Frati Minori: religio vere pauperum

Crucifixi quos Fratres Minores appellamus

 

Queste le parole di Jacques de Vitry (ϯ1240), che conobbe san Francesco e ne descrisse il viaggio presso il Sultano nel 1219, con cui tratteggia nella sua Orientalis et occidentalis Historia in modo icastico il tratto caratteristico dei Frati Minori presso i contemporanei che ne videro il sorgere e la prima, grandiosa, diffusione: l’Ordine dei Poveri del Crocifisso!

La storia di questi poveri del Crocifisso, i Frati Minori, ha espresso, con luci e ombre, la storia del secondo millennio di vita della Chiesa.

San Francesco inizialmente non aveva intenzione di fondare un Ordine religioso, lui e i suoi compagni libere verbum Dei preaedicarent come ricorda san Bonaventura da Bagnoregio; anche se da subito molti dotti e sapienti furono attratti dallo spirito francescano e san Francesco fu ben contento che potessero imparare (e insegnare) teologia.  Probabilmente tutto ciò che una solida cultura teologica comportava, e cioè, case, istituti, mezzi adatti, gli avrebbe fatto storcere il naso, nonostante la giustificazione ‘in vista delle necessità della Chiesa’ che avrebbe indicato san Bonaventura.

San Francesco voleva vivere, e voleva che i suoi frati vivessero, il vangelo sine glossa; se si guarda alla prima regola scritta (non bullata, cioè non approvata) san Francesco l’aveva modellata sulla riposizione del Vangelo, ma questo spaventava e questo spavento era stata causa di una tentazione profonda e lunga nella vita del nostro santo.

Per comprendere un Ordine come quello francescano che si è sviluppato enormemente, ha visto molteplici riforme ed è sempre risorto dalle ceneri nonostante tutti gli scandali, anche interni, dobbiamo andare alla base della scelta che fece san Francesco.

Al principio ci sono due gesti importanti: il rifiuto del mondo.  L’aspetto simbolico di questo rifiuto trova la propria radice nel bacio al lebbroso.  Se riflettiamo con attenzione a questa esperienza ci rendiamo conto che avvenne lontano dagli sguardi, infatti il gesto viene tramandato a partire dalle parole dello stesso san Francesco.

Questo bacio significò il rifiuto del mondo di suo padre, che era un mercante, un uomo d’affari. È da quel periodo, infatti, che si può dire che il mondo intero divenne un luogo d’affari. Ogni cosa divenne una merce con un prezzo.  Fino a quel momento nessuno pensava assolutamente che avrebbe potuto possedere una terra. Si poteva averne l’uso, ma la terra apparteneva a Dio. San Tommaso d’Aquino insegnerà di lì a poco che ogni proprietà privata dipende dal bene comune di tutti. Gradualmente però ogni cosa è stata esposta per la vendita nel mercato: il mondo moderno ha origine in questa rivoluzione che rende terra e acqua e soprattutto gli uomini oggetti di mercato. Nel mondo benedettino la terra, beneficium pauperum, era data in usufrutto, anche per generazioni.

Questo rifiuto divenne anche un rifiuto ecclesiastico, rifiuto di una chiesa che insegue il mondo e ragiona con le strutture mentali del mondo per ridurre Cristo a sé; ciò che in quel momento accadeva, senz’altro in modo meno drammatico e con più vie di uscita di quanto osserviamo sotto i nostri occhi, è oggi norma predicata

Quando san Francesco andò a Bologna e si rese conto che i frati avevano costruito una residenza “adeguata” alle necessità della società in cui vivevano, incominciò a smantellare ogni cosa.

Visitando il sacro convento di Assisi “emotivamente” possiamo fare anche una certa esperienza spirituale: ma non dimentichiamo che è una realtà che celebra un francescanesimo assai lontano dal suo Fondatore.

Il secondo gesto importante fu la restituzione delle sue vesti al padre. È una scena famosa.  San Francesco espose davanti a tutti la propria nudità. Nulla attrae l’essere umano come l’esposizione della nudità (lo sanno bene i pubblicitari).

Nel nostro mondo, che sembra aver già venduto la propria anima e la propria nudità (basta vedere i manifesti pubblicitari) e vende ora la propria identità di genere, l’uomo contemporaneo non coglie forse in questa scena null’altro che un atteggiamento istrionesco perché nella propria esperienza l’esposizione della nudità è una consegna (e resa) assoluta alle immagini, quindi una forma di cosificazione del corpo attraverso un excessus (coming out)ritenuto liberatorio (l’anima sembra ormai morta), al tempo di san Francesco era comunemente letta invece come  una dichiarazione pubblica d’inermità, di assoluta mancanza di potere, di rifiuto di affermazione di sé.

Per san Francesco era quindi una consegna totale a Dio padre, un sottolineare che nulla appartiene all’uomo, perché ogni cosa è creata da Dio (e il vescovo di Assisi lo capì molto bene ricoprendolo con il suo mantello).

Lo dimostrano diversi episodi nella vita di san Francesco in cui il contatto con la propria nudità è sinonimo di resa a Dio:

Essendo andato Francesco in un eremo presso Rocca di Brizio, allo scopo di predicare agli abitanti della zona, un giorno che doveva tenere il sermone, ecco venire a lui un poverello in cattiva salute. Al vederlo, indugiò nel considerare l’indigenza e la infermità di lui e, mosso a compassione, prese a parlare accoratamente al suo compagno di quella nudità e malattia. Gli rispose il compagno: «Fratello, è vero che costui è assai povero, ma in tutta la contrada non c’è forse un uomo più ricco di lui nel desiderio». Francesco lo rimproverò di aver parlato male, e il compagno confessò la sua colpa. E il Santo: «Vuoi fare la penitenza che ti dirò?». Rispose: «Volentieri». Disse Francesco: «Va’, spogliati della tonaca e presentati nudo dinanzi a quel mendico, gettati ai suoi piedi e digli che hai peccato contro di lui, disprezzandolo. Gli dirai che preghi per te affinché il Signore ti perdoni». Andò il compagno ed eseguì quanto gli era stato ordinato. Ciò fatto, si rimise la veste e tornò dal Santo. Gli disse Francesco: «Vuoi che ti dica come hai peccato contro di lui o meglio contro Cristo? Ecco: quando vedi un povero, devi considerare colui in nome del quale viene, Cristo cioè, fattosi uomo per prendere la nostra povertà e infermità. Nella povertà e nella malattia di questo mendicante dobbiamo scorgere con amore la povertà e infermità del Signore nostro Gesù Cristo, le quali egli portò nel suo corpo per la salvezza del genere umano» (Fonti Francescane 1645 (89)).

Nella sensibilità di san Francesco questa resa del corpo a Cristo era un passaggio importante: “e tutti i frati, ovunque sono, si ricordino che si sono donati e hanno abbandonato i loro corpi al Signore nostro Gesù Cristo. E per il suo amore devono esporsi ai nemici sia visibili che invisibili, poiché dice il Signore: “Colui che perderà l’anima sua per causa mia la salverà per la vita eterna” (FF, 45)

Non è difficile individuare in questi due gesti un carattere battesimale, una conversione a Cristo e alla croce di Cristo.

Per secoli, soprattutto nei paesi latini, convertirsi, soprattutto dopo un evento che aveva segnato profondamente l’esistenza, era sinonimo di entrare in convento, un convento francescano (si pensi al famoso episodio della conversione di fra Cristoforo nei Promessi Sposi).

L’associazione tra conversione e scelta conventuale ha origine in quella particolare associazione di San Francesco come alter Christus che già contemporanei colsero.  Immagine che trova la sua origine nel miracolo delle stigmate nel quale san Francesco fu “ripieno di dolcezza e di dolore mescolato a meraviglia. La sua gioia era sovrabbondante, ma soffriva di indicibile dolore e compassione”.

I Francescani sulla scia del loro Fondatore hanno raggiunto tutti i più piccoli angoli dell’Europa allora convertita al Vangelo, rendendola cristiana; l’hanno fatto riproponendo l’esempio di san Francesco che condivise non solo la passione di Cristo, ma anche le sue passioni: la gioia, il dolore e perfino l’angoscia.   Hanno insegnato che se si è profondamente gioiosi si è toccati dalla crocifissione: una vera profonda gioia francescana è unita alla capacità di soffrire. In caso contrario, sarebbe appena una cieca allegria. Il cuore aperto alla sofferenza è un cuore che piange con Dio per il peccato e la sofferenza del mondo.

San Francesco non è il santo dei poveri, non si sposa con l’ideologia della povertà mentre, al riparo delle telecamere, tratta con il denaro, è il santo che pone al centro la confessione di essere cristiano, sine glossa, contro la materializzazione della società, è Dio il centro, non l’uomo.

Quando si visitano i luoghi francescani originari (oggi abbondantemente mercificati) come Fonte Colombo, Le Carceri, La Verna, Narni si può osservare che le celle amate da san Francesco sono nelle fratture (orride) delle montagne, quasi un simbolo delle ferite di Gesù sulla croce.

Leggendo nella Regola non bullata le indicazioni operative riguardanti la missione dei suoi frati come non pensare che san Francesco la delinei plasticamente come un rendere concreto agli occhi degli uomini le ferite del Crocifisso che tanto aveva amato: “Ecco, vi mando come pecore in mezzo ai lupi” e aggiunge con una nota che ben qualifica il francescanesimo: “ essere presenti consiste nel non entrare in dispute e liti, ma essere soggetti ad ogni umana creatura a causa di Dio (1Pt 2,13)”.

Oggi si parla nella chiesa attuale di gioia, ma il fondamento di questa gioia è ambiguo.   San Francesco e i suoi primi frati erano pieni di gioia. Le lettere di santa Chiara sono piene di gioia.  Questa gioia aveva il suo fondamento nel Cristo crocifisso.

Nei primi testi francescani si sottolinea che la vita di penitenza è un ingresso alla vita di Gesù. E la vita di Gesù inizia col suo battesimo nel quale si sente una voce che dice: “Tu sei il mio figlio diletto; in te ho posto la mia compiacenza”. L’origine della gioia è che il Padre riconosce il Figlio, come diceva il grande domenicano Eckhart “Il Padre sorride al Figlio e il Figlio sorride al Padre, e il sorriso genera godimento e il godimento genera gioia, e la gioia genera amore[3]

Una gioia dunque non fine a se stessa, ma una gioia che s’innalza sulla consapevolezza di aver ricevuto un grande dono di amore attraverso la Croce che redime e questa gioia diventa piena solo quando il frate minore avrà: riempito la terra del Vangelo di Cristo. Capace di passare per quattro o cinque città in un sol giorno, annunciando a tutti il Regno di Dio. Edificava gli uditori non meno con l’esempio che con la parola, si potrebbe dire (che era) divenuto tutto lingua.  (FF, 488)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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