Cistercensi/Trappisti: l’arte delle arti è l’arte dell’amore (Guglielmo di Saint Thierry -ϯ1148)

 

Novembre 1911, festa della Presentazione al tempio della BVM, un giovane uomo cammina nella prima nebbia del mattino e bussa alla porta di un’abbazia trappista, da qualche parte del suo cuore sa che lì potrà trovare Dio, “mutua dilezione, amore soavissimo, amplesso felice, amore beatificante, per il quale il Padre trova il suo riposo nel Figlio e il Figlio nel Padre; questo, dico, riposo imperturbabile, bontà incomparabile, questo formare di due una cosa sola, questo ritrovarsi insieme in tale unica cosa: tutto questo noi diciamo essere il dolce, soave, giocondo e Santo Spirito” , come aveva scritto secoli prima l’abate cistercense Aelredo di Rievaulx (ϯ1167).

Perché scegliere proprio un’abbazia cistercense/trappista?   In molti ordini religiosi si cercava Dio solo, ma in quel particolare tipo di monastero questo avveniva attraverso un’osservanza assai stretta della Regola di san Benedetto secondo una riforma nata nel 1098 nel piccolo monastero di Citeaux in Francia (i cistercensi appunto).

I Padri fondatori del primo piccolo monastero (Roberto di Molesme, Stefano di Harding e Alberico di Citeaux) avevano pensato che tornare all’osservanza letterale della regola avrebbe permesso loro un contatto con Dio più immediato: aderire in modo letterale alla regola benedettina per molti secoli è stata un’attrattiva ragionevole e, in molti casi attraente, e capace di mobilitare un grande entusiasmo e questo è forse la cifra che meglio permette di inquadrare il fenomeno cistercense:  un entusiasmo che ha rivestito di un candido manto  l’Europa di abbazie (700 abbazie maschili alla fine del 1300) insieme a molte chiese che ancora oggi sono in grado, attraverso le loro forme sobrie e crude, di parlare all’uomo secolarizzato (ancora al cattolico?).

L’adesione letterale alla Regola seguiva voleva dire: austerità, lavoro manuale, silenzio e si poneva come garanzia di autentica spiritualità e non produceva ‘farisei’, bensì persone ardenti come testimonia l’impressionante diffusione dell’Ordine Cistercense durante la prima generazione, i loro scritti e la fama, basti qui ricordare ciò che viene tramandato sul già citato s. Aelredo: nelle sue parole sentivi la veemenza di una grazia inebriante. 

Questo nasceva dalla consapevolezza che si era invitati, entrando in monastero, a leggere nel cuore per essere consapevoli del bisogno di Dio il cui amore incessantemente viene incontro al nostro bisogno e risponde alla nostra attesa… Infatti il cuore di Cristo è il cuore del Padre.

L’austerità dei luoghi, degli abiti, delle cose necessarie alla vita si espresse, come già accennato, attraverso forme architettoniche splendide (pensiamo all’abbazia di Fossanova).

Il lavoro manuale intenso fatto per seguire quanto san Benedetto prescrive: i monaci lavorino con le proprie mani, fu talmente osservato che i Cistercensi inglesi, ad esempio, furono in grado,da soli, di offrire i due terzi del riscatto richiesto per la liberazione del re Riccardo Cuor di Leone.

Il silenzio ebbe nei monasteri cistercensi un valore particolarmente perché venne coniugato con una vita comune molto stretta.  Un monastero di 100 monaci in cui si riusciva ad ‘ascoltare il silenzio’ era una cosa che attirava l’attenzione e l’ammirazione di quanti si avvicinavano a queste abbazie.

Il grande interprete e diffusore del monachesimo cistercense fu san Bernardo (ϯ1153) che così delinea nella celebre lettera 142 ai monaci d’Aulps:

Il nostro Ordine è mortificazione, è umiltà, è povertà volontaria, è obbedienza, è pace, è gioia nello spirito Santo… Il nostro Ordine consiste nell’osservare il silenzio, nel praticare i digiuni, le veglie, le preghiere, il lavoro manuale, e soprattutto nel battere la via più giusta che è quella della carità; e poi nel progredire di giorno in giorno in tutte queste attività e perseverare in esse fino all’ultimo giorno”.

Non solo l’abate di Clairvaux, il ‘dottore mellifluo’, costruisce così tutta una spiritualità in cui fa delle osservanze il cammino per giungere alla carità, il cammino che conduce dalla conversione, alle nozze con il Verbo, ma l’abate di Clairvaux enumera le osservanze per i suoi corrispondenti o i suoi uditori; queste enumerazioni comportano certo delle varianti, ma anche e soprattutto dei punti comuni.

Ma perché questa ossessione dell’osservanza di esercizi esteriori ai quali, oggi, non si attribuisce alcun valore se non, nel migliore dei casi, un aura maliconica come le Petites Madeleines di Proust.

San Bernardo scriveva: “Fratelli miei, quello al quale voi siete votati con la vostra vita monastica, è il modo eccellentissimo di profetare. In che cosa voi monaci dovete essere profeti? Non vedere ciò che è visibile, ma tenere lo sguardo fisso sull’invisibile, tendere verso ciò che sta davanti a voi, vivere di sola fede, cercare le cose dell’alto. Un tempo i profeti hanno meritato questo nome perché guardavano al loro futuro, a Cristo, ma il vostro futuro è il Regno, e il Signore nella gloria che viene” .

Tanta austerità, che a noi oggi appare solo un fatto esteriore, alimentava invece un amore ardente: o Dio amarti è mangiarti.  Tu ristori coloro che ti amano in modo tale che ne bramano ancora, perché non sei tu forse insieme cibo e fame?   Nessuno in futuro potrà saziarsi della dolcezza del divino amore, e nessuno esserne ripieno nel presente. E di questa impossibilità ti sia conforto il non avere alcun conforto.

Tutto quel silenzio, quel duro lavoro, quella continua chiarificazione sul proprio cammino non era ripiegamento su se stessi, ma consapevolezza, concreta visto che i Cistercensi divennero celebri  per aver bonificato terre, costruito ospizi, iniziato la predicazione contro le eresie albigesi e catare, anzi, come ammoniva Isacco della Stella (ϯ1169): “fratelli questo é per voi il modello di vita; questa la vera regola della santità: vivere con Cristo nel pensiero e il desiderio della patria eterna: ma al cuore di questo complesso pellegrinaggio non rifiutare per il Cristo alcun esercizio di carità.  Seguire il Cristo salendo verso il Padre: affinarsi, semplificarsi, vivere il riposo della meditazione.  Seguire Cristo discendendo verso i fratelli, essere aperti all’azione, spartirsi in mille bocconi, farsi tutto a tutti, non sotto stimare alcuna cosa che tocchi Cristo, aver a sufficienza di una cosa, non occuparsi che di una cosa, quando si tratta del Cristo multiplo”.

Oggi probabilemente san Bernardo commenterebbe la perdita della fede di cui sta soffrendo la chiesa con parole forti: l’anima mendica il pane altrui perché ha dimenticato di mangiare il proprio; essa aspira alle cose della terra perché non medita quelle del cielo.

Nei secoli i ‘Padri Cistercensi’ (Bernardo, Aerledo di Rievaulx, Guerrico di Igny, Isacco della Stella, Goffredo di Auxerre, Gilberto di Hoyland, Adamo di Perseigne, Elinando di Froidmont, Baldovino di Ford , Galland di Rígny, Oglerio di Locedio, Corrado di Eberbach, Cesario di Heisterbach e molti altri) furono sempre di riferimento per un ordine che, anche se nei numeri era rimasto significativo, spiritualmente si era molto impoverito.

Nel 1600 prese avvio una grande riforma destinata a rendere leggendario, ancora una volta, l’Ordine Cistercense: la riforma della Trappa.

Nella società decadente della Francia che si stava allontanando da Dio, Armand Jean Le Bouthillier de Rancé (ϯ 1700) un nobile dissoluto, ma non sordo al richiamo di Dio, fu conquistato e comprese il significato delle osservanze e con lui ebbe inizio una riforma religiosa che vide, anche nel novecento post bellico, una fioritura impressionante.

Dell’abate de Rancé certamente non si poteva dire che fosse qualcuno che predicava se stesso che, parlando di Gesù, bramava farsi un nome; che, dicendo le cose di un altro cercasse la propria gloria o il proprio guadagno; che, proiettandosi al di fuori di sé, seminasse se stesso nel vento.

Cosa insegnava la Trappa?  Un senso decisamente marcato della concretezza della vita benedettina e della piccolezza dell’uomo quando si confronta con la nudità del reale.  Aver a che fare ogni giorno con lunghe salmodie che iniziavano nel cuore della notte e con altrettanti, faticosi, momenti di contatto brutale con la terra e gli escrementi della stalla implicavano una forza interiore che tutto poggiava su Dio.

Con la primavera del concilio molte cose hanno cambiato di posto.  La comunità che rispecchiava (rudemente) quanto descritto nella Regola si è assolutizzato: quello che conta per Benedetto, si insegna e inizia a credere con fiducia illimitata, è la koinonia fra i fratelli, questo è la nuova osservanza.  Nei primi anni settanta si riteneva che ‘La vita comune’ un breve, ma celebre, testo del pastore luterano Dietrich Bonhoeffer (quel grandissimo cristiano eretico ucciso dai nazisti, seguito con ardore  nel dopoguerra  da tanti cattolici, tranne che su un punto; il rispetto della Chiesa cattolica(!), che Lui possedeva!) fosse il testo su cui partire per comprendere la vita comunitaria in un monastero.

Ciò che ha fatto la gloria del monachesimo cistercense/trappista, le osservanze appunto, furono poste in secondo piano, razionalizzate, come la liturgia che l’Ordine aveva conservato nei secoli, sia nella modalità propria del canto gregoriano, sia nei testi liturgici (alcuni di grande originalità e bellezza) sia in usi particolari: il salterio trappista, per esempio possedeva per ogni salmo un titolo cristologico che inquadrava il testo per la sua comprensione cristiana ; o i testi corali per esempio, che non rappresentavano solo una scelta estetica, ma veicolavano un modo di ‘fare comunità (appunto!).  Tutto bruciato!

Ma torniamo al giovane amico che abbiamo lasciato alle porte dell’abbazia di Chimay in Belgio.  Il suo nome era Michael Charlier, aveva ventun’anni, pieno di passione e ardore verso quella che riteneva essere l’unica vita possibile per lui.

Iniziò il noviziato; come molti di quel tempo e del suo ambiente aveva in sé un atteggiamento segnato da una certa rigidità, ma aveva anche una gran fede; con non poca fatica iniziò quel percorso che san Benedetto richiede al novizio: la conoscenza e l’accettazione di se stesso.

Attraverso i suoi superiori e la meditazione degli scritti dei Padri Cistercensi riuscì in quell’impresa non facile che è la propria purificazione: morire a se stessi, alla propria immagine ideale per giungere a far sì che Cristo sia  l’unico io; a far sì, come Michael scriveva nelle sue lettere, tante e affascinanti, sentire che l’amore di Dio viveva in lui, lo sospingeva, lo sosteneva.

Questo lanciarsi nella fede, che proprio le osservanze gli permettevano lo condusse al suo compimento: abbracciare la Croce di Cristo così come gli era presentata in quel momento.

Venne chiamato alle armi allo scoppio della I guerra mondiale; Michael ha lasciato lettere commoventi e pregnanti sulle battaglie a cui ha partecipato, sulla sua identità monastica anche nella situazione estrema propria di una guerra ‘tecnica’ che stava rendendo il dolore il pane quotidiano dell’uomo del nostro tempo.

Alla fine, il 14 settembre 1917,quando stava per andare in licenza, preferì rimanere ancora un momento presso i suoi compagni per accudire un ferito: in quel momento scese la mano di Dio per coglierlo.

Visitando un’abbazia costruita da questi ‘monaci bianchi’, ripensando con gratitudine alle loro parole di amore verso Dio, tra le più ardenti che la Chiesa abbia mai registrato, a questi monaci che, in alcuni casi, hanno dato anche la vita per testimoniare la verità della Fede, nel silenzio dei tanti monasteri, ormai vuoti in molti casi, è bene onorarli con le loro stesse parole: eccoci qui, io e te, e spero un terzo, Cristo in mezzo a noi… Adesso non c’è nessuno a disturbarci. Non c’è nessuno che possa interrompere la nostra amichevole conversazione, nessuna chiacchiera e nessun tipo di rumore disturberà questa piacevole solitudine. Vieni ora, amato, apri il tuo cuore e poni in queste orecchie amiche qualsiasi cosa vuoi, ed accettiamo come un dono gradito il favore di questo luogo, di questo tempo e di questo riposo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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