Il Carmelo: occupandomi di Te frequentemente e umilmente[1].

Un cronista di gran classe, Jacques de Vitry (ϯ1240), tramanda che “Da ogni nazione che è sotto il cielo arrivavano nella Terra Santa pellegrini votati a Dio, e uomini religiosi attratti dal profumo di questi luoghi santi e venerabili… Inoltre certi santi uomini – rinunciando al mondo, accesi dal fervore della vita religiosa–sceglievano i luoghi più adatti in cui abitare, secondo le preferenze e i desideri di ciascuno. Alcuni… a imitazione del santo anacoreta, il profeta Elia, preferivano condurre vita eremitica sul Monte Carmelo… vicino alla fonte detta appunto ‘di Elia’… e qui in piccole celle simili ad alveari, come api del Signore, accumulavano il miele divino della dolcezza spirituale” (Orientalis et occidentalis Historia, cc. 51/ 52).

All’origine dell’ordine del Carmelo c’è un ritrarsi, una andare verso un luogo selvaggio, i primi gruppi di eremiti che raggiungono il monte Carmelo in Palestina potrebbero essere stati uomini tormentati che non trovavano una forma di pace a buon mercato (fu un caso la scelta della montagna dove il profeta Elia aveva combattuto contro gli idoli di Baal?), ma anche uomini che in questa lotta avevano scoperto due cose: la verità su se stessi si trova in Dio; la solitudine è la chiave preziosa per entrarvi dentro.

Mentre Crociati e Musulmani lottavano fra loro per il controllo della Terra Santa, in quell’oasi di pace quegli uomini adottarono l’armatura della fede rendendosi conto di dove era la vera guerra ed aprendo quindi i loro cuori e le loro menti alla guerra interna contro cui ogni uomo deve combattere.

Custodirono e approfondirono il silenzio della valle per tener a bada i demoni ed ascoltare la voce di Dio.

Questo stile di vita rimase come uno stigma in molte vocazioni carmelitane.

Vivere nel deserto dove la vita presenta condizioni rigide comporta che qualcuno soccomba e qualcun altro trova fonti ignote per una vita nuova: in quel momento il deserto diventa un giardino verde con vita.
Quelli che si avvicinarono al Carmelo furono persone in un certo senso ‘gettate’ nel deserto, dovettero affrontare condizioni rigide riuscendo però a trovare nutrimento ed appoggio spesso dove nessuno si sarebbe aspettato.

È per questo fatto che il Carmelo, e nell’immaginario collettivo maggiormente le monache carmelitane, richiamano immediatamente una scelta radicale per Dio, un’austerità tutta orientata alla preghiera, perchè i Carmeli, come vide bene Bernanos, sono case di preghiera.

Cerchiamo di addentrarci un po’  in questa Regola antica (1208/1247) come quella che gli eremiti, che nel XIII secolo si erano ritrovati sul monte Carmelo, chiesero al patriarca di Gerusalemme sant’Alberto  (ϯ1214).

La regola ha come cardine la fede, una fede precisa e non ambigua, fede in Gesù Cristo; al capitolo secondo, infatti, si dichiara che il frate deve vivere  in obsequio Jesu Christi (c. 2) e al capitolo conclusivo si ricorda che la nostra vita, a maggior ragione quella del religioso, è attesa del ritorno di Cristo: ipse Dominus, cum redierit (c. 24)!

Le norme previste dalla regola sembrano trovare il loro perno in una particolare indicazione: Maneant singuli in cellulis suis, vel iuxta eas, die ac nocte in lege Domini meditantes et in orationibus vigilantes, nisi aliis iustis occasionibus occupentur (c. 10)  che con il richiamo alla preghiera continua rappresenta l’architrave della normativa, infatti le brevi note che lo precedono preparano questa solitudine necessaria alla preghiera e quelle che lo seguono spiegano come ogni cosa debba essere ordinata a questo fine.

Il pregare incessantemente è stata una sfida per tutta la cristianità (il nostro bisogno di ‘brevità’ liturgica non è lì a dimostrare il nostro allontanamento dalla fonte della vita, Dio?).

Per il Carmelo la preghiera continua è stata, nei secoli, la cifra che ha attraversato l’Ordine (pensiamo alla grande riforma dei Calzati di s. Teresa di Gesù (ϯ 1582)) ed è stato un problema posto in termini sperimentali: si trattava anzitutto di come poter riempire di preghiera tutti gli spazi e i tempi interiori; in secondo luogo si trattava di imparare a pregare anche durante i tempi e gli spazi che si dovevano comunque concedere ad altre necessarie attività (fisiche, manuali) e perfino durante il sonno.

Su questa strada i monaci del deserto, e non solo, avevano sviluppato una tale comprensione dei meccanismi della mente, e delle tecniche di controllo del proprio corpo – talvolta perfino del mondo materiale –, che ci si domanda come mai oggi si vada tanto lontano a cercare qualcosa che è presente profondamente nella nostra tradizione.

Lorenzo della Risurrezione (ϯ 1691), un umile frate calzolaio carmelitano di Parigi, di cui Fénélon scrisse alla contessa di Montboron in questi termini: “Fra Lorenzo è rozzo per natura e delicato per grazia. E quest’insieme è amabile, e mostra Dio presente in lui” soleva ripetere, “Quando comincio il mio lavoro, pieno di fiducia, dico a Dio: `Ecco, Signore, Tu sei con me! Aiutami tu, assistimi! Tutto ciò che faccio, vorrei farlo per Te. Disponi di tutti i miei desideri’. Alla fine del mio lavoro rimango in colloquio confidenziale con il mio Creatore. O gli chiedo una grazia o gli dedico espressa-mente tutto il mio lavoro. Al termine di un lavoro, verifico come è venuto. Se ho trovato qualcosa di buono, ringrazio Dio. Altri-menti Gli chiedo perdono. Ho raggiunto uno stato in cui mi è altrettanto difficile non pensare a Dio, come una volta mi era difficile abituarmi alla Sua presenza”.

Oggi dove spesso la lectio divina diventa una seduta di parole, parole, parole occorrerebbe aver presente questo pensiero e ricordare, come diceva Origene (ϯ 253) che medita giorno e notte la legge del Signore non colui che si impadronisce con la memoria delle parole della legge, senza compierne le opere da essa comandate, ma colui che ha preso l’abitudine di ruminare quelle parole in modo da giungere alle opere corrispondenti, fin quando, attraverso l’esercizio continuo delle opere conformi alla Legge, egli diventa docile nel compiere tutto ciò che si addice a una vita perfetta secondo la Legge. E’ in questa maniera che gli sarà possibile “meditare la Legge di Dio giorno e notte”.

Ancora san Giovanni della Croce ricorda che bisogna misurare il nostro lavoro dalla nostra debolezza, ma i nostri sforzi sul nostro lavoro.

Ma torniamo alla Regola; come si diceva tutte le norme sono orientate alla necessità di pregare, ad esempio si dice: Loca autem habere poteritis in heremis, vel ubi vobis donata fuerint, ad vestrae religionis observantiam apta et commoda, secundum quod priori et fratribus videbitur expedire (c. 5).

La cella è lo spazio sacro dove l’anima incontra il suo Dio e le cose celesti si uniscono alle terrene e le umane alle divine. Per il servo di Dio, la cella è come il Tempio del Signore come diceva nel sec XV il priore generale Jean Soreth.

Ma questa cella è indicata dall’obbedienza e il non poter cambiare posto, se non per obbedienza, risponde ad un’esigenza di sempre maggior spoliazione, più totale spoliazione,come insegnano le parole di san Giovanni della croce: l’amore non consiste in grandi consolazioni, ma in una profonda spoliazione.

Allo stesso modo, il fatto che la cella del Priore, che rappresenta Cristo, fratres priorem vestrum honorate humiliter, Christum potius cogitantes quam ipsum, qui posuit illum super capita vestra (c. 23) sia collocata “all’ingresso” dell’eremo evocando in modo inequivocabile l’immagine di Cristo “porta dell’ovile”.

Tutte le celle convergono verso un centro: Oratorium, prout commodius fieri poterit, construatur in medio cellularum, ubi mane per singulos dies ad audienda missarum sollemnia convenire debeatis, ubi hoc commode fieri potest.

La Chiesa dell’eremo deve essere centrale; i frati non s’incamminano gli verso gli altri, ma verso Cristo di cui la Chiesa del convento è punto di arrivo.

La Regola termina con un’esortazione; per uomini che vivevano con una guerra a pochi passi queste parole dovevano assumere una risonanza particolare e particolarmente pregnanti:  “Ma poiché sulla terra la vita dell’uomo è una prova [cfr Gb 7, I ] e coloro che vogliono piamente vivere in Cristo devono soffrire persecuzione [cfr 2 Tm 3, 12], e il diavolo, vostro nemico, va in giro come leone ruggente in cerca della preda da divorare [cfr 1 Pt 5, 8], cercate con ogni cura di rivestire l’armatura di Dio, in modo da poter resistere alle insidie dell’avversario [cfr Ef 6, 11].

 I vostri fianchi siano cinti col cingolo della castità [cfr. Ef 6, 14]; il petto difeso da pensieri santi, poiché sta scritto: “Un pensiero santo ti custodirà” [Pr 2, 11, sec. i LXX]. Dovete indossare la corazza della giustizia [cfr Ef 6, 14], per poter amare il Signore, Dio vostro, con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la forza [cfr Dt 6, 5]e il vostro prossimo come voi stessi [cfr Mt 19, 19; 22, 37. 39].

Dovete sempre imbracciare lo scudo della fede, col quale potrete spegnere tutte le frecce infuocate del maligno [cfr Ef 6,16].  Infatti, senza la fede è impossibile piacere a Dio [cfr Eb 11,6].  Sul capo vi porrete l’elmo della salvezza [cfr Ef 6, 17], affinché attendiate la salvezza dall’unico Salvatore, che salva il suo popolo dal peccato [cfr Mt 1,21].

La spada dello spirito, poi, cioè la parola di Dio [cfr Ef 6, 17], sia abbondantemente [cfr Col 3, 16] nella vostra bocca e nei vostri cuori [cfr Rm 10, 8], e tutto quello che dovete fare, fatelo nella parola del Signore [cfr. Col 3, 17; 1 Cor 10,31]. (c. 20)”

Sembra di assistere alla vestizione di un soldato o alla preparazione di un prete per celebrare la Messa!

Torna in mente quella ritratto, e quel grande insegnamento, di san Giovanni della Croce: “«Se vuole esercitarsi nell’orazione perfetta – dice alla monaca – deve fare ciò che le dirò, anche se le costerà molto travaglio e molte asprezze, ma se non promette di eseguire il mio consiglio non glielo dirò». Marina di S. Angelo promette, anche se dovesse morire nell’impresa ed egli le comanda «di esaminarsi le potenze tre volte il giorno e di fare ogni mese, otto giorni di ritiro in cella, dedicandosi a questo esame». Le assicura che con ciò entro due mesi non avrà nell’anima altra preoccupazione che quelle di Dio e di se stessa. «Padre – aggiunge la monaca – mi dica come debbo esaminarle ». E fra Giovanni della Croce le risponde consigliandola di osservare se v’è qualche cosa che la tenga lontana da Dio e che le impedisca la presenza e la conversazione col suo Signore. Non deve comunicare con parenti e secolari, deve sottoporre i sensi a severo esame e perdere a poco a poco i suoi diritti fino a giungere a morire veramente a se stessa in relazione a tutte le cose.”.

Durante la salita al monte Carmelo non dimentichiamo: Un pensiero santo ci custodirà!

[1] Giovanni di san Sansone, O.Carm. (ϯ 1636)

Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

 caratteri disponibili

CERCO DIO SOLO: IL RACCONTO DEI GRANDI ORDINI RELIGIOSI (settima puntata) – di Giuseppe Fausto Balbo