di Patrizio Letore

 

 

Il progetto di una “nuova evangelizzazione” può correre il pericolo di un radicale fraintendimento e trasformarsi così in un progetto di “evangelizzazione nuova”, creativa. Del resto, se evangelizzare significa trasmettere la fede, è evidente che la presenza di quest’ultima è un presupposto imprescindibile, in ossequio –mutatis mutandis– all’antico detto “nemo plus iuris transferre potest quam ipse habet“.

pdEmblematico al proposito può essere il caso della diocesi di Padova, che sembra aver fatto proprio, già da alcuni decenni, l’auspicio di una disintegrazione della Chiesa cattolica istituzionale dall’interno, in vista di una assimilazione al protestantesimo. Quest’opera ha trovato terreno fertile nella temperie post-conciliare quando, negli istituti di formazione religiosa e nella facoltà teologica, alla lettura dei testi del concilio è stata sostituita la loro interpretazione, nella versione cara alla scuola di Bologna.

I capisaldi di questa interpretazione erano, e sono rimasti: la messa in discussione del primato petrino e, più in generale, del principio di autorità e di quello gerarchico; l’indebolimento del sacerdozio ministeriale a favore di quello “diffuso” dei laici; l’esaltazione del principio democratico anche in materia di fede; il rovesciamento del principio ecumenico nell’assimilazione di valore tra le religioni, e il conseguente rifiuto del proselitismo; l’impoverimento liturgico, che finisce talora per rovesciarsi in vacuo istrionismo; la spasmodica tensione verso i fatidici “segni dei tempi”.

Viene proposta, quindi, una nuova chiesa, non più depositaria di verità di fede riconosciute e trasmesse come tali, e illuminate dalla ragione: la fede diventa funzione del sentimento personale del divino, in omaggio al nuovo antropocentrismo.

Questi venti di dottrina hanno spirato compatti nei seminari, nell’epoca in cui il Nuovo e il Bene sono diventati sinonimi e alla libertà cristiana si è sostituita quella sessantottina, mentre ogni pretesa culturale si andava identificando con l’adeguamento ideologico.

Forte della formazione ricevuta, per metà protestante e per metà marxista, il parroco diocesano “in carriera” restituisce ai fedeli una catechesi alternativa: ad esempio, per offrire ai parrocchiani un commento sui testi del concilio, inviterà a parlare il funzionario comunale, il quale indicherà nel pagamento dei tributi la principale virtù cristiana; in altra occasione, lo stesso parroco non mancherà di rassicurare il proprio gregge sul definitivo superamento del concetto di verità oggettiva e assoluta, sull’inattualità del papato, sulla dubbia consapevolezza, da parte di Cristo, della propria divinità, sul declassamento del peccato a condizionamento sociale, sull’arroganza di una religione che pretende di fare proseliti e, in ogni caso, sulla ripugnanza dello spirito di crociata; respingerà con fastidio la richiesta di una preghiera per Eluana morente, perché “di tutto non ci si può occupare”, mentre si rifiuterà di prendere posizione su qualsiasi tema etico sul quale si sia già espresso il popolo sovrano o il Corriere della Sera; assicurerà i parrocchiani che non lo si vedrà mai in giro vestito da prete e, d’altra parte, chiuderà un occhio sulle cresimande adulte in tenuta balneare; inviterà periodicamente Alberto Melloni a sparare sul papa, sulla Chiesa e sulla liturgia, Rosy Bindi a propagandare i DICO, e ogni altro giornalista di passaggio a parlare contro la liberalizzazione del rito antico.

D’altra parte quest’ultimo è tema ghiotto per alimentare in ogni sede la polemica antiromana, e sede privilegiata è la scuola di liturgia. Qui, all’uscita del Summorum Pontificum, viene chiamato a tenere una conferenza, per evidenti motivi di competenza, l’Umberto Galimberti di Repubblica; l’assenza imprevista del relatore consente al preside di sostituirsi a lui, per dare libero corso ad un attacco frontale: il documento papale è evidentemente frutto di una ubbia senile, e può avere persino l’effetto di destabilizzare il limpido corso della secolarizzazione provocando un pericoloso ritorno del sacro.

La stessa polemica antiromana sembra rivestire toni meno viscerali alla facoltà teologica, dove assume scientificamente la veste di strumento metodologico e dove san Tommaso ha lasciato il posto a Roberta de’ Monticelli; salvo il caso del singolo cattedratico che, a commento dell’interpretazione pontificia di una formula liturgica, propone come soluzione ultima quella di “sedersi sul bordo del fiume e aspettare che passi il cadavere del nemico”. Ma alla facoltà teologica, si sa, anche lo spirito dei tempi soffia forte per le antiche mura, dove viene venerato il fiore della teologia protestante e, ancor più, la sedicente dissidenza cattolica alla Hans Küng. Qui, davanti ad una classe di seminaristi prossimi all’ordinazione, il brillante professore di teologia caldeggia le ragioni contrarie al celibato sacerdotale, mentre in altra aula si celebra la bellezza della confessione collettiva.

Al Centro Universitario, intanto, vengono chiamati a rinvigorire la fede degli universitari cattolici: atei non devoti (alla Boncinelli), eretici in servizio permanente effettivo nella Chiesa (alla Enzo Bianchi), filosofi della scienza frequentatori instancabili della obsoleta chiesa darwiniana (alla Giorello) e fuoriusciti cattolici per incompatibilità dottrinali, come Vito Mancuso, conferenziere privilegiato e onnipresente, al quale viene affidato nientemeno che il cammino pasquale.

Le intemperanze, dottrinali e no, della facoltà teologica e della scuola di liturgia, l’ansia del pastore diocesano di correre dietro ad un gregge mediaticamente straniato, si rinvigoriscono nel pensiero dei vicari vescovili, ma con un passaggio ulteriore: infatti, oltre a rivolgersi contro le strutture istituzionali e i principii dogmatici della chiesa, essi tagliano all’occorrenza ogni collegamento anche con i testi sacri. E, una volta tolto di mezzo anche il Vangelo, rimane lo spirito del tempo che, per analogia con lo Spirito Santo, soffia sempre come e dove vuole, realizzando così il sogno della libertà totale.

C’è la linea agnostico-radicale del relativista organico: la democrazia e la tolleranza sono i criteri risolutori di ogni questione religiosa, etica e politica. La trascendenza assoluta e l’inconoscibilità del divino impediscono l’imposizione di una legge che non sia quella votata dalla maggioranza. Nessuna esperienza umana richiede di essere elevata per mezzo del sacramento, poiché esaurisce nella sua contingenza il proprio valore. La figura di Cristo, accantonato il problema della sua divinità, si riassume in un significato politico e sociale che trascende la storia.

Più pittoresca la variante pop, che legge il relativismo teologico nel mito sessantottino della realtà come immaginazione e della fantasia al potere. Ed è proprio il potere l’oggetto di una critica radicale e ricorrente, predicata con l’avallo di Gesù e Maria.  Quest’ultima è la proto-femminista che ha osato sfidare l’autorità famigliare e, “conducendo con grande arte lo scontro”, impone al figlio un nome da lei liberamente scelto. La chiesa è persino arrivata a dire che Maria è stata concepita senza peccato, ma questo al vicario sembra veramente troppo. Quanto a Gesù, non pretendeva di insegnare nulla, ma si limitava a incontrare la gente. Tolto l’insegnamento a Gesù, è logico che il vangelo lasci il tempo che trova e possa essere pretermesso, e la libertà è salva anche a dispetto del Cristianesimo.

Ma, su tutte le varianti di pensiero, domina l’apparato vicariale burocratico: qui non c’è spazio per trastulli ideologici, c’è una macchina politico-amministrativa i cui ingranaggi consentono solo spazi di piccola dissidenza controllata. Naturalmente questo potere assoluto e non rappresentativo rimane esente da qualsiasi critica.

Facoltà teologica, scuola di liturgia e vicariato, tutti, sono infine aristocraticamente accomunati dal disprezzo per le forme di devozione popolare, in sintonia del resto col cardinale addetto alla cultura: si tratta del cosiddetto “folklore” di certi eventi e riti tradizionali sopravvissuti al riformismo liturgico.

Su questo quadro complessivo si riformula opportunamente la domanda iniziale: se e in che modo sia possibile una nuova evangelizzazione da parte di quanti sembrano essere portatori di una fede fortemente appannata. Per rispondere a questa domanda, non rimane che esaminare da vicino il progetto di iniziazione cristiana elaborato dall’ufficio diocesano.

 

 

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