Chi è realmente l’uomo, nella visione cristiana? L’espressione “la visione cristiana” è molto, troppo vaga, questo è vero; esistono delle differenze fra l’antropologia di san Paolo e quella di s. Agostino, fra quella di s. Tommaso d’Aquino e quella di Kierkegaard. La visione dell’uomo che emerge dal De contemptu mundi, di Lotario Diacono – il futuro papa Innocenzo III -, quanto mai cupa e pessimistica, non è paragonabile a quella che emerge dal Cantico delle creature di s. Francesco d’Assisi, tanto più serena e vivificata dalla speranza: evidentemente.

Esiste una teologia cristiana perché l’interpretazione del Vangelo, univoca nella sostanza, può presentare qualche differenza nei particolari; mentre non esiste, ad esempio, propriamente parlando, una teologia islamica, perlomeno non dopo Al-Ghazali, che reagisce ad Avicenna ed impone una volta per tutte l’interpretazione rigidamente letteralistica del Corano.

E tuttavia, nonostante le differenze fra i singoli pensatori e perfino tra i Santi, esiste una visione di fondo che è sempre la stessa, e che rimane tale per millecinquecento anni, fino alla grande spaccatura provocata dalla rivolta di Lutero. Questo perché, per millecinquecento anni, a parte le correnti eretiche dei primi secoli e quella dei catari, di chiara derivazione manichea, nel XII e XIII secolo (quindi sin dall’origine solo parzialmente legata al nucleo della tradizione cristiana), la Chiesa ha letto e interpretato il Vangelo in maniera sostanzialmente uniforme ed univoca.

L’uomo è stato creato come coronamento della creazione, a immagine e somiglianza di Dio: dunque, egli è stato creato come re, il suo destino era quello di regnare su tutte le altre creature. Dopo averlo ricolmato di beni e privilegi, compreso quello dell’immortalità, Dio ha voluto metterlo alla prova: gli ha imposto una sola proibizione,  di non cogliere né mangiare i frutti dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male.

E anche quell’unica proibizione, più che un divieto tirannico appare come una paterna preoccupazione (Genesi, 3, 3): Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete. I primi uomini, però, non superano la prova: Eva cede alla curiosità, all’ambizione e all’invidia, instillata in lei dalle parole del serpente: Sarete come Dio; e Adamo si fa convincere da lei. Ciò determina la caduta, i cui effetti si ripercuotono sui loro discenti e non tardano a farsi sentire. Oltre alla cacciata dal Paradiso Terrestre e al destino di subire la fatica, la vecchiaia e la morte, da allora anche la concupiscenza entra nei loro cuori e li avvelena: ed ecco il primo omicidio, che è anche un fratricidio: Caino uccide suo fratello Abele e poi nega le proprie responsabilità davanti a Dio.

L’uomo, dunque, continua a essere il re del creato, ma è un re miseramente decaduto; è un re piagato, come il Re Pescatore delle leggende arturiane; è un re mendicante, che vaga come un forestiero in cerca di un po’ di pace, ma senza trovarla mai del tutto. Più volte le sue colpe sono talmente gravi da muovere a sdegno il suo Creatore. Con la costruzione della Torre di Babele, gli uomini paiono voler dare l‘assalto al Cielo, ma vengono dispersi; poi, con il Diluvio Universale, Dio dà quasi inizio a una nuova umanità, salvando solo Noè ed i suoi familiari. E anche in seguito, singoli gruppi meritano castighi severissimi, come gli abitanti di Sodoma e Gomorra, i quali vengono inceneriti, e le loro città distrutte, mediante un pioggia di fuoco.

Un re decaduto, un re peccatore, un re che non adora il suo Signore, che si ribella, recalcitra, si svia, adora gli idoli, si prostra davanti a false divinità, fabbricate dalle sue stesse mani. Si può ancora considerare un re, costui? Non è quasi un’ironia continuare a considerarlo un re, viste le miserevoli condizioni in cui trascina la sua esistenza, fra ingiustizie, infedeltà e tradimenti d’ogni genere, sia verso Dio che verso i suoi simili? Ed è proprio questa ambiguità, questa natura anfibia dell’uomo a suscitare discordi interpretazioni della sua natura e del suo destino, nella lettura dei Padri della Chiesa e dei grandi teologi dell’epoca più fulgida della civiltà cristiana. Alcuni continuano a vedere in lui le tracce, sia pur sbiadite, della passata regalità; altri sottolineano la miseria dello stato presente, la sua condizione di medicante.

Il fatto è che Dio, per amore di questa creatura prediletta, ha deciso di compiere l’atto più sublime che si possa concepire: Incarnarsi nel corpo di un uomo, nascere alla vita come uomo, pur restando vero Dio: condividere, come Uomo-Dio, il destino degli uomini, esortandoli a rimettersi sulla retta via, a seguire la sua legge amorevole. Anche in altre religioni gli dei scendono sulla terra in forma umana, ma in nessuna Dio manda suo Figlio come vero uomo, a patire per loro e sopportare il sacrificio più grande: la morte, e la morte infamante sulla croce. Un atto di amore così totale, così smisurato, così sconvolgente, appartiene solo alla religione cristiana.

Per le altre religioni, così come per la filosofia greca e, poi, per le filosofie moderne, questa è una insensatezza; per la religione ebraica, una bestemmia: Dio non può farsi uomo, e tanto meno può morire ed essere sepolto, anche se per poi risorgere. Per essi è qualcosa d’inconcepibile, se non addirittura di sconcio e di scandaloso.

Per i cristiani, invece, questa è la loro fierezza: tanto grande è l’amore di Dio per gli uomini; e tanto grande era il posto che Dio aveva assegnato all’uomo, nel piano della creazione. Quel ruolo è stato irreparabilmente compromesso dalla Colpa originale? Qui entrano in gioco le differenti valutazioni. Perfino nel pensiero dello stesso autore, nelle diverse fasi della sua evoluzione, si possono cogliere sfumature differenti.

L’antropologia di s. Agostino, per esempio, è molto più cupa e pessimistica quando egli polemizza fieramente con l’ottimismo pelagiano, che nega le conseguenze irreparabili del Peccato originale; ma quando deve polemizzare con l’assai più cupo dualismo manicheo, il suo giudizio si attenua, si rischiara. Siccome l’ultimo Agostino è quello antipelagiano, nel suo pensiero resta un forte retaggio di pessimismo: ed è facendo leva su di esso, oltre che su un similare aspetto della teologia di san Paolo, che Lutero troverà il punto d’appoggio per lanciare la sua ribellione contro la Chiesa.

Per lui, come per l’ultimo Agostino, l’umanità è una massa dannata: pochi si salveranno, e quei pochi senza alcun merito, ma solo grazie alla fede. La quale, a sua volta, è un dono imperscrutabile di Dio; dunque, non c’è nulla che l’uomo possa fare per salvarsi, se è invece destino che si danni. Ma qui, in verità, siamo già fuori dell’alveo autentico del cristianesimo; questo non è più cristianesimo, è un ritorno agli aspetti più angosciosi e terrificanti dell’ebraismo, con la sola differenza che Lutero mette la Fede al posto della Legge.

Il risultato, comunque, è una certa dose d’ipocrisia: Pecca fortiter, sed crede fortius; ma non così aveva insegnato Gesù alla donna adultera, bensì: VA’ IN PACE, E NON PECCARE PIÙ. Quel non peccare più significa che l’uomo può e deve partecipare alla propria salvezza. E il punto è proprio questo: Cristo è morto sulla Croce per redimere gli uomini; ma ora tutti gli uomini sono chiamati ad imitarlo, a fare come Lui la volontà del Padre, a prende la Croce e a seguirlo. In tal modo, il re decaduto può ritornare ad essere re: mediante il sacrificio.

Un esempio di come il giudizio della filosofia cristiana sull’uomo sia ondeggiante fra pessimismo e ottimismo è dato dal pensiero di Luigi Bogliolo. La sua riflessione parte dalla constatazione che, nel cristianesimo, Dio non solo si rivela all’uomo, ma si fa addirittura Uomo, pur restando Dio; e ne ricava la conclusione che l’intera umanità viene innalzata ed è rivelata pienamente a se stessa da questa suprema Rivelazione di Dio a lui. Facendosi Uomo, Dio mostra all’uomo quale dovrebbe essere il suo vero volto, se si uniformasse totalmente alla Sua volontà.

Scriveva don Luigi Bogliolo (1910-1999), già professore ordinario di Metafisica alla Pontifica Università Salesiana e alla Pontificia Università Urbaniana e uno dei massimi filosofi cattolici del Novecento, nella voce La visione cristiana dell’uomo (in: Enciclopedia moderna del Cristianesimo, IV, Edizioni Paoline, 1960; cit. in: Rodolfo Di Chio Uomo, amore, felicità. Antologia di testi filosofici, Firenze, Bulgarini Editore, 1981, vol. 1, pp. 132-133):

L’avvento del cristianesimo segna una vera rivoluzione nella cultura umana proprio riguardo al concetto dell’uomo. Non meno che rivelazione di Dio all’uomo, il Cristianesimo è rivelazione dell’uomo all’uomo. Già la storia dell’Antico Testamento s’apriva con una vera apoteosi dell’uomo. Iddio interviene in modo particolare quando crea l’uomo e lo crea dopo tante altre cose, quasi per significare che egli è il fine della creazione. Lo crea con l’altissimo destino di divenire socio e compartecipe della stessa vita divina e subito gli ordina di riempire la terra di sé, di prenderne possesso e di assoggettarla, di collaborare con lui al perfezionamento della creazione. Queste idee erano rimaste però chiuse e circoscritte al popolo eletto. Si chiariranno in pieno e diverranno universali con la venuta di Cristo.

Il fatto storico (che è insieme dogma e mistero cristiano) dell’Incarnazione darà le vere dimensioni del mistero umano. L’inserimento della natura umana nella natura divina, nell’unità personale del Cristo implica una comunione e una partecipazione fra Dio e l’uomo: è vero che Dio diviene vero uomo, ma è anche vero che un Uomo diviene vero Dio. L’esaltazione della natura umana nel Cristo implica l’esaltazione di tutta l’umanità. L’Incarnazione non porta soltanto Dio al centro della storia umana, ma vi porta anche un Uomo.

D’ora in avanti al centro della storia, come al centro della realtà, non vi sarà soltanto Dio, ma anche l’uomo, inseparabilmente, perché inseparabili sono le due nature in Cristo. Unità personale della natura umana e della natura divina in Cristo, continuità ontologica fra la persona di Cristo e l’umanità tutta, indissolubilmente vincolata a Lui per molteplici titoli per titolo di parentela divina e umana, per titolo di conquista redentrice, per titolo di appartenenza totale.

Con il Cristo, per il Cristo, nel Cristo l’uomo diviene l’unità ontologica del molteplice; unità della storia, unità del cosmo, centro dell’universo. Scopo dell’uomo è continuare il Cristo nella partecipazione alla natura divina, nei suoi destini eterni, nella sua centralità universale. È questo il contenuto filosofico dell’Incarnazione e di quell’altro dogma che è il complemento dell’Incarnazione: la dottrina del Corpo mistico, enunciata da Cristo medesimo, abbozzata da S. Paolo, elaborata dai Padri della Chiesa nel corso dei secoli cristiani fino ad oggi.

Nella dottrina cristiana il concetto dell’uomo assume le dimensioni stesse della divinità: non sarà mai possibile elaborare un concetto più grandioso, più suggestivo, più ricco di implicanze. Nella luce del Cristianesimo la persona assomma tutti i valori della creazione: in essa tutto si salva o tutto si perde. La dottrina del Corpo mistico risolve i rapporto tra individuo e comunità. Questo nucleo del pensiero cristiano intorno all’uomo, che qui possiamo solo brevemente delineare, pervade e fermenta il Cristianesimo  di tutti i secoli e nella misura in cui il Cristianesimo domina la civiltà occidentale, pervade e fermenta la nostra civiltà e la nostra cultura. È anzitutto una teologia rivelata, positiva, storica, ma una teologia e una rivelazione che implicano una filosofia.

A prima vista potrebbe sembrare esagerato il concetto cristiano dell’uomo così come si è brevemente abbozzato. Bisogna allora distinguere due momenti: il momento metafisico e il momento storico. Dal punto di vista metafisico l’ottimismo umanistico del Cristianesimo è senza riserve: l’uomo è il compendio di tutti i valori creati, potenziato dalla grazia fino all’infinito. Dal punto di vista storico l’ottimismo cristiano è sempre temperato da quel’altro fatto storico, avente gravi conseguenze pratiche, che è la caduta originale. E prima ancora dal fatto che l’uomo rimane pur sempre creatura e dunque soggetto alla limitazione e perciò stesso alla defettibilità e all’imperfezione. Per quanto grande, l’uomo non è Dio, per quanto al centro della realtà, rimane subordinato a Dio.

Come si vede, il dato antropologico è quello: l’uomo è un re; e, dopo l’Incarnazione di Gesù, è un re parzialmente restaurato. Parzialmente, perché lo stato di Grazia, che in lui era abituale prima della Caduta, ora è divenuto precario: lo può acquisire e lo può perdere con relativa facilità. La Chiesa è stata creata per quello, per assicurare al credente, soprattutto mediante i Sacramenti, la permanenza o il recupero dello stato di Grazia, dopo ogni singola caduta nel peccato. Si vede, perciò, quale immensa importanza abbia il Sacramento della Confessione, o Riconciliazione; e si vede come ogni pratica tendente a sminuirlo, a banalizzarlo, a svuotarlo, vada in senso diametralmente opposto alla sua reale ragion d’essere.

Quando, per esempio, il signor Bergoglio afferma che il penitente, se si vergogna dei suoi peccati, può anche astenersi dal confessarli; quando afferma che la Confessione dovrebbe somigliare a una chiacchierata fra amici, nel corso della quale il sacerdote evita di porre domande, e lascia che sia il penitente a parlare di quel che si sente, come si sente, egli sta facendo una cosa gravissima; sta colpendo al cuore il sacramento della Confessione e sta vanificando l’opera della Grazia. Senza sincero pentimento, né proponimento di non peccare, non c’è piena confessione; e allora non c’è perdono. E senza quest’ultimo l’anima resta immersa nel peccato, nel senso di colpa e nell’angoscia. Altro che re: se si vergogna innanzi a Dio, l’uomo dimostra di non aver capito nulla.

 

Per gentile concessione dell’Autore: accademianuovaitalia.it

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