Dopo “Il ritmo della creazione”, continuiamo la pubblicazione delle riflessioni sul monachesimo di Giuseppe Fausto Balbo, che per Riscossa Cristiana ha già scritto una serie di articoli sulla storia degli ordini monastici.

Andando in chiesa appoggia la tua mano alla porta dicendo: ‘Aspettate qui pensieri malvagi, preoccupazioni, intenzioni, sentimenti del cuore, desideri della carne.  ‘Tu, invece, anima mia, entra nella gioia del tuo Signore’”.  (Stefano di Salley XIII sec.).

Si rimane colmi di meraviglia rendendoci conto che “il nostro cervello è un organo splendido e maestoso che pesa poco più di un chilo e trecento grammi, ma che contiene circa 10 miliardi di cellule nervose, o neuroni,… è possibile descriverlo attraverso il modello del cervello trino (che) descrive tre aree all’interno del cervello, progettate per operare come un’unità che funziona in modo coordinato… la neocorteccia è in correlazione con l’elaborazione cognitiva e con l’elemento fondante della cognizione; le emozioni sono l’ambito del cervello limbico e dell’elaborazione emozionale; il cervello rettile corrisponde all’elaborazione sensomotoria, che include gli elementi fondanti del movimento, della percezione dei cinque sensi e delle sensazioni viscerali”. (P.Ogden, J.Fisher, Psicoterapia sensomotoria, Cortina Milano 2016, p. 127).

Mente e corpo sono indissolubilmente legati e, nel cristianesimo, in substantia. Poniamo veramente attenzione a quanto afferma il Canone Romano? “Qui pridie quam pateretur, accepit panem in sanctas ac venerabiles manus suas, et elevatis oculis in caelum ad te Deum Patrem suum omnipotentem, tibi gratias agens, benedixit, fregit, deditque discipulis suis, dicens: Accipite, et manducate ex hoc omnes. Hoc est enim Corpus meum.”

Non è forse giunto il tempo di comprendere (e accettare) che una delle vie privilegiate di accesso a Dio è il corpo? È una novità? Se leggiamo con attenzione l’esperienza dei padri del monachesimo, estendendo il termine a tutte le formazioni religiose fino al Concilio di Trento, osserviamo che questa consapevolezza è sempre rimasta viva, almeno fino a quando la cristianità occidentale si è ripiegata su una forma di dualismo i cui effetti nefasti paghiamo oggi a caro prezzo osservando con pena lo smantellamento della fede ad opera della chiesa stessa.

I Nove/Quattordici modi di pregare di san Domenico sono, ad esempio, una delle testimonianze più compiute della sintonia tra corpo e mente nell’esperienza cristiana latina, della capacità del cristiano di declinare se stesso nella sua integralità per una piena aderenza al progetto di Dio che è la comunione profonda con Lui.

Quando Stefano, abate cistercense di Salley, suggerisce, come abbiamo visto, un comportamento (presente nella tradizione dell’ordine fin dalla fondazione), altro non fa che indicare un mezzo concreto per decongestionare il corpo e liberare la mente prima di incontrare il Signore.

Dopo secoli di spirito cartesiano, penetrato a fondo anche nel cristianesimo, sentiamo un bisogno profondo d’integrazione tra spirito, psiche e corpo, di conoscenza e di superamento delle ombre oscure che sono nell’uomo.

I ‘pensieri’ (i λογισμοί/logismoi del monaco Evagrio) hanno mobilitato generazioni di monaci nel tentativo di ‘calmarli’, ci sono molti pagine interessanti che ci permettono di capire quale lavoro spirituale, a partire dal corpo, veniva svolto in ambiente monastico. Nella vita di san Cutberto (ϯ 687), monaco e vescovo britannico, scritta dal benedettino san Beda il Venerabile (ϯ 735) si racconta di come si immergesse di notte nell’acqua profonda uscendone solo al mattino; ma non era stata già un’esperienza di san Benedetto quando si era gettato sui rovi?

Quando il monaco svizzero Notkero di San Gallo (ϯ 912) si alza la notte prima dell’inizio delle Vigilie e si porta ai vari altari della chiesa abbaziale non cerca forse di ‘calmare’ dentro di sé quel turbinio che alla fine scopre essere il demonio che lo tenta?

Nel IV capitolo della Regola di san Benedetto (4,57) leggiamo: mala sua praeterita cum lacrimis vel gemitu cotidie in oratione Deo confiteri (ogni giorno confessare a Dio le proprie colpe con lacrime e gemiti), anche se oggi si preferisce tradurre cum lacrimis vel gemitu: con profondo dolore…

Paolo Diacono (ϯ 799), monaco benedettino di Montecassino, commentando questo passo dice che il monaco, per soddisfare l’indicazione della Regola dovrà determinare il momento preciso, di solito di notte, e il luogo dove dedicarsi a questa preghiera, prostrato per terra, in piedi o seduto.  Qui avrà agio di rivedere tutti momenti della vita di Cristo in attesa del dono delle lacrime.  Se queste non sgorgheranno, potrà sempre ricorrere ai gemiti, perché accessibili a tutti.

Del resto la vita spirituale, quella che ci fa immergere in Dio, non trova il suo calco esemplare nella lotta notturna tra Giacobbe e l’Angelo al guado di Iabbok?

Il tentativo, moderno, di rendere tutto razionale e sentimentale con il risultato di escludere la realtà concreta (del corpo) trova un esempio particolarmente significativo in un’esperienza oggi molto di moda: la “lectio divina”.

Talvolta può succedere di trovarsi in una ‘lectio divina’ che si traduce in un discorso più o meno lungo (e noioso) tra chi la conduce e le persone che poi devono ‘sforzarsi’ con una bibbia in mano di spremere le meningi per far uscire un’idea che ‘riempia il cuore’; si deve leggere lentamente, ci si deve fermare di fronte ad un versetto lungamente per nutrire il cuore, o lo spirito, confuso spesso con le emozioni, e non passare a quello seguente se non quando i sentimenti si sono raffreddati e l’attenzione dissipata.  I monaci, loro, restavano su un versetto molto a lungo fino a quando non l’avessero messo in pratica.

San Girolamo (ϯ 420) nella lettera 127 parlando di Marcella, che aveva lungamente studiato la Bibbia, dice: “Aveva capito che la meditazione non consiste solo nel ripetere i testi della Scrittura…perché sapeva che avrebbe posseduto l’intelligenza delle scritture dopo aver tradotto nella vita i comandamenti.”.

Oggi siamo ben distanti dall’invito pressante, presente in tutti i maestri di spirito, di verificare di essere sempre nella retta fede.

Nel monachesimo la Lectio Divina è sinonimo di Sacra Pagina (s. Cipriano: “Sit manibus divina lectio”, De zelo et livore, cap 16); la Lectio Divina non ha come oggetto la Sacra Scrittura, ma la stessa Sacra Scrittura è scuola di vita (e di preghiera) dei monaci.

Oggi si tende a trasformare la lectio in un esercizio, un esercizio tra gli altri, anche quando lo si considera il più importante di tutti.

Si fa una mezz’ora o un’ora di lectio per giorno e poi si passa alle altre attività.  In pratica si cerca di adottare un’attitudine gratuita di ascolto di Dio durante una mezz’ora e poi ci si rivolge alle altre attività della giornata con la stessa frenesia, lo stesso spirito di competizione, la stessa distrazione, a questo punto che fine ha fatto la ricerca costante della presenza di Dio?

I monaci (ma non solo) erano concreti, con i piedi per terra, attenti e consapevoli dell’importanza di essere interamente coinvolti (cioè ‘voltati’) verso/in Dio.

Il supporto di questo impegno era offerto da molte strategie corporee; abbiamo testimonianze innumerevoli, per esempio, dell’uso di fare genuflessioni (oggi così disdegnate!).

I certosini dopo l’avvento della stampa hanno trovato dei piccoli lavori (orto, falegnameria ecc.) da svolgere in cella per rilassare la tensione di una vita assai esigente; fino a quel momento si erano occupati della preparazione dei manoscritti, operazione che mobilizzava tutto l’uomo, le mani, le braccia, gli occhi, la testa.  La comparsa della stampa ha reso superfluo il lavoro dei copisti, ma si è determinata una perdita compensata da un incremento d’intellettualizzazione.

In conclusione, è utile riandare, con un rapido colpo d’occhio, all’esempio più evidente giunto a noi attraverso la biografia di san Domenico (ϯ 1234).

La tradizione riferisce di nove modi di pregare, ma esiste anche un manoscritto che ne cita ben quattordici.

Vediamoli in modo analitico:

  1. In piedi profondamente inchinato, si umiliava dinanzi all’altare.
  2. Completamente disteso con la faccia contro la terra.
  3. Con una catena di ferro si dava la disciplina.
  4. In piedi e a mani aperte fissava lo sguardo nel Crocifisso.
  5. Davanti all’altare, in posizione ben eretta, senza appoggiarsi né sostenersi con le mani aperte sul petto come (a sostenere) un libro.
  6. Con le mani e le braccia completamente aperte e stese a forma di croce.
  7. Si protendeva tutto verso il cielo, come una freccia scoccata dritta in alto: elevava le mani tenendole tese sopra il capo, ora congiunte ora un po’ aperte come a ricevere qualcosa.
  8. Si sedeva tranquillamente e, dopo essersi fatto il segno della croce, apriva un libro e leggeva. E mentre leggeva così in solitudine, faceva atti di riverenza verso il suo libro, chinandosi spesso a baciarlo, soprattutto se si trattava del Vangelo o vi leggeva riportate le parole proferite da Cristo. Poi…si alzava alquanto, con riverenza, e inclinava il capo. Quindi di nuovo calmo e tranquillo riprendeva a leggere.
  9. Quando a piedi viaggiava, sovente si separava dagli altri e pregava da solo. Si accendeva allora come fuoco ardente. Da altre fonti sappiamo che “ruminava alcuni salmi” cantava l’«Ave maris stella» o il «Veni creator spiritus».

Come si può osservare le componenti psicofisiche e spirituali sono giocate costantemente. È come se il gesto fisico riuscisse ad esprimere il contenuto teologico (ad es. come Cristo si umilia assumendo la natura dell’uomo, così san Domenico si prostra ripetendo nel suo corpo il gesto di Gesù e imprimendolo in questo modo nella sua mente (è un messaggio neuronale preciso).

Darsi la disciplina, ad esempio, non è in primis un esercizio penitenziale, ma è il corpo che passa alla mente il processo dell’amore redentivo. Protendersi verso il cielo come una freccia è esprimere un’attrazione profonda che crea quella tensione verso Dio, dal Quale solo si può ricevere il segno di comunione.

In Quaresima, un tempo, si era soliti stendere un gran velo violaceo davanti al presbiterio in modo tale che nessuno fosse in grado di osservare i Misteri che vi erano celebrati. Questo simbolo richiamava alla penitenza necessaria a causa dei nostri peccati prima di poter contemplare la gloria della Risurrezione.

Questa tradizione è scomparsa e forse ormai non eserciterebbe più una valenza simbolica: oggi è sotto gli occhi di tutti il grande velo che oscura il volto di Dio proprio al cuore della Sua Chiesa per opera degli uomini di chiesa.  Le sofferenze che attendono quanti rimarranno fedeli alle parole di Cristo potrebbero essere assai difficili da sopportare se non si avrà una consapevolezza intensa della profondità di quelle parole: gli ispirò in faccia un soffio di vita e l’uomo fu fatto anima vivente (Gn. 2,7).

3 Responses

  1. Sì, tutto vero. ma non dobbiamo dimenticare che il corpo è il servo dell’anima così come la materia è subordinata allo spirito.
    Guardiamoci dallo “spiritualismo” orientalizzante che espunge Dio, ma anche dal materialismo moderno che a fortiori lo esclude.
    Il corpo nella liturgia (e… nella vita) è importante, del resto è stato creato da Dio, ma al fine di portare l’anima in Paradiso, di fronte a Dio ch’è purissimo spirito e non ha corpo. L’Altissimo non è corporeo. com’è ben noto. Tanto dovrebbe bastare non per escludere il corpo (così anche escludere tout court la materia sarebbe assurdo), ma per porlo ad uno stato inferiore (in ogni senso) all’anima e allo spirito. Il pensiero della Chiesa, lo dico a margine, è ben esposto nella voce “Spirito” dell'”Enciclopedia Cattolica”, ove si ricorda la paolina subordinazione della materia allo spirito, quindi del corpo all’anima. Questa è Tradizione ergo dottrina. Non demonizzare il corpo è giusto, ma altrettanto giusto è precisare che passa principalmente attraverso il corpo l’occasione di peccato, basti pensare alle…

  2. E aggiungo un aspetto che mi pare d’assoluta importanza. Il “culto del corpo”, distinguo più o meno opportuni a parte, è un prodotto della modernità e sta in capite nella scala disvaloriale anticristiana. Questo va ribadito con forza.
    Una precisazione sia concessa in quanto essenziale: non è “la chiesa stessa” che sta demolendo fede e dottrina, ma la contro-chiesa bergogliana e vaticano-secondista. La Chiesa cattolica è un’altra cosa, è e resterà santa, apostolica e romana sino alla fine dei tempi per divina promessa (“non praevalebunt”) ed è sempre la stessa bimillenaria Chiesa fondata da Gesù, sussistente nei vescovi, preti e fedeli (moltissimi) ancora integralmente cattolici (la Chiesa non è costruita sul numero, ma sulla Verità che con il numero non ha pertinenza). Non esistono due Chiese, ma una sola: la Chiesa cattolica. L’eresia di Bergoglio and Co. ha a capo il demonio, ed è la contro-chiesa ingannatrice.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

 caratteri disponibili