IL MONDO DI IERI

Quando si visita un sito archeologico anche le più piccole pietre sembrano protese a raccontarci qualcosa della traccia che il passaggio dell’uomo ha lasciato su di loro: richiamare atmosfere, ripresentare un messaggio, spingere lo sguardo avanti con un senso di ricchezza, ma anche a volte di perdita, che, invariabilmente, il passato porta con sé.

Vogliamo iniziare ora un breve percorso per ricordare alcuni grandi Ordini religiosi della Chiesa latina che hanno affrontato i secoli, hanno condotto dure battaglie con molte ferite, dimostrando, in tempi burrascosi, una grande capacità di avere fede in Colui che solo poteva “alzarli”, ma che, ora, sembrano languire di fronte al temibile nemico oggi non più esterno alla Chiesa, ma pericolosamente interno che, subdolamente, spinge ad un rinnovamento che pone la sua forza nelle filosofia del mondo e non in quella di Colui che salva.

Prima di bussare alla porta di alcuni di questi Ordini è forse opportuno un rapido sguardo d’insieme.

Come si evince con chiarezza leggendo i testi del Nuovo Testamento, il cristiano, all’indomani della Pentecoste, è colpito da due grandi bisogni non dilazionabili; da una parte annunciare la buona notizia della Redenzione e convertire tutte le genti (si pensi alla predicazione apostolica o alla testimonianza dei martiri: gente che non aveva certo la filosofia dell’attrazione); dall’altra, com’è tipico di coloro che si amano ardentemente, il desiderio del ritorno dell’Amato.

Questo dato di partenza è di grande importanza e segna la storia della vita cristiana fino al Concilio Vaticano II: la Redenzione urget nos!

Ma l’Amato non torna! Almeno non nell’immediato come si sarebbe stati indotti a pensare e a desiderare. Anzi, invece di un ritorno imminente, la comunità cristiana deve confrontarsi con la prima persecuzione (l’era dei martiri): questa esperienza segnerà nel profondo l’anima dei cristiani. Il martirio, nel suo aspetto cruento, diventa la modalità di essere discepoli del Signore e la risposta all’attesa dell’incontro con il Risorto, ma è anche un metro di paragone ineludibile, infatti, il cristiano si rende conto che l’esigenza evangelica è elevata e l’attesa, a causa della fragilità umana, indebolisce il coraggio, il coraggio della radicalità evangelica.

Qui si deve circoscrivere la nascita del monachesimo.

Il modello di questa nuova via che determinerà l’immaginario collettivo della Chiesa in Oriente e Occidente sarà canonizzato con la biografia che sant’Atanasio (ϯ 375), vescovo di Alessandria, scriverà su sant’Antonio (ϯ356).

La narrazione atanasiana si porrà un po’ come una base musicale sulla quale i Santi successivi moduleranno la propria esperienza diventando per i biografi lo schema con il quale disegnarne la vita.

Esperienze monastiche esistevano già in precedenza (e la stessa biografia scitta da Sant’Atanasio ne reca traccia), ma Sant’Antonio è assurto a modello ideale. Le varie tappe della sua esistenza sono esemplificative e incalzanti: in primo luogo l’ascolto di un brano del vangelo durante la preghiera in Chiesa che indicherà a Sant’Antonio il criterio per giudicare la propria vita e tracciare una mappa per il futuro. Evidentemente il problema della mediocrità e tiepidezza nei confronti delle esigenze evangeliche, sopra accennato e già presente negli ultimi tempi della persecuzione cristiana, si fa più concreto e urge una soluzione. Per mettere in pratica quanto ha ascoltato, Antonio “si allontanerà” da casa, ma non troppo: per il momento ancora può vedere ed esser visto.  In seguito la solitudine si approfondisce sempre di più. Alla ripresa delle persecuzioni sentirà il desiderio del martirio, ma non ne sarà coinvolto e ritornerà alla solitudine, forse rendendosi conto che la vera testimonianza consiste ormai nella scoperta e nella sconfitta dei nemici interni al suo cuore: questo diventa lo spazio della vera battaglia!

Qui troviamo la radice di tutto il monachesimo cristiano.

Il nuovo orizzonte troverà un’articolazione definitiva e uno statuto concettuale con l’ingresso nella vita monastica del monaco Evagrio Pontico (ϯ 399), un funzionario colto di Bisanzio che fuggirà nel deserto qualche decennio dopo. Evagrio trasfonde nel monachesimo le categorie di pensiero diffuse nelle scuole filosofiche della tarda antichità, dove l’obiettivo non era quello di esercitare un’attività intellettuale come la immaginiamo noi oggi, bensì di occuparsi di sé: la cura quotidiana delle malattie dell’anima.

Se la vita filosofica è riparazione della fragilità dell’uomo, la vita monastica comprenderà di essere essa stessa “la vera Filosofia”! E il deserto con i suoi eremi e monasteri ne diventerà la palestra: il monaco è colui che conduce la vera vita filosofica perché redento da Cristo!

In questo quadro complesso si formano i monaci cristiani: quelli passati alla storia come i celeberrimi padri del deserto, in Oriente e in Occidente.

Dopo l’anno Mille, tra monachesimo orientale e occidentale le strade saranno apparentemente divergenti: mentre l’Oriente rimane abbastanza fedele a questo spirito filosofico e di separazione dal mondo e si ritrova raccolto attorno all’impianto dato da San Basilio Magno, l’Occidente, dopo la regola di San Benedetto, si esprimerà con diversi stili di vita sentendo il bisogno di percorrere altre strade, sia per una necessità di chiarezza e distinzione tipica del mondo latino, sia per situazioni storiche nuove.

La base rimarrà comune.

La vita “religiosa” o “consacrata”, come s’inizierà in seguito a definirla in Occidente con due termini abbastanza singolari considerando che ogni battezzato è consacrato e religioso (e dovrebbe esserne consapevole), porrà come base di partenza, nell’esperienza dei fondatori, il bisogno e la necessità di tornare proprio all’eredità dei padri del deserto.

Dunque: ripercorre le vicende dei grandi Ordini religiosi è in primo luogo osservare la storia della costante esigenza, epoca dopo epoca, di seguire in modo radicale il Signore, ma è anche la storia di uomini, spesso fragili, molte volte peccatori, ma sempre molto legati al loro Ordine religioso, nonostante le avverse condizioni della storia (quid quærant? Misericordiam Dei et vestram si diceva nel rito di ammissione nel monastero, parafrasando il rito del battesimo).

Guardando agli Ordini religiosi, però, è necessario tenere a mente alcuni elementi che aiutino a evitare un giudizio non corretto: la psiche dell’uomo si è profondamente trasformata (danneggiata?) in questi ultimi secoli, una certa idea che possiamo nutrire verso alcuni aspetti della vita religiosa “regolare” è forse condizionata dalla restaurazione, in senso romantico, che ne fu fatta nell’Ottocento, soprattutto francese.

La vita monastica non è mai stata una “commedia a soggetto”, è sufficiente cercare di vivere alla lettera una qualche regola antica per un mese e ci si accorge subito del coraggio e della forza che comporta.

La vita monastica, inoltre, è sorta in un ambiente ancora largamente pagano, ma non irreligioso! Si è poi sviluppata per secoli in un contesto cristiano; oggi la nostra realtà è del tutto perversa, al punto che la stessa dimensione cristiana è combattuta dalla Chiesa, e non riusciamo più ad essere religiosi perché ripiegati su noi stessi in quanto abbiamo reciso il rapporto con il Creatore.

La solitudine dell’uomo contemporaneo, infine, non è più quella del monaco del deserto, i fantasmi/demoni che lo flagellano ne hanno anche intaccato l’anima e il suo combattimento appare molto più drammatico e dall’esito più incerto rispetto a quello di Sant’Antonio.

Quando guardiamo questi grandi monumenti della Fede che furono gli Ordini religiosi non possiamo dimenticarci la realtà dalla quale osserviamo, così come non possiamo dimenticare, però, che la Chiesa nell’antichità poneva Dio al centro del creato e non l’uomo.

Il filo rosso che possiamo seguire in un tale labirinto parte dalla consapevolezza che non solo i grandi fondatori, ma anche l’insieme dei loro discepoli, santi o peccatori che siano stati, avevano come unico scopo la ricerca di Dio.

Ogni grande Ordine religioso nasce con questa fortissima esigenza: “Cerco Dio solo!  Poi mi sarà dato il centuplo, uomo compreso”.

È in questa fedeltà al Signore declinata con le categorie culturali proprie del tempo della loro fondazione che ogni Santo ha modellato la sua comunità religiosa, le grandi opere sociali che ne sono scaturite (benedettini: salvataggio della cultura; domenicani: trasmissione e difesa della fede; francescani: diffusione capillare dell’annuncio evangelico  tra il popolo e così via) sono scaturite dal culto di Dio, mai da quello dell’uomo. Il più frainteso (sporcato?) dei Santi nella chiesa attuale, San Francesco, ha dedicato i tre quarti del tempo della sua vita al silenzio, alla preghiera e nelle quaresime.

Come si suggeriva all’inizio, forse la parabola di questi grandi Ordini si sta concludendo, forse dopo aver superato, anche con immense lacerazioni, grandi lotte ed essere sopravvissuti alla persecuzione del mondo, appare impossibile, per un insieme di ragioni, superare l’erosione (e la persecuzione) della Fede che proviene dall’interno della chiesa corrente.

A un certo numero di questi Ordini sembra sia stato concesso il privilegio della durata fino alla fine del mondo; è una forma di predilezione che ricorda altre predilezioni di cui ci parla la Scrittura: solo Dio sa!

Riandando a quanto successo negli ultimi cinquant’anni è difficile non avere l’impressione di trovarsi di fronte a ossa inaridite, ma la vita del battezzato e la sua speranza sono deposte nelle mani di Dio proprio quando tutto alle spalle sembra polvere e cenere, quando tutto un passato sembra che debba essere trasformato in amaro sale.

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