I Gesuiti: l’attrattiva della contaminazione.

 

Nel XVIII secolo la Compagnia di Gesù fu espulsa dal Portogallo (1759), dalla Spagna e dalla Francia (1767) infine soppressa da Papa Clemente XIV nel 1773; questo esito era frutto dell’allarme tra i Principi d’Europa per la fama (presunta o reale) che i gesuiti fossero agenti del papato.

Alla Compagnia furono attribuiti diversi epiteti, ma l’ipocrisia fu, tra le ‘virtù’, quella che meglio dipingeva questi soldati di Cristo diventati rapidamente consiglieri dei Principi, ma che si sospettava fossero in realtà agenti a servizio esclusivo degli interessi del Papato e della Chiesa.

Se spostiamo l’attenzione a quanto è successo negli ultimi cinquant’anni ci rendiamo conto che se quelle accuse oggi non hanno più motivo di essere, stiamo, viceversa, assistendo, per opera di alcuni gesuiti influenti, ad uno smantellamento di quella Chiesa che erano accusati di difendere a spada tratta.

Come sta insieme quest’opera distruttrice con la presenza di tante opere di evangelizzazione e il fiorire di grandi martiri e santi nella Compagnia?

Ci si deve arrendere all’aura di enigma che ha sempre circondato la Compagnia? Quando durante il Concilio di Trento nella discussione del decreto sulla giustificazione (1547) si trovò l’accordo sul libero arbitrio che sarebbe stato espresso nel canone IV “Se qualcuno dice che il libero arbitrio dell’uomo, mosso ed eccitato da Dio, non coopera in nessun modo esprimendo il proprio assenso a Dio, che lo muove e lo prepara ad ottenere la grazia della giustificazione; e che egli non può dissentire, se lo vuole, ma come cosa senz’anima non opera in nessun modo e si comporta del tutto passivamente: sia anatema.” (Enchiridion Symbolorum, 1554) Diego Lainez (ϯ 1565) primo successore di sant’Ignazio di Loyola (ϯ 1556) fondatore della Compagnia di Gesù e presente al Concilio di Trento prima come padre spirituale di alcuni Padri conciliari, poi come consultore, trovò questa formula eccessiva, infatti avrebbe voluto considerare questa mozione una semplice luce (la vocazione comune) che illuminava lo spirito dell’uomo.

Questo intervento non passò inosservato, ci furono reazione molto irritate e Lainez fu accusato di pelagianesimo.  Non si andò oltre. Questo episodio è indicatore di una sensibilità, profonda e duratura.  Fin dalle origini della Compagnia (1540) era viva la sensibilità per il pericolo molto reale rappresentato da alcuni aspetti delle teorie agostiniane che, spinte all’estremo e utilizzate senza precauzione, rischiavano di favorire gli errori protestanti.  Del resto molti gesuiti avevano subito più o meno profondamente l’influenza dell’umanesimo ed erano portatori, nei confronti della natura dell’uomo, di una visione meno oscura di quella della teologia tradizionale. Erano quindi inclini a pensare che l’agostinismo limitava in modo eccessivo la parte svolta dall’uomo in riferimento alla propria salvezza e cercavano una teoria che restituisse all’uomo il suo posto di fronte a Dio.  È in questa prospettiva che occorre leggere le istruzioni per lo studio della teologia che mentre da un lato raccomandavano il tomismo, insinuavano contemporaneamente che sarebbe stato possibile insegnare con precauzione una teologia meglio adatta ai tempi.

Nonostante i gesuiti abbiamo contribuito come nessun altro al modello educativo delle élites di tutta Europa, ma non solo di quelle, la teologia e la filosofia elaborata dai gesuiti (pensiamo a Baio (ϯ 1589), Lessius (ϯ 1623), Molina (ϯ 1600), Botero (ϯ 1617)) accesero dibatti e controversie che crearono fratture e, di fatto, contribuirono grandemente ad estraniare la cultura cattolica dalle correnti culturali del tempo.

Impone riflessioni non semplici ad esempio il pensiero di Francisco Suárez (ϯ1617), doctor eximius, celebre professore di Salamanca, ricordato per la sua elaborazione delle fondamenta del diritto internazionale (e per questo celebrato nella sede dell’ONU con una statua), ma da ricordare anche per aver poste, con l’intenzione di armonizzare posizioni filosofiche diverse, le basi dell’affossamento del pensiero metafisico: un percorso pericoloso come altri che vediamo compiere in questo tempo.

Non si può negare che la Compagnia di Gesù ha lasciato nella Chiesa un’impronta pari a quella della Regola di san Benedetto.  Di per sé lo stile di vita di s. Ignazio non fu del tutto originale (i teatini nati in precedenza conducevano uno stile di vita analogo), ma è pur vero che l‘immersione nel mondo, così come era nel pensiero di s. Ignazio, ha segnato tutte le formazioni religiose nate in seguito e fino al ‘900 quando apparve Charles de Foucauld che, a sua volta, ha ulteriormente ‘secolarizzato’ la vita religiosa.

La figura di sant’Ignazio di Loyola (ϯ 1556), fondatore della Compagnia, ha conosciuto nei secoli molte letture e altrettanti e diversificati giudizi. Sant’ Ignazio fu contemporaneo di Lutero (1483-1546) e della scoperta dell’America (1492). La sua vita si è svolta in un tempo di grandi cambiamenti per la Chiesa e per l’umanità. Alla sua morte il suo era ormai un grande ordine religioso e la sua spiritualità ricercata e affermata.

La Compagnia di Gesù, dal primo gruppo di undici che nel 1540 si erano presentate al Papa, era passato in pochi anni a circa mille membri, suddivisi in dodici province e distribuiti in decine di case (soprattutto collegi e case di formazione).

Ben presto, però, i gesuiti si fecero alcuni grandi nemici, come ad esempio i giansenisti, che li resero invisi a molti (oggi si sperimenta uno strano senso di ‘realtà’ nel rileggere “Le Provinciali” (1657) di Pascal: un opera che sembra un messaggio nella bottiglia…).

S iniziò a parlare di “gesuitismo” come di un “meraviglioso ingranaggio nel quale l’uomo è ridotto a una rotella da girare a piacimento” (Michelet, 1874), e degli Esercizi Spirituali come dello strumento capace di “fare, in trenta giorni, di un uomo un estatico automa” (Quinet, 1875). Sant’Ignazio fu descritto a lungo come il paladino dell’anti luteranesimo, uno spirito dalle intuizioni geniali e dalle vedute grandiose, con una capacità geniale di plasmare e organizzare gli individui, dalla quale gli è derivata una fama che l’ha posto tra le personalità mondiali più influenti di tutti i tempi.

Gesuita è stato a lungo sinonimo di potere per la contiguità che i Padri della Compagnia hanno creato con i certi di potere.

La pubblicazione nel 1896 del suo “Diario spirituale” e nel 1904 dell’“Autobiografia” o “Racconto del pellegrino”, permisero al grande pubblico la conoscenza della dimensione mistica di sant’Ignazio, come l’uomo pellegrino alla ricerca della volontà di Dio, sollevandone la figura storica dal condizionamento fortemente volontaristico che si era andato creando nei secoli.  Vennero alla luce le qualità di un grande maestro nel campo del discernimento (oggi messo a rischio da epigoni di ben altra tempra).

L’insieme dei suoi scritti: Esercizi Spirituali, Autobiografia, Diario spirituale, Costituzioni, Lettere, unitamente alle sue intuizioni riformatrici della Chiesa consentono di inquadrare una personalità fuori dal comune, complessa e ricca come poche altre nella storia della Chiesa.

È sufficiente riflettere sul testo ignaziano per eccellenza: gli “Esercizi”.  Questo scritto è un’autentica pietra miliare della spiritualità cattolica con una multimedialità, si potrebbe dire oggi, che lo rende attivo sia in ambienti cattolici ‘tradizionali’, sia presso i modernisti; per non parlare dei cosiddetti ‘non credenti’.

Basti per tutti ricordare Roland Barthes che, nel 1971 affermava “non occorre essere né cattolici né cristiani, né credenti né umanisti per essere interessati agli Esercizi Spirituali di Ignazio di Loyola”.

Purtroppo oggi questa grande eredità non è scevra dal sospetto che la grande visione antropologica e pedagogica proposta dagli esercizi ignaziani possa essere manipolata ‘secondo le necessità dei tempi’.

Coloro che, in primis, ne sono i depositari spesso la rendono enigmatica a motivo delle scelte che in larga parte la Compagnia ha messo in atto dopo il Concilio Vaticano II.

Una certa mancanza di limpidezza sembra rinnovarsi vigorosamente in ogni secolo di vita di quest’ordine religioso che, in sé, continua a nutrire un’ambiguità che neppure grandi esempi di santità sono riusciti a dissipare. “Semplice ambiguità o difetto d’interpretazione?” si chiedeva Gioberti (“Il Gesuita moderno”, 1847).

Non è mai esistito un modello univoco di gesuita: p. Matteo Ricci (ϯ1610) grande evangelizzatore della Cina (ma dalla cui opera nacque l’infinita e non soluta ‘questione sui riti’) è altrettanto gesuita come il p. Louis Lallemant (ϯ1635) che enfatizzava il ruolo della vita contemplativa.

Il p. Jean-Pierre de Caussade (ϯ 1751) grande maestro di vita spirituale, ancora oggi seguito e ammirato, convive con p. Jean De Brébeuf (ϯ 1649) evangelizzatore del Canada.

Diceva il card. John Henry Newman a proposito dei gesuiti “sia che consideriamo l’illustre Compagnia nella sua costituzione, oppure nelle regole di istruzione o di direzione, vediamo che la sua peculiarità consiste nel preferire questa eccellentissima prudenza ad ogni altro dono, e nel curarsi poco della poesia e della scienza, a meno che non accada che le tornino utili”, nelle parole del Cardinale c’è molta stima, ma ci si libera facilmente dalla percezione di una minaccia oscura: il tornar utile!

Il discepolo di Sant’Ignazio cerca di coniugare la via contemplativa con quella attiva e il tutto trova il suo collante in un forte senso di appartenenza alla Compagnia, il cui carisma è una colloquialità con Dio frutto dell’opera di redenzione realizzata da Cristo: Et ogni volta et hora che voleva trovare Dio, lo trovava” dice sant’Ignazio nell’autobiografia.

La salvezza delle anime rimane (ancora?) il fine della Compagnia che si dispone a conseguire tale scopo con tutti i mezzi a disposizione.

Sant’Ignazio invita a coniugare i due aspetti: azione e contemplazione.  Qui il collante è l’impegno a perfezionare la volontà, rendendola santa. La contemplazione frutto dell’amore di Dio attira (o dovrebbe attirare) la volontà a compiere azioni esterne conformi al suo modello: Cristo stesso.

L’apostolato diventa l’espressione compiuta di un’incontro che il gesuita coltiva nel profondo del suo cuore. La via da seguire è l’unità perseguita da Sant’Ignazio. Un vero apostolo vive una profonda dimensione interiore di preghiera contemplativa come realtà di unione a Cristo.

Nel ‘600 ci furono molte tensioni al riguardo e i Prepositi Generali dovettero intervenire non poco per conservare equilibro e armonia tra questi due aspetti ed evitare possibili deviazioni.  Se non da pensiero il fatto che l’utilità (‘ogni mezzo disponibile’) aveva sicuramente un fine nobile in san Francisco Xavier (ϯ 1552), non con altrettanta tranquillità è possibile accogliere queste parole di un gesuita che con il suo pensiero ha arrecato danni così gravi alla Chiesa da apparire umanamente insanabili: “Chiunque segue la propria coscienza, sia che ritenga di dover essere cristiano oppure non-cristiano, sia che ritenga di dover essere ateo oppure credente, un tale individuo è accetto e accettato da Dio e può conseguire quella vita eterna che nella nostra fede cristiana noi confessiamo come fine di tutti gli uomini.” (K. Rahner, 1986)

L’enigma della Compagnia è sempre vivo, più forte che mai! Di fronte al turbamento e allo scandalo che le parole, le scelte e le azioni di molti gesuiti degli ultimi decenni hanno arrecato all’anima di molti cristiani, cosa possiamo fare?

In patientia vestra possidebitis animas vestras (Lc. 21,19), occorre preservare la propria anima, prendendo le distanze e affrontando il buio e la confusione che questi discepoli di sant’Ignazio arrecano con ironia: “Non ti sei voluto inginocchiare e pregare…  Perché? Perché hai in te quella maledetta vena del gesuita, solo che è iniettata al contrario.  Per me tutto questo è buffo e bestiale”. (James Joyce, “Ulisse”).

Non cadiamo nella trappola, non perdiamoci nella boscaglia, perché la Verità esiste!

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4 Responses to CERCO DIO SOLO: IL RACCONTO DEI GRANDI ORDINI RELIGIOSI (ottava puntata) – di Giuseppe Fausto Balbo

  1. Maria ha detto:

    Vedo che nessuno degna di commento questo articolo colto, raffinato e lievemente ironico.
    Si sono accapigliati tutti dietro l’articolo di Francesco Lamendola.
    Tanti che intervengono in questo sito non vogliono imparare, ascoltare, riflettere, discutere. Vogliono solo combattere e uccidere. Hanno già deciso di seguire l’istinto omicida che alberga nell’animo del peccatore.

  2. Giacomo ha detto:

    Perché non mettere un riepilogo con tutti i link di tutte le “puntate precedenti”…? Grazie! 🙂

    • Redazione ha detto:

      Buonasera! Può trovare tutti gli articoli della serie nel menù a tendina in alto: Rubriche-> I grandi ordini religiosi.
      Questo vale per tutte le rubriche o sezioni tematiche. Cordialità.

  3. bbruno ha detto:

    san Francesco Saverio e Karl Rahner: due modi di essere Gesuiti, come ci sono due modi di essere Chiesa. L’un modo inconciliabile con l’altro, e ciascuno legato al suo modello di Chiesa.
    Il grande inganno sta nel far credere che ci sia equivalenza o cintinuità tra i due modi. Come non c’ è nessuna equivalenza o continuità tra la Chiesa modernista di oggi e la Chiesa cattolica, altrettanto non c’ e equivalemza e continuità tra il Gesuita d’oggi e quello di ieri. (Ma questo vale sostanzialmente per tutti gli Ordini religiosi: tutti trascinati dentro il vortice della apostasia della chiesa moderna. Non è Schillebeeckx un frate minore, Chenu e Congar non sono domenicani? I Frati di Assisi non sono i promotori dell’ecumenismo e dialoghismo più esasperati?)
    (e perché, nell’articolo, nessuna memoria degli eroici santi Gesuiti dell’ Inghilterra divenuta protestante? Le loro esecuzioni a Tyburn, ” hanged drawn and quartered”
    sarà ben stata una testimonianza limpida, senza secondi fini, della loro fedeltà alla chiesa di Cristo, la vera Chiesa di Roma!)

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