Un momento di lettura distesa, magari impegnativa, ma ristoratrice. Un’idea per trovare un’occasione di svago tra le incombenze della settimana, che quasi mai sono piacevoli per chi abbia a cuore la fede in Cristo e la salvezza delle anime. È quanto Riscossa Cristiana intende offrire ai suoi lettori ogni domenica. Per quanto è possibile, ci piacerebbe richiamare alla memoria di chi l’ha vissuta e far conoscere a chi non ne ha mai avuto neppure il sentore l’atmosfera di quelle belle domeniche in famiglia in cui si andava a Messa, ci si metteva a tavola per il pranzo della festa e poi si leggevano quegli articoli così ben scritti che i giornali ora non pubblicano quasi più. Poi, sarà nuovamente lunedì, ma, come accadeva nelle belle famiglia di una volta, lo guarderemo con occhi diversi. Buona lettura.

Un poeta di valori e di tradizione: Mistral visto da Daudet

di Dario Pasero

 

Di Alphonse Daudet (Nîmes, 1840-Parigi, 1897) si ricorda in modo particolare il personaggio di Tartarin de Tarascon, protagonista di un ciclo di romanzi, esempio classico del buontempone di villaggio, provenzale nei modi e nelle tradizioni, e quindi chiacchierone millantatore miles gloriosus dell’avventura, o presunta tale, sia quella locale (Tartarin sulle Alpi) che quella esotica (Tartarin in Africa). Egli si muove a malapena, e a volte neppure, dalla sua cittadina di Tarascona, il cui nome deriverebbe, secondo un’antica leggenda, dalla “tarasca” (tarasque) mostro mitologico dal corpo simile a quello della tartaruga, la testa di leone, sei zampe e la coda puntuta. Tale bestia ricorda anche altri animali totemici come i draghi che troviamo nelle leggende sorte in numerose città e paesi italiani: anche la giolittiana Dronero, in provincia di Cuneo, deriverebbe il suo nome – ipotesi suggestiva ma da verificare – da un drago-guardiano di una grotta (DracoNerum > Dronero), tanto da vere il drago nello stemma della città. Senza quasi muoversi di casa – dicevo – Tartarin riuscirebbe a vivere avventure impensabili ed inimmaginabili.

Creatore di Tartarin, dunque, ma anche autore di testi per il teatro, e di raccolte di novelle, tra cui le Lettres de mon moulin (Lettere dal mio mulino), pubblicate in volume nel 1869, dopo che esse erano apparse, a partire dal 1866, col titolo di Cronache provenzali prima su «L’Événement» e poi (nel 1868/69) su «Le Figaro».

Tra queste lettere che si immaginano appunto scritte da un mulino, esistente ancora oggi nella campagna provenzale, anche se probabilmente Daudet non vi visse mai, in realtà vere e proprie novelle, in Francia ritenute troppo spesso, e un po’ semplicisticamente, letture “per ragazzi”, ne spiccano alcune, tra cui l’Arlesiana, la cui storia gli fu raccontata da Mistral (Maillane, 1830-1914) e che poi fu musicata da Bizet, ma anche – seppur meno nota – quella che ho scelto per questa domenica, Il poeta Mistral. Essa ci narra dell’amicizia tra Daudet e il futuro premio Nobel per la letteratura (1904) Frédéric Mistral, attraverso la descrizione di una giornata trascorsa da Daudet in compagnia dell’autore di Mireio nella sua casa di Maillane, villaggio situato presso la foce del Rodano.

Daudet aveva conosciuto Mistral a Parigi nel 1859 e lo rincontrò al suo ritorno nella terra natia nel 1861, e poi nel 1863/64, quando fu ospite dei suoi cugini Ambroy nel castello di Montauban, presso Fontvieille.

Traggo questo racconto dall’edizione in mio possesso (F.lli Treves Editori, Collana “Biblioteca amena” nr. 950, Milano, 1929; costo lire 5, fuori Milano lire 5,50), un po’ datata, ma ancora in buono stato. Mi si perdonerà, dunque, la traduzione, opera di Alfredo Fabietti, che sa talora di antico, anzi, trattandosi di autore francese, d’antan

Il racconto, che procede con uno sviluppo a segmenti separati e semi-autonomi, quasi delle scene “cinematografiche”, si apre con la descrizione della giornata: una domenica triste, grigia, di pioggia, tale da ricordare allo scrittore la “via del Sobborgo Montmartre” a Parigi. Una giornata di pioggia così frequente negli scrittori francesi, da ricordare a noi pagine di racconti simenoniani, quelli ambientati nella provincia settentrionale francese, in cui la pioggia – in genere – è il personaggio più vivace di tutta la narrazione… La malinconia è tanta, e così anche “la paura di passare in casa, solo, quella fredda giornata di pioggia”: Daudet non fa cenno alla stagione in cui la vicenda è situata, ma ciò non ha importanza, perché il clima, la pioggia bastano ad addormentare ogni vitalità, ogni voglia di vivere, qualsiasi sia il mese o la stagione in cui siamo.

Per combattere la malinconia lo scrittore decide dunque di andare a trovare l’amico Mistral “che vive a tre sole leghe dalla mia pineta, nel mio piccolo villaggio di Magliano” (Maillane, in francese, Maiano, in provenzale). Basta questo per far cambiare la scenografia. Piove sempre, certo, ma l’atmosfera cambia totalmente, trasformandosi in un’aria di tranquilla bonomia provinciale, in cui prima la natura, poi le persone esprimono – è lo scrittore stesso a dircelo – l’anima cattolica della Provenza. [Non dimentichiamo che la Francia, negli anni intorno alla metà dell’Ottocento, e soprattutto la Francia metropolitana – Parigi, insomma – sta vivendo i primi tempi di quel “laicismo di stato” che porterà, specialmente nell’ultimo ventennio del secolo, ad una serie di leggi di stampo massonico e fortemente anti-cattoliche: in primis la persecuzione di religiosi e l’espulsione di vari ordini monastici dal territorio dello stato]. Daudet, che vive a Parigi, e che respira quindi già quest’aria massonico-laicista, mette in un forte, seppur implicito, contrasto il clima della città e quello della campagna. Infatti, notando che la campagna è deserta, egli non ne cerca la motivazione tanto nella pioggia quanto nel fatto che, essendo domenica, nessun contadino lavora: in Provenza si santificano le feste (“La nostra bella Provenza cattolica lascia riposare la terra nei giorni di domenica”). Questa impressione è confermata dalla immagine seguente, che ci fa passare dalla natura (i campi che riposano) alle persone. Compare infatti di lontano “un barroccio”, la cui descrizione, e quella delle persone che vi si trovano sopra, merita di essere riportata per intero: “Un barroccio e il barrocciaio col suo copertone grondante d’acqua, una vecchia intabarrata, dei muli in tenuta di gala, gualdrappa di sparto azzurra o bianca, fiocchi rossi, sonagli d’argento, che tirano trotterellando una carriola piena di villici che vanno alla messa…”. Due figure umane poco appariscenti e forse un po’ tristi (il barrocciaio “gronda” acqua e una vecchia è avvolta nel tabarro), ma, come si usava un tempo in campagna, le attenzioni migliori sono riservate alle bestie: i muli sono, oseremmo quasi dire, “vestiti a festa” con gualdrappe azzurre o bianche, i colori di Maria, i fiocchi rossi, il colore della Provenza ma anche del martirio, i sonagli d’argento, a ricordare quasi i campanelli della Messa o comunque i campanelli che, nella tradizione popolare, servono a tenere lontani gli spiriti malvagi. Dopo gli animali gli altri essere umani, quelli trasportati: un gruppo numeroso (la carriola è piena) di contadini che vanno alla Messa, tutti disciplinati come un drappello di soldati alla battaglia.

Finalmente, dopo tre ore di viaggio, Daudet giunge alle cipressaie “in mezzo alle quali si nasconde il paese di Magliano, quasi per ripararsi dal vento”. Attraversato il paese deserto, si giunge all’ultima casa di esso “sulla strada di Saint-Remy” (il paese nativo di Nostradamus…): una casetta ad un piano con un giardino dinnanzi, nella quale – finalmente – troviamo il vate di Provenza, Mistral, che sta lavorando, camminando e parlando ad alta voce, ad una sua opera, che sapremo in seguito essere il poema epico Calendal (Calendau, in provenzale), che verrà pubblicato nel 1867. Fine della prima scena.

La seconda parte è occupata interamente dalla figura del poeta Mistral, di cui si contrappongono (è uno, lo abbiamo giù visto, dei leit-motiv del racconto) i due aspetti: quello metropolitan-parigino, ufficiale, inamidato come il “solino diritto e il grande cappello” da lui portato nelle sue conferenze di presentazione del suo capolavoro Mireio (Mirella), e quello casalingo, quotidiano, dietro le quinte, in cui egli si mostra col “cappuccio di feltro sull’orecchio, senza panciotto, in giacchetta, la sua rossa fusciacca ai fianchi”. Ancora città-campagna, modernità-tradizione… Mistral accoglie con entusiasmo Daudet e lo fa subito partecipe di una grande notizia: è il giorno della festa del paese e quindi “abbiamo la banda di Avignone, i tori, la processione, la farandola, sarà cosa magnifica… La mamma [la vecchia madre del poeta, che – lo sapremo in seguito – parla solo provenzale e quindi si vergognerà a pranzare coi due poeti; NdA] sta per tornare dalla messa; faremo uno spuntino, e poi, via! andremo a veder ballare le nostre graziose fanciulle…”

Segue una breve descrizione dello studio di Mistral, un accenno alla sua “missione” per la lingua provenzale (su cui ritorneremo) e infine la sequenza si chiude con una osservazione, ricavata da Montaigne, che dovrebbe essere tenuta a mente da tutti gli scrittori, anche quelli di oggi: “Ricordati di colui che, richiesto perché si prendesse tanta pena in un’arte che poteva esser compresa da ben poca gente, ‘Mi accontento di poco, rispose. Basta che uno solo mi comprenda. E, anche di quello posso fare a meno’”.

Dissolvenza, fine della seconda scena, obiettivo sulle mani di Daudet che tengono il manoscritto di Calendal, sfogliandolo “commosso”.

Ma prima di proseguire, torniamo per un attimo alla descrizione delle “meraviglie” della festa paesana che Mistral ha appena elencate a Daudet.

La banda di Avignone: quale gioia perché la piccola capitale della Provenza, la città dei Papi (ricordiamo, per inciso, che fino alla rivoluzione francese Avignone ed il suo contado erano formalmente ancora dipendenti dal Patrimonium Petri), manda la sua banda ad onorare la festa del villaggio. Altro che le grandi orchestre, l’Opéra, i tabarin, le sale da concerto della capitale…

I tori: si tratta della corrida provenzale, e in particolare della regione della Camargue; una corrida non cruenta, come quella spagnola, in cui uomini e tori si affrontano ad armi pari e ciò che conta è la destrezza, il coraggio, l’agilità per togliere alle bestie gli ornamenti che esse portano tra le corna…

La processione: culmine e punto focale della festa, che è certo anche festa “laica” (la musica, lo sport, la danza…), ma è soprattutto festa religiosa…

La farandola: la danza tipica del Midi francese, immortalata da Bizet nella sua Arlesiana, non a caso riprendendo una vecchia storia provenzale, narrata proprio da Daudet nelle sue Lettres… Danza accompagnata da pifferi e tamburi, con un unico inconveniente (ma nessuno, e nulla, è perfetto a questo mondo…), quello di aver dato origine alla danza rivoluzionaria della Carmagnole, citata anche nei versi della Marsigliese, il cui nome deriva da un tipo di giacca corta da lavoro (la Carmagnole, appunto) importata in Francia da lavoratori piemontesi (Carmagnola è infatti una cittadina a sud-est di Torino).

Torniamo ai due amici, la cui conversazione è interrotta all’improvviso da una musica di pifferi e tamburi che risuona nella via, davanti alla casa di Mistral. “Vengono per il concerto mattutino… sono consigliere comunale” spiega il poeta, che predispone su di un tavolo bicchieri e bottiglie per i suonatori che, terminato il loro dovere (musicale e bibitorio) in casa Mistral, andranno a compiere lo stesso rito, antico e propiziatorio, nelle case degli altri consiglieri municipali. Arriva la madre da Messa e corre in cucina, per aiutare, ma anche perché, come detto, conoscendo solo il provenzale, ha soggezione a “stare con dei Francesi”. La figura della madre esclusivamente provenzalofona ci fa ipotizzare che anche la Messa, pur officiata in latino, presentasse la predica in provenzale, e non in francese, esattamente come, ancora circa sessant’anni orsono, nelle nostre campagne i parroci non avevano nessuna vergogna né pregiudizio a predicare in piemontese…

Il pranzo è servito: “un pezzo d’agnello arrostito, del formaggio pecorino, della marmellata di mosto [cioè la mostarda; NdA], dei fichi, uva moscadella. E tutto innaffiato da quel buon vino delle nostre terre che ha un bel color rosa nel bicchiere…”

Daudet “obbliga” quindi l’amico a leggergli qualche passo del suo nuovo poema, mentre fuori “le campane suonavano a vespero, i mortaletti scoppiavano sulla piazza, i pifferi passavano e ripassavano coi tamburini per le strade. I tori della Camarga, che conducevano alla corrida, muggivano”.

E così, mentre per le strade la festa continua, i due scrittori vivono nelle loro fantasie poetiche, che ci vengono sintetizzate, dandoci la trama del poema, nella sezione successiva, che si conclude con una dolorosa condanna del progresso ed una appassionata difesa delle tradizioni: “Quello che conta prima d’ogni altra cosa in questi poemi è la Provenza – la Provenza del mare, la Provenza della montagna – con la sua storia, co’ suoi costumi, colle sue leggende, co’ suoi paesaggi, tutto un popolo semplice e libero che ha trovato il suo grande cantore prima di morire… Tracciate pure nuove strade ferrate, piantate pali telegrafici, cacciate la lingua provenzale dalle scuole! La Provenza vivrà eternamente in Mirella e in Calendal.”

La festa, finalmente. La scena successiva è dedicata interamente alla festa. I due poeti escono e si immergono, quasi due ragazzini in vacanza da scuola, nei vari momenti gioiosi della festa. Prima del divertimento, però, la processione. Tutta la gente del villaggio è per strada, non piove più, un razzo illumina il cielo, dando il segnale dell’inizio dei festeggiamenti laici alla conclusione della processione, che sta rientrando. “Per un’ora sfilarono i penitenti in cocolla, penitenti bianchi, azzurri, grigi [sono quelli che da noi si continua a chiamare i Batù, i “battuti”, i “flagellanti” dell’Italia centrale; anche se ormai non si sferzano più come un tempo; NdA], confraternite di ragazze velate, stendardi color rosa e ricamati d’oro, grandi santi di legno dipinto e portati a spalle, santi di maiolica colorita simili a idoli e con gran mazzi di fiori in mano, cappe, ostensori, baldacchini di velluto verde, crocefissi panneggiati di seta bianca, tutto questo ondeggiante al vento, nella luce del sole e dei ceri, in mezzo al canto dei salmi, delle litanie, e delle campane che suonavano a distesa”. Se pensiamo a come autori contemporanei (o quasi) di Daudet descrivono ironicamente feste religiose e processioni… Se pensiamo a Zola o a D’Annunzio, non smettiamo di ammirare questo piccolo scrittore di provincia, inurbato a Parigi ma che non dimentica la sua terra, e che con affetto e commozione parla delle sue feste e delle sue tradizioni.

Sembra che per rispetto alla processione la pioggia abbia smesso di cadere; è ormai più notte che giorno e, dopo i tori e i giochi sulla spianata (lotta, tre salti, strozza-gatto, pentolaccia, ed altri ancora…), ci si prepara al culmine: la farandola, la danza di buon augurio intorno al falò acceso, che durerà tutta la notte. Ultimo accenno di paganesimo, ormai vinto, e passato nella festa cristiana.

Siamo ormai alla conclusione. Daudet si ferma a dormire dall’amico e nella sua stanza si fa leggere dall’autore ancora qualche strofa del nuovo poema. La lettura lo porta al sognare e il sogno lo conduce per mano alla metafora con cui si chiude la “lettera”. Un palazzo, uno di “quegli antichi palazzi dei principi di Baux come se ne vedono nelle Alpilles: non più tetti, non più balaustrate ai balconi, gli stemmi dei portoni corrosi dal muschio […] e infine, tra i rottami, due o tre famiglie di villici che han costruito le loro capanne a ridosso del vecchio palazzo. Poi, ecco che un bel giorno il figlio d’uno di quei contadini si interessa di tutta quella ruina e s’indigna di vederla così profanata; e senza pôr tempo in mezzo, caccia il bestiame dal cortile d’onore; e, coll’aiuto delle fate, ricostruisce da solo il grande scalone; rimette gli zoccoli di legno alle pareti, vetrate alle finestre, inalza nuove torri, indora di nuovo la sala del trono; e il palazzo, che un tempo ospitò papi e imperatrici, riprende il suo antico aspetto”.

Va da sé che il palazzo in rovina è la lingua provenzale ed il figlio di contadini è Mistral, il quale già nel 1854, nel castello di Font Ségugne, nei pressi di Vaucluse, aveva fondato con sei amici il movimento di rinascita della lingua provenzale, il Félibrige, che, a differenza dei cosiddetti movimenti “occitanisti” odierni, tutti più o meno intaccati di rivoluzionarismo laicista e di egualitarismo comunistico, era fondato su ideali tradizionali e religiosi, giungendo ad adottare simboli dichiaratamente cristiani: la croce di Provenza, i sette fondatori e le sette parlate in cui si suddivide la lingua d’oc, la cicala, la pervinca, la coupo santo, il Graal del felibrismo mistraliano, donata ai provenzali dai catalani nel 1867.

E così dovrebbe avvenire ad altre lingue minori e misconosciute che, per usare un’altra metafora coniata da un mio antico amico ormai non più con noi, sono, ciascuna, “quella Cenerentola cacciata in cucina, ma che non attende altro che il suo principe che la faccia tornare a palazzo; quella principessa nascosta alla cui corte io ho dormito nella mia giovinezza, innamorandomi di lei e della sua grazia”.

One Response

  1. Atmosfere perdute, come quasi perduto è ormai il valore di tutto il senso religioso di certe feste paesane il cui culmine era la processione con grande affluenza di popolo. Oggi, per chi vi si imbatte, le rare processioni che ancora sopravvivono sono diventate più che altro eventi da filmare con i cellulari e postare su Facebook come manifestazioni folcloristiche.

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