L’assassinio del giornalista dissidente Kashoggi nell’ambasciata dell’Arabia Saudita in Turchia, con le modalità efferate e le evidenti complicità di alto livello, ha posto in luce il ruolo internazionale della monarchia petrolifera di Riad e riaperto il dibattito sul suo regime, alleato di ferro degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e, obliquamente, di Israele. Negli stessi giorni del caso Kashoggi si è svolta a Riad la cosiddetta Davos del deserto, un’assise delle oligarchie economiche e finanziarie mondialiste cui ha partecipato senza rossore Christine Lagarde, direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale. La Spagna ha rapidamente confermato, nonostante qualche malumore parlamentare, la vendita di armi all’esercito saudita, mentre gli Stati Uniti hanno scelto una linea di imbarazzata prudenza.

Siamo assai lontani da ogni islamofobia, convinti dell’enorme valore delle tradizioni religiose e spirituali di ogni popolo, smarrite in Occidente sull’altare di un materialismo che riconosce solo il denaro e la ragione utilitaria. Pensiamo che sia la nostra Europa a dover recuperare i principi morali e religiosi smarriti. Tuttavia, nella relazione con il mondo medio orientale che ci vende il petrolio e investe denaro nelle nostre economie, abbiamo perduto l’anima e svenduto i principi sui quali la nostra civiltà è sorta e si è sviluppata. La devastante guerra condotta nella penisola arabica contro lo Yemen è circondata dal più rigoroso silenzio di un Occidente sempre pronto a indignarsi per ogni reazione palestinese alla sanguinosa occupazione israeliana di Gaza e della Cisgiordania. Analogo silenzio circonda gli emirati del Golfo Persico, fonti di lucrosi affari, nonostante quei regimi rappresentino l’assoluta negazione dei valori ai quali l’Occidente afferma di credere.

È opportuno un riassunto della storia dell’Arabia Saudita e del ruolo che vi gioca una delle più importanti scuole religiose e culturali del mondo islamico, il wahabismo che ha investito larga parte del mondo mussulmano, penetrando ampiamente, grazie all’immigrazione e ai petrodollari sauditi, nel cuore stesso dell’Europa. Sin dall’inizio della sua storia, la dinastia reale saudita è legata all’Islam più radicale. Il primo fondamentalista islamico fu Muhammad Ibn Abdal Wahhab, un mercante di cammelli nativo di un villaggio presso la Mecca, predicatore del secolo XVIII nemico dell’impero ottomano, da lui considerato usurpatore della custodia dei luoghi santi dell’Islam. Wahhab propugnava la purificazione della società islamica attraverso le rigide tradizioni della scuola giuridica sunnita e basava il suo movimento su una rigida interpretazione letterale del Corano, più severa di quella tradizionale, sul recupero dei principi comunitari dell’Islam delle origini e sull’impulso al jihad, la guerra santa.

Il movimento wahabita tentò di unificare la penisola arabica sotto un unico potere politico e riprendere la custodia dei luoghi sacri dell’Islam. A tale scopo proclamò la guerra santa contro i turchi e le tribù che li appoggiavano. Il clan Saud si legò presto a Wahhab, che sposò una figlia di Ibn Saud; da allora l’alleanza politico religiosa tra il movimento wahabita e i Saud accompagnò il processo di formazione dell’Arabia Saudita. Dopo le fallite insurrezioni del secolo XIX, all’inizio del XX il clan Saud, appoggiato da un esercito di fanatici wahabiti, sconfisse il clan rivale Rashid e conquistò Riad, conquistando l’egemonia nella penisola arabica. Il processo culminò nel 1934, quando fu proclamato il regno dell’Arabia Saudita. Il regime, al di là dell’integralismo islamico, si caratterizzò per il carattere feudale e il potere assoluto della casa regnante.

Il nuovo ordine internazionale successivo alla seconda guerra mondiale, caratterizzato dall’ egemonia americana sull’Occidente e dalle economie dipendenti dal petrolio di cui la penisola arabica è ricchissima, proiettò l’Arabia Saudita al centro delle relazioni internazionali. Il nuovo regno non disponeva delle conoscenze e delle tecnologie per estrarre e sfruttare le immense risorse petrolifere del sottosuolo. Ci pensarono le multinazionali americane. La Standard Oil stabilì una filiale fin dal 1933, la California Arabian American Oil Company (Casos) nella quale entrò la Texaco nel 1936. La Casos si trasformò nel 1944 nella potentissima Aramco (Arabian American Oil Company), ora interamente in mani saudite.

Questi enormi interessi economici e geostrategici consolidarono le relazioni tra gli Stati Uniti e la famiglia reale saudita, allo scopo di rafforzare la sfera d’influenza americana in concorrenza con i britannici, le cui compagnie petrolifere sostenevano le monarchie rivali della regione. Dopo l’inizio della guerra fredda e il trionfo dei nazionalismi arabi in Egitto Siria e Irak, appoggiati dall’URSS, l’Arabia Saudita divenne l’alleato chiave dell’Occidente in Medio Oriente. Dopo la crisi petrolifera degli anni 70 e l’aumento dei prezzi del greggio, Riad, gonfia di petrodollari, si trasformò in potenza finanziaria, sostenuta da entrate petrolifere gigantesche (115 miliardi di dollari annui al valore dell’epoca).

La pioggia di petrodollari rese possibili piani di sviluppo e di modernizzazione dell’economia. Furono costruiti stabilimenti petrolchimici, di fertilizzanti, di ferro, acciaio e cemento. Il paese divenne un cliente privilegiato delle grandi imprese americane ed europee, procurando affari sempre più redditizi. L’abbondanza di denaro liquido costituiva una grande attrattiva per il sistema bancario occidentale, destinatario di circa il 90 per cento degli investimenti sauditi, che ne influenzano profondamente le scelte.

Le politiche occidentali hanno quindi mantenuto una politica di laissez faire riguardo alla mancanza di democrazia del regime saudita, alla violazione dei diritti umani, all’applicazione della sharia (legge coranica), alle pratiche medievali della polizia religiosa. Con il trionfo della rivoluzione islamica in Iran nel 1979, l’Arabia divenne il più importante alleato degli interessi occidentali in Medio Oriente. Le guerre in Afghanistan e in Irak ne rafforzarono il ruolo, con l’aggiunta della vendita di armi all’esercito saudita. La convergenza di interessi era chiara: si trattava di sostenere un regime che contrastava le tendenze anti occidentali nella regione, rendeva possibile la stabilità del mercato del petrolio e si era trasformato in una potenza finanziaria con grandi interessi in Usa, Europa e Giappone. Gli eccessi della numerosa famiglia reale, gli abusi feudali in politica interna non importavano a nessuno, nell’interessata illusione che il crescente livello di vita e le politiche che cambiavano il volto del paese e creavano una numerosa classe media inaugurassero un’epoca di rinnovamento civile e culturale.

Il difficile equilibrio tra modernità, alleanza con l’occidente, feudalesimo e fondamentalismo religioso generò malcontento interno. Ampi settori religiosi, le classi popolari e un gran numero di intellettuali pensavano che la monarchia saudita stesse tradendo l’islam. In Occidente, per interesse e incapacità di comprendere una cultura tanto diversa, si è sottovalutata l’importanza dell’elemento religioso, fortemente intrecciato nel mondo islamico al fattore politico. Poi arrivò il 1979, la rivoluzione islamica in Iran che ha prodotto la recrudescenza della lotta per la guida morale del mondo mussulmano tra le due tendenze, sunnita e sciita.

L’Arabia Saudita sunnita, con il prestigio di guardiana del luoghi santi si è contrapposta all’Iran sciita per il predominio presso l’Ummah, la comunità dei credenti. I sauditi hanno iniziato vasti programmi di educazione religiosa all’interno e all’estero. Fondi miliardari sono stati spesi per diffondere la visione wahabita dell’Islam sunnita. Seminari, fondazioni, giornali islamici, opere benefiche, borse di studio, costruzione di moschee, scuole coraniche, università costituirono i pilastri di un’espansione religiosa di ampio respiro. Nel 2017 la rivista The Globalist ha stimato in 100 miliardi di dollari l’investimento saudita. In Asia, il Pakistan   ha un programma di assistenza educativa saudita da oltre 6 miliardi. In Bangla Desh più di 500 moschee sono completamente finanziate da Riad. In Indonesia è stata fondata un’università in cui la lingua di insegnamento è l’arabo. Analoga attenzione dei chierici wahabiti è rivolta in India, Filippine, Daghestan, Cecenia e Azerbaijan.

In Africa, oltre alla costruzione di moschee e scuole islamiche (madrasse), l’Arabia saudita distribuisce libri scolastici, invia maestri e predicatori e conferisce migliaia di borse di studio per le università saudite. Nel Mali e nel Niger l’influenza qatariota e saudita ha creato una coscienza politica islamica che sta radicalizzando la popolazione. Muhammad Yusuf, fondatore della feroce organizzazione nigeriana Boko Haram, ricevette asilo dai sauditi nel 2004. L’amministrazione americana, dopo aver studiato 80 Stati con presenza mussulmana, ha concluso che l’influenza wahabita è una presenza insidiosa, tesa a cambiare l’identità locale, a modificare le pratiche islamiche consolidate, raggiungendo vaste fasce di popolazione, comprese le élite culturali, politiche e economiche. In Indonesia, Habib Rizieq, fondatore del Fronte di Difesa dell’Islam e Jaffar Umar Thalib, che ha costituito la milizia anticristiana Laskar Jihad, sono usciti da scuole wahabite.

L’organizzazione Human Rights Watch afferma che i testi di insegnamento sauditi contengono incitamenti all’odio religioso verso i cristiani e gli ebrei. La britannica Henry Jackson Society nel 2017 accusò il governo saudita di finanziare nel Regno Unito scuole islamiche che usano testi dell’editoria rigorista wahabita, gli stessi adottati dall’Isis nelle scuole del cosiddetto Califfato islamico. In Europa il wahabismo si è imposto come ortodossia sunnita. Si calcola che almeno 25 milioni di immigrati mussulmani vivano legalmente nell’Unione Europea, a cui va aggiunto un numero indeterminato di illegali e coloro che hanno ottenuto la cittadinanza di un paese europeo. Tra loro, il 90 per cento sono sunniti. Le loro condizioni sociali, specialmente in ghetti etnici come Molenbeck in Belgio, costituiscono il brodo di coltura per la diffusione del radicalismo islamico attraverso l’attenta strategia di influenza culturale e religiosa wahabita.

Riad ha finanziato 1300 moschee nel territorio europeo e americano oltre a 2.000 centri islamici, nell’ambito di un progetto miliardario per esportare l’islam wahabita in tutto il mondo musulmano. Più di 5.000 musulmani provenienti dall’Europa si sono uniti alle file jihadiste in Medio Oriente e 700 persone sono morte dentro le nostre frontiere in conseguenza di attentati islamisti. Tuttavia l’Occidente, nonostante il conto salato in termini di radicalismo e terrorismo nel suo stesso territorio, continua con la politica di laissez faire nei confronti di Riad. I sauditi acquistano influenza politica attraverso investimenti strategici nei paesi occidentali, il che trasforma i governi in ostaggi degli interessi economici e finanziari.

La tolleranza del proselitismo wahabita è elevata, benché le autorità occidentali conoscano perfettamente la strategia di penetrazione in Europa e nel resto del mondo, come ha dimostrato il giornale Suddeutsche Zeitung, citando fonti dei servizi segreti tedeschi. Ignoriamo i mezzi finanziari investiti nei mezzi di comunicazione sociale occidentale e nelle reti sociali, ma si tratta certamente di molti milioni. Questo spiega la censura di Twitter alle critiche contro l’Islam e l’impegno a ripulire l’immagine dell’islamismo di media come BBC e CNN.

È forte il sospetto che sauditi e monarchie del Golfo aumentino la loro influenza politica e ideologica attraverso una rete di sostenitori occidentali che occupano posizioni strategiche. Gli interessi economici spingono molti a girarsi dall’altra parte, ma altrettanto forte è la tenaglia del mondialismo, impegnato a creare una società multiculturale che prescinda dall’identità europea di ascendenza cristiana, accusando di razzismo e di islamofobia qualunque critica, indagine storica e libera informazione.

 

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3 Responses to Arabia Saudita. La coscienza sporca dell’occidente – di Roberto Pecchioli

  1. Catholicus ha detto:

    Solo l’Ungheria capisce il piano che c’è sotto il cd Global Compact? :
    L’obiettivo del Global Compact delle Nazioni Unite in materia di migrazione è di legalizzare l’immigrazione clandestina, che è del tutto inaccettabile e viola la sovranità degli Stati, tra cui l’Ungheria”, ha detto il ministro degli Esteri Peter Szijjártó in una conferenza stampa a Budapest.
    “Per il governo ungherese, il Global Compact è un documento altamente distorto a favore dell’immigrazione, che è sia dannoso che pericoloso”, ha affermato.
    “Le Nazioni Unite commettono lo stesso errore dell’Unione Europea, che vuole basare la propria politica migratoria su quote obbligatorie di reinsediamento. Il patto delle Nazioni Unite è più pericoloso, tuttavia, perché è un’iniziativa globale e rappresenta quindi un rischio per il mondo intero “, ha aggiunto il ministro.
    “La principale controversia riguardo al Patto è se è obbligatoria o meno, e dato che il documento contiene la parola “obbligo” 80 volte, l’affermazione che il Patto contiene solo raccomandazioni è falsa”, ha denunciato Szíjjártó.
    Hai capito…

    • Alessandro2 ha detto:

      No, grazie a Dio non solo l’Ungheria: https://goo.gl/J2YZyY e https://goo.gl/ZoPSGL
      Dal testo del GC: “…lotta alla xenofobia, allo sfruttamento dei lavoratori, il contrasto del traffico illegale dei migranti, l’assistenza umanitaria, il potenziamento delle politiche di integrazione…“ In altre parole, ce li andiamo a prendere con gli aerei: è l’istituzionalizzazione dell’invasione e del meticciato.

  2. Silente ha detto:

    Smettiamo di utilizzare parole come “razzismo”, “xenofobia”, “islamofobia”, “femminicidio”, “omofobia” e molte altre: sono delle “parole-trappola”, inventate o modificate nel significato (esemplare è il termine “razzismo”) allo scopo di obbligarci a pensare come vuole il mondialismo (perché: “si pensa con le parole”) e interiorizzare il valore negativo o positivo dei concetti a seconda dei voleri dei “signori del mondo” delle lobby dominanti. Il meccanismo di questa trappola della sovversione è semplice: grazie al possesso dei media, delle case editrici, delle università, di tutte le agenzie “datrici di senso”, si inventa una parola, (ad esempio “xenofobia”) la si carica di significato negativo, e la si “distribuisce” allo scopo di inibire, stigmatizzare, anatemizzare nel sentire comune un legittimo pensiero (quello, ad esempio, della preferenza per i propri compatrioti, anche nel senso etnico).
    Dobbiamo essere consapevoli di questo perverso meccanismo della sovversione mondialista e liberal. E’ il primo passo per combatterla.
    Silente

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