, questo debba essere inteso propriamente come “anno della fede nel mondo”].

Le linee programmatiche di questo nuovo modo di intendere il compito della Chiesa, tradotte negli orientamenti pastorali 2012/2013, da estendere a tutte le diocesi del Triveneto e presentate al recente convegno ecclesiale di Aquileia 2°, vanno a fondersi con il programma della nuova iniziazione cristiana -di cui si è già parlato- in un unico corpus, che approda ora in veste patinata nelle parrocchie diocesane.

Gli estensori, non più avvezzi, per aver abbandonato San Tommaso, alle geometrie della logica aristotelica e insofferenti agli schemi sintattici del discorso, adottano spontaneamente il più aggiornato stile dell’impressionismo linguistico, vicino ai giovani della scuola dell’obbligo, che con la calda umanità dell’approssimazione si affida più al suono delle parole che al loro significato. Cosicché, l’uso libero, immaginifico e fluviale di esse può creare qualche imbarazzo all’interprete inesperto.

Ma, al di là del fumo, si può trovare anche l’arrosto, assicurato dalla forza creativa e dal vigoroso pensiero che aleggia in Diocesi, sostenuto da una sapiente sensibilità “bocconiana”, capace di indicare finalmente nell’economia il fondamento di ogni reale palingenesi.

Se compito primario della Chiesa è farsi innervare dallo spirito del tempo e colmare così ogni distanza dalla cultura contemporanea, occorre anzitutto, si dice -con commovente fiducia nella salubrità dell’aria mondana- “aprire porte e finestre”, ma non senza una preventiva pulizia interna. E’ necessario “abbandonare la logica del fare e abbracciare quella dell’essere”. In che modo? Cambiando stile di vita, e improntando questo a quella nuova categoria dello spirito, anch’essa risaputamente bocconiana, che è la “sobrietà”.

Qualche dubbio sull’appartenenza dello stile di vita all’Essere e qualche curiosità su quali siano stati gli stili vita adottati finora in Diocesi permane, ma non bisogna darsene troppa pena. Infatti, l’attenzione del lettore è subito richiamata sull’importanza di una pulizia ancor più sostanziale all’interno della Chiesa. Essa deve, infatti, abbandonare l’”autoreferenzialità”, cioè ogni posizione dottrinale e ogni pretesa di verità. Si deve riconoscere, d’altra parte, che (testuale): “i cristiani hanno contribuito al degrado attuale”; “i cattolici non sono i detentori esclusivi del bene comune”; “la Chiesa è stata pavida nell’assecondare il potere e il denaro”; “i laici sono stati troppo subalterni ai loro pastori”, e via discorrendo.

Compiuta la necessaria pulizia interna, la Chiesa padovana, insieme alle chiese sorelle, dopo essere entrata in vero e profondo dialogo con la cultura contemporanea, dovrà infine mettere in campo la propria laicità (sic!).

Qui la novità è assoluta, perché per la prima volta scopriamo, accanto alla laicità dello Stato, la laicità della Chiesa, possibilità finora sconosciuta per quell’obsoleto principio di non contraddizione, ora insperabilmente superato. Assumere un atteggiamento laico significa, secondo la vulgata diocesana: “capacità critica di fronte ai problemi, attinenza alle situazioni, rispetto della legalità”.

Insomma, la Chiesa, una volta abbandonati i criteri “religiosi” di un tradizione ormai sorpassata e adottati quelli sanamente “laici”, potrà realizzare con il mondo una sorta di fusione per incorporazione, che le permetterà di intraprendere il cosiddetto “cammino comune”; il tutto nella nuova luce e con la forza della “sinodalità”. E’ lungo questa strada che si formeranno i nuovi cristiani, capaci finalmente di perseguire il “bene comune”.

Ma cos’è questo bene comune? Quello che si realizza con “l’educazione alla legalità” e con “la capacità di affrontare immigrazione e integrazione”(!!!).

Può essere così accantonata la vecchia raccomandazione di dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, perché il bene comune, assicurato incondizionatamente dalle leggi dello Stato, si sostituisce una volta per tutte a quella che in tempi oscuri era la salvezza delle anime, concetto oramai imbarazzante dacché non vende più all’intellighenthia di rito ambrosiano.

Bisogna riconoscerlo, il problema secolare del rapporto tra legalità e giustizia, che tanto ha affannato la cultura giuridica occidentale, è stato risolto infine, brillantemente, dal vicariato padovano.

Il rinnovamento della chiesa padovana e delle chiese sorelle passa anche attraverso un nuovo rapporto con i beni materiali, in linea con il dogma contemporaneo che esaurisce tutta la moralità nella gestione dell’economia e riduce il decalogo all’unico sesto comandamento.

Ma qui è meglio lasciare la parola direttamente al vicariato, tramite alcuni passi degli orientamenti pastorali che offrono un esaustivo panorama di questa nuova etica a sfondo esclusivamente contabile. Con una prosa vibrante, tesa a trasmettere una vera e propria mistica della gestione dei beni ecclesiastici, ci si propone: “la elaborazione anche intellettuale di nuovi stili di vita personali”, “la gestione solidale dei beni e delle persone”, “risignificare il momento dell’offertorio come espressione concreta e condivisa delle iniziative di solidarietà, nonché riprendere nelle omelie lo stile evangelico nell’uso dei beni caratterizzato dalla povertà”(?!), e tanto basti…

I temi etici, sottoposti sapientemente dalla Cei ad amministrazione controllata, sono del tutto assenti dalle linee pastorali diocesane. Del resto, come si sa, essi sopravvivono liberamente quasi solo nell’omiletica papale e in quella di qualche ecclesiastico eccentrico dell’appennino tosco-romagnolo.

Al progetto della chiesa padovana si dovranno docilmente adeguare in una stretta intesa tutte le Chiese del nord est, fino a fondare quel corpo unitario che possiamo chiamare già Chiesa Nord o Chiesa del Nord Est.

Ma poiché corre voce, con riguardo al nuovo cammino sacramentale, che, accanto alla confessione collettiva sull’altopiano di Asiago, si avrà anche il battesimo comune una volta all’anno per immersione nelle acque del Bacchiglione, si avverte un pericoloso scivolamento verso la contaminazione leghista.

Infatti tra autonomismo e federalismo, rivolta antiromana e riti popolari, la vicinanza tra Lega Nord e Chiesa Nord può non essere solo linguistica. Certo, c’è qualche divergenza sui flussi migratori, ma in fondo si tratta di uno stesso problema, solo affrontato da angolazioni opposte.

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DIOCESI DI PADOVA. A QUALE CHIESA APPARTIENE? / 3 – di Patrizio Letore