di P. Giovanni Cavalcoli, OP

Cristo pantocratore

la purificazione dopo la morte

 

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Nel nostro corso di escatologia trattiamo oggi di un argomento che riguarda una possibile condizione della nostra anima successiva alla morte. Al momento della morte, secondo la fede cristiana, si aprono due fondamentali possibilità e sta a ciascuno di noi operare la scelta: o la perfetta e piena comunione con Dio nella beata contemplazione del suo Volto, dovutamente purificati da ogni peccato, ciò che tradizionalmente vien chiamato “paradiso”; e questa è la salvezza eterna; oppure la ribellione orgogliosa, decisa e definitiva a Dio ed alla sua legge, il rifiuto di pentirsi dei propri peccati e quindi il rifiuto cosciente e volontario della sua misericordia, per fissarsi ostinatamente per sempre nella propria perversa volontà, ciò che vien chiamato “inferno”; e questa è la perdizione eterna. La pena eterna non è che una logica conseguenza di tale scelta.

Ovviamente chi si danna non lo fa per amore della pena eterna, cosa psicologicamente assurda, ma solo per soddisfare la sua sconfinata superbia, per la quale, ritenendosi assolutamente e divinamente libero, il reprobo preferisce la sua volontà a quella di Dio. E pur di soddisfare la sua superbia, il dannato accetta anche la pena dell’inferno. Egli ragiona così: meglio libero all’inferno che in paradiso schiavo di Dio. Naturalmente lasciamo a lui il suo concetto di libertà …

Detto questo, dobbiamo però precisare che l’acquisto della salvezza dopo la morte può presentare due aspetti ovvero un’alternativa: o l’ottenimento del paradiso, ossia della eterna beatitudine che nasce dalla perfezione finale della carità e dalla visione immediata dell’essenza del Dio trinitario; oppure il raggiungimento di un misterioso luogo ultraterreno di purificazione, luogo nel quale l’anima si intrattiene per una data durata di tempo, meglio chiamato “eviternità”, tanto quanto è necessario perché l’anima, dovutamente purificata, paghi il suo debito e sia resa degna di raggiungere il paradiso. E’ questo il purgatorio.

Del purgatorio vi sono accenni già nell’Antico Testamento (II Mac 12,46), ma anche soprattutto nel Nuovo (Mt 12,31 e I Cor 3, 13-15). Questa verità di fede fu poi confermata dai Concili di Firenze (1439-1442) e di Trento. La ritroviamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica (nn.1030-1032).  Purtroppo essa è stata negata dai protestanti ed anche oggi è possibile trovare dubbi o addirittura negazioni tra i cattolici o chi si professa tale. Un errore oggi diffuso è che tutti ci salviamo ed anzi risorgiamo immediatamente dopo la morte, per cui non esiste né inferno né purgatorio.

Il Concilio di Firenze invece insegna, dal canto suo, che le anime del purgatorio possono essere aiutate nell’espiare la loro pena da suffragi di vario genere, come la celebrazione della Messa, la preghiera e l’elemosina. Tra queste pratiche vanno annoverate le indulgenze, che sono benefìci spirituali concessi dall’autorità ecclesiastica, che consistono nell’accorciamento o nel totale annullamento della pena del purgatorio mediante il compimento da parte del fedele di alcune pie pratiche, benefìci ottenuti attingendo ai meriti di Cristo e di tutti i Santi.

La pratica delle indulgenze non è che un aspetto secondario, ma non privo di utilità ed importanza, del dinamismo della Redenzione, per la quale appunto noi, come Chiesa, nel compimento delle buone opere, ci valiamo dell’energia purificatrice e santificatrice che ci viene dai meriti della santissima Passione di Nostro Signore Gesù Cristo. In tal modo l’opera di salvezza compiuta dal cristiano non è racchiusa nei soli limiti dell’umanità terrena, ma si estende anche a quella parte di umanità che si trova in purgatorio. E, come ha detto la Madonna ai pastorelli di Fatima, esistono in purgatorio anime che hanno maggiormente bisogno della divina misericordia, anche perché forse si tratta di anime dimenticate per le quali nessuno prega. Buona pratica pertanto, come ci suggerisce la Santissima Madre di Dio, è quella di pensare ad esse in modo speciale.

Queste pie pratiche, col benestare della divina provvidenza, possono accorciare la durata della pena sino a toglierla del tutto. Tuttavia le anime purganti sono sostanzialmente salve e sante, per cui, secondo una pia tradizione, esse pregano per noi e possono intercedere per noi, perché già sostanzialmente gradite a Dio e certe della loro prossima beatitudine.

S.Paolo accenna ad una pena del “fuoco”, che in qualche modo può essere assimilata a quella infernale, benchè mentre questa castighi un’irrevocabile empietà e sia il sigillo dell’eterna dannazione, la pena del purgatorio, come si è detto, è purificatrice e solo temporanea, mentre dobbiamo ritenere che per quanto anch’essa sia severa, essa resta ben meno dura della pena del fuoco infernale.

La pena del purgatorio, tuttavia, per quanto severa, è mitigata dall’assoluta certezza che l’anima purgante ha di essere salva e quindi dalla dolcissima attesa dell’incontro con lo Sposo divino. Alcuni oggi, seguendo le idee di Lutero, vorrebbero avere una simile certezza della propria salvezza. Invece il Concilio di Trento ci avverte dell’essenziale importanza di coltivare, insieme con la speranza della salvezza, anche un salutare timore, che è quello che ci rende cauti e vigilanti, e ci dà quella sagacia che serve ad evitare le fascinose tentazioni e le sottili insidie delle false dottrine, per procedere sicuri sul sentiero della verità e della carità. E’ questo il modo vero di avere la pace in questa vita e di fondare una sicura speranza, impedendoci di essere dei citrulli presuntuosi, che credono di poter confidare nella divina misericordia senza fare opere di penitenza e continuando a peccare liberamente.

C’è da pensare inoltre che coloro che fossero in purgatorio al momento della Parusia di Cristo e dovessero scontare una pena la cui durata oltrepasserebbe il momento della medesima Venuta, dato che con questa Venuta cessa il purgatorio e i conti vengono chiusi, queste anime vedranno la loro pena accorciata in modo da terminare comunque col momento della Parusia. Ora, però, perché sia rispettata la giustizia, possiamo ragionevolmente credere che l’intensità della pena dovrà aumentare proporzionatamente alla durata che viene accorciata. Sarebbe come uno che – mi si scusi il paragone – invece di pagare a rate, paga tutto in una volta.

Come poi un’anima possa patire dal fuoco e di che tipo sia il fuoco del purgatorio o dell’inferno, sono questioni che da sempre i fedeli si son posti, ma la cui risposta non è certo facile, dato che su questi punti non abbiamo chiare spiegazioni nella Scrittura o sicuri pronunciamenti del Magistero della Chiesa, che si limita a parlare di “fuoco” senza spiegarci in che cosa consista e come esso possa tormentare lo spirito. Indubbiamente il simbolo del fuoco è molto significativo per rappresentare una terribile sofferenza e quindi una pena molto severa.

Ma attorno a questo “fuoco” si accumulano le domande: come agisce? Quale esattamente la sua natura e la sua configurazione? Chi lo alimenta? Da che cosa promana? Che effetti produce? L’iconografia tradizionale se la sbriga presto, rappresentandolo pari pari a come è il fuoco di quaggiù. Ma il teologo vorrebbe chiarimenti che i pittori non possono dargli. Ovviamente non abbiamo qui lo spazio per tentare una risposta.

Tuttavia, nella visione cattolica tradizionale, pare si tratti di un vero fuoco, benchè non identico a quello che comunemente conosciamo, ma soltanto simile, come se questa sostanza fisica potesse agire ed attuarsi secondo due livelli: uno, terreno, che è quello che cade sotto la nostra esperienza, ed uno ultraterreno, che è quello che si attua nell’inferno e nel purgatorio. Da notare che nella tradizione cattolica anche i demòni patiscono il fuoco dell’inferno, benchè si tratti, come le anime dei defunti, di puri spiriti.

La difficoltà di concepire uno spirito che patisca l’influsso di una sostanza fisica come il fuoco è dato dal fatto che, per quanto ci dice la nostra esperienza, un insulto fisico può sì essere avvertito dal nostro spirito – e proprio in ciò consiste la vera e propria sofferenza -; ma ciò avviene solo per la mediazione dei sensi. Invece, nel caso del purgatorio, l’anima, che è priva del corpo (la cosiddetta “anima separata”) patisce           direttamente da un agente fisico o analogo ad un agente fisico.

Ma forse il punto sta proprio qui: che il fuoco del purgatorio non è identico al fuoco come lo sperimentiamo in questa terra, ma ha qualcosa di superiore, possiede, secondo la volontà della divina giustizia, che nel caso del purgatorio è anche misericordia, un’energia speciale capace appunto di tormentare lo spirito con finalità purificatrice, similmente – e questo è un paragone che troviamo nello stesso S.Paolo – alla funzione purificatrice del fuoco nei confronti dell’oro, fuoco che lo libera dalle scorie e lo fa splendere in tutta la sua bellezza. Qualcosa di simile opera il fuoco del purgatorio.

L’anima purgante possiede già tutta la bellezza dell’anima santa; ma questa bellezza è nascosta, per così dire, sotto uno strato di sporcizia, conseguenza dei peccati commessi in vita. Ebbene, il fuoco purificatore gradatamente, nel corso di una certa durata eviterna, libera l’anima da questa immondizia fino a che, totalmente pulita, è degna di presentarsi presso il trono dell’Altissimo per godere in eterno della visione beatifica.

Spieghiamo adesso l’uso del termine “eviterno”, “eviternità”. Si tratta di un concetto tradizionale, oggi purtroppo spesso dimenticato anche dai teologi, con grave danno per un’adeguata ed ortodossa escatologia. Occorre pertanto recuperarlo. L’eviternità è una durata che sta in mezzo tra l’infinita durata dell’eternità propria di Dio, e la finita durata temporale propria delle realtà corporee, uomo compreso.

L’eviternità è la durata delle sostanze spirituali finite nel mondo ultraterreno, si tratti delle anime dei defunti o degli angeli (santi o decaduti). Essa ha un inizio, ma non ha una fine. Il fatto che la sostanza spirituale finita non abbia corpo non vuol dire che non abbia una sua durata, che può essere in qualche modo misurata in modo simile a quello della durata temporale. Ciò permette di parlare di pene del purgatorio più o meno lunghe.            La durata eviterna comporta nel soggetto spirituale, in modo simile a quello della durata temporale, una successione di atti volontari o di eventi, i quali, benchè ormai estranei all’attività meritoria, che è relativa, per gli esseri umani, solo alla vita presente, non per questo non sono produttivi anche in relazione al mondo dei vivi.

Così si spiega l’attività di intercessione dei santi del paradiso e delle stesse anime purganti, nonché le espressioni di certi Santi, come per esempio S.Teresa di Gesù Bambino, la quale promise, prima della morte, di “passare il suo cielo” a far piovere grazie – o, come ella si esprimeva, “petali di rosa” – sulla terra o S.Domenico di Guzmàn, il Fondatore dell’Ordine dei Predicatori (Domenicani), il quale similmente disse che in  paradiso avrebbe operato più efficacemente per il suo Ordine di quanto non aveva potuto fare sulla terra.

C’è inoltre da ritenere che almeno parte delle sofferenze purificatrici sia dedicata per riparare colpe commesse verso il prossimo durante la vita mortale, mentre possiamo essere certi che l’anima purgante nel contempo prega per quelle persone nei confronti delle quali durante la vita ha commesso dei torti, dei quali si è pentita, ma la cui pena deve essere ancora pienamente scontata.

Come dunque esiste una storia quaggiù, esiste anche analogamente una storia nell’al di là, si tratti del paradiso, del purgatorio o dell’inferno. La storia della Chiesa non è solo una storia di quaggiù, ma c’è anche una storia della Chiesa celeste e di quella purgante. Questo forse a volte ce lo dimentichiamo. Tutta la Chiesa, come un corpo solo, è in cammino verso la Parusia e Cristo verrà sia per la Chiesa terrena che per quella ultraterrena.

Così per esempio, secondo la testimonianza credibile di molti ed anche una mia personale esperienza, le anime purganti, col permesso divino, possono eccezionalmente apparire tra di noi per chiedere preghiere per il riposo eterno della loro anima. Questa convinzione è così tradizionale ed antica nel popolo cristiano, che esiste anche l’espressione popolare dell’“anima in pena”, per esprimere una persona angustiata che si aggira tra di noi.

Nel purgatorio si scontano quelle pene temporali che sono dovute ai peccati veniali e che sono rimaste in sospeso al momento della morte. Occorre pareggiare i conti. Queste pene di norma dovremmo scontarle quaggiù mediante la penitenza e l’accettazione delle prove della vita, in modo da volare subito in paradiso al momento della morte.

Ma se siamo pigri o trascurati nel fare quest’opera di giustizia, di purificazione e di preparazione, e tuttavia siamo in grazia di Dio, ecco che, per poter essere ammessi all’eterna beatitudine, abbiamo bisogno di un periodo previo di purificazione, più o meno lungo a seconda dell’entità dei peccati che abbiamo commesso. Per andare ad un pranzo di nozze, se presentemente siamo in blue-jeans e maglietta, occorre che ci mettiamo prima l’abito di nozze.

Infatti, mentre la pena del peccato mortale è l’inferno, pena che ci vien tolta quando noi confessiamo un peccato di questo tipo, la pena del peccato veniale, essendo solo temporale, si presta ad essere scontata quaggiù, cosa che è possibile e doveroso fare, almeno in linea di principio. Ma se non la scontiamo qui, dovremo scontarla di là e con maggiore severità, almeno secondo l’opinione dei teologi.

Da qui l’opportunità di portare ogni giorno la nostra croce, come ci prescrive del resto Nostro Signore, e di fare spesso penitenza, così da eliminare ogni giorno le scorie dei peccati veniali, i quali sono frequenti ed inevitabili anche nei santi, in modo simile a quello col quale ogni giorno curiamo la nostra igiene personale, così da mantenerci sempre mondi e puliti, e da poter avere relazioni gradite al nostro prossimo e a Dio, purissimo Spirito. Ora, se abbiamo cura di presentarci decorosamente davanti agli altri, quanta più cura non dovremo avere nel presentarci dignitosamente davanti a Colui che ci ha creati, ci ha redenti col suo sangue e ci dona Se stesso, nonchè i nostri fratelli ed ogni cosa più bella che esiste nel creato?

 

Bologna, 6 ottobre 2011

 

 

 

 

 

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CORSO DI ESCATOLOGIA – di P. Giovanni Cavalcoli, OP. Quinto capitolo: La purificazione dopo la morte