Il sipario sulla vicenda del piccolo Alfie Evans doveva inevitabilmente calare. I teatrini di chi ha finto di difenderlo hanno spento tutti i riflettori. Il sacrificio compiuto con la complicità di chi avrebbe dovuto impedirlo. Alfie, quindi, può e deve essere dimenticato, così come chi lo ha preceduto sulla stessa via del martirio voluto dai signori in camice bianco, toga o talare.

Esiste però un “dopo Alfie”, così come è esistito un “dopo Charlie”, un’industria produttrice di carburante per la macchina della morte che avanza coinvolgendo accademie, associazioni, consulte, e tutto ciò che riguarda il mondo della bioetica o di ciò che ne rimane. Se l’interesse per i piccoli innocenti immolati è nullo, grande è quello che riguarda invece la loro agenda ripro-genetica post-mortem.

Nel caso di Charlie Gard, i maghetti della nuova eugenetica riuscirono subito ad abbindolare la famiglia suggerendo, a pochi giorni dalla uccisione per soffocamento del bambino, approfondimenti diagnostici per capire l’origine della sua malattia. Essi dimostrarono che Connie, madre di Charlie, è portatrice sana di una rara sindrome di deplezione mitocondriale. Una volta dimostrato finalmente che il problema era genetico, si fecero avanti i luminari della provetta. A parlarne fu proprio Connie Gard all’interno di un’intervista rilasciata al Daily Mail passata in Italia sotto silenzio:

We would need o have a type  of IVF called pre implantation genetic diagnosis, known as PGD, where embryos are screened  for the condition. Charlie brought such joy azand love into our lives that we can’t possibly imagine not having a family in future”. Che tradotto vuol dire: “Avremmo bisogno di un tipo di IVF chiamato diagnosi genetica pre-impianto, noto come PGD, dove gli embrioni vengono sottoposti a uno screening per la condizione. Charlie ha portato tale gioia e amore nella nostra vita che non possiamo immaginare di non avere una famiglia in futuro”.

IL FUTURO FELICE È IN PROVETTA Ai Gard è stato fatto pensare che il futuro felice lo possa garantire solo la provetta. Le tecniche di fecondazione in vitro avanzano nelle sperimentazioni, e negli ultimi anni la diagnosi prenatale è stata trasferita dalla fase post-impianto a quella pre-impianto. La nuova prospettiva sbandierata ai Gard dopo la morte del figlio è proprio questa: praticare la Diagnosi Genetica Preimpianto (PGD), permettendo così di identificare precocemente, addirittura prima dell’impianto in utero, la presenza di malattie genetiche o di alterazioni cromosomiche nell’embrione prodotto in vitro, in caso di coppia ad “elevato rischio riproduttivo”. Una sorta di vaccino contro il “figlio malato” che appaghi il desiderio del “figlio perfetto”, al riparo così da rischi di tipo genetico.

Così, gli individui portatori sani di una determinata malattia avranno l’accesso alle tecniche di diagnosi preimpianto e avranno accesso a un trattamento di “procreazione medicalmente assistita” (PMA) che permetterà la ricerca degli ovociti da fertilizzare con gli spermatozoi paterni. Una volta ottenuto l’effetto “fertilizzazione”, dagli embrioni ai primi stadi di sviluppo si preleveranno una o due cellule per analizzare il DNA in modo specifico, in relazione al tipo di malattia genetica da diagnosticare. Gli embrioni che risulteranno non affetti dalla patologia genetica, si potranno trasferire nell’utero ottenendo così una gravidanza al riparo da quella malattia specifica. Tutti gli embrioni “malati” saranno ovviamente buttati via.

GENETICA EMBRIOCIDA Una mia cara amica, del tutto inesperta in materia, mi raccontava dell’esperienza scioccante avuta di recente con un medico genetista a cui si era rivolta. Facendo specifici esami, aveva scoperto che sia lei sia il marito erano portatori sani di fibrosi cistica. Un caso rarissimo e difficilissimo da incrociare perché, solitamente solo uno dei due partner è portatore della malattia. Nello spiegare i referti che confermavano questa cosa, il medico, vedendo la mia amica piangere, si è molto meravigliato e le ha detto che non c’era nulla per cui piangere dal momento che avrebbe potuto tranquillamente ricorrere alla “procreazione medicalmente assistita”. A questo punto la mia amica, a digiuno di qualsiasi informazione in merito, ha chiesto al medico se esisteva la probabilità che tutto andasse bene al primo tentativo. Il dottore, con grande disinvoltura, le ha risposto che no, non sempre va subito bene perché non è detto che si trovi subito l’“embrione sano”. Alla domanda successiva sulla sorte di tutti gli altri embrioni, il medico risponde dice: “signora, semplicemente vengono scartati e si riprova con un’altra fecondazione”. Quante vite spensieratamente buttate? Quanti figli sacrificati sull’altare del desiderio?

COMBINATORIA GENETICA DELLA MORTE Statistiche, calcoli, percentuali, inoculazione del terrore: questi sono i mezzi con cui la necro-etica porta avanti i suoi obiettivi. Arrivando ad Alfie e ai suoi genitori, non può sfuggire il medesimo tentativo di azionare la combinatoria genetica della morte. A parlarne, riprendendo le dichiarazioni di Steadfast Onlus che ha seguito la vicenda degli Evans, è stato il giornale dei vescovi.

Dopo che Tom e Kate, il 3 settembre scorso, hanno rivelato negli studi dell’emittente inglese Itv di essersi sottoposti a esami genetici per capire se la malattia di Alfie avrebbe potuto colpire anche il secondogenito (nato lo scorso 8 agosto), l’associazione Steadfast ha specificato che «la malattia di Alfie probabilmente è il “deficit di Gaba transaminasi”, una malattia molto rara del metabolismo del Gaba, caratterizzata da encefalopatia epilettica neonatale-infantile grave e accelerazione della crescita. Il deficit di Gaba-T ha una trasmissione autosmica recessiva». Ecco «perché Tom e Kate singolarmente non ne sono affetti, ma avendo figli insieme hanno, per ogni figlio, il 25% di possibilità che nasca malato» – conclude la nota di SteadFast.

Gli esami genetici sono stati eseguiti di sicuro dopo che Kate portava già nel grembo il secondogenito, e probabilmente sotto consiglio dei medici. La percentuale –  il 25%  – risulta identica a quella che fu comunicata ai coniugi Gard; ai quali fu detto che, essendo Connie portatrice sana della sindrome, in un caso su quattro il gene malato del genitore portatore sano si sarebbe trasferito al feto.

Il titolone di Avvenire parla di una possibile cura per i bambini affetti dalla stessa patologia di Alfie, guardacaso in contemporanea alle rivelazioni degli Evans. Lo stesso fa Steadfast, la Onlus presieduta da Emmanuele Di Leo, che ha riportato la notizia in Italia. D’altra parte l’attuazione del programma era già cominciata a poche ore dalla morte di Alfie, quando Mariella Enoc, colonna dell’Ospedale Bambin Gesù di Roma, dichiarò che bisognava «capire le origini genetiche di questa malattia, innanzitutto per tutelare la giovane mamma nelle future gravidanze».

Detto fatto. Il messaggio che la nuova genetica necrofila vuol far passare è proprio quello di una “prevenzione” che uccida il difetto e crei la presunta perfezione, o comunque il rafforzamento dell’essere umano nascituro, definito dai manipolatori della genetica human enhancement. Non dimentichiamoci di ciò che la racchia, lesbica e femminista Shulemith Firestone, pioniera del genderismo, predisse con grande enfasi maligna: “La riproduzione della specie verrà rimpiazzata dalla riproduzione artificiale”– diceva –e “la tirannia della famiglia biologica sarà finalmente spezzata”.

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Di questa barbarie bioingegneristica, divenuta strumento nelle mani del Male abbiamo parlato con la professoressa Giorgia Brambilla, bioeticista ed insegnante al Regina Apostolorum di Roma.

Professoressa Brambilla, la genetica sembra esser diventata la parte mancante di una cultura di morte che s’insidia soprattutto nella riproduzione. Cosa sta succedendo?

Bisogna innanzitutto dire che oggi ci troviamo nel regno della più totale “libertà””. In ambito procreativo, una tale “liberta” fa sì che non intervenire sul divenire della generazione diventi un problema morale ed intervenire – vuoi interrompendo le gravidanze di feti malati, vuoi selezionando il migliore tra più feti possibili, vuoi un giorno, quando sarà possibile, migliorando alcune caratteristiche (statura, muscolatura, memoria, ecc.) – diventi un obbligo. Questo accade da quando, appunto, la genetica ha fatto capolino nella riproduzione. Dalla germinal choice di Hermann Muller all’ingegneria genetica, la prospettiva è quella di ottenere il miglior risultato possibile. Fin dalla sua origine, infatti, lo stesso counselling genetico si è imposto nel panorama procreativo, non solo come un servizio per informare la coppia circa le possibili malattie genetiche trasmissibili ai figli, ma come “bussola” per discernere l’opportunità o meno di dare alla luce dei figli.

Cosa rende una tecnica, prendiamo ad esempio lo screening genetico prenatale (diagnosi prenatale o diagnosi preimpianto), desiderabile a tal punto da quasi non poterne fare a meno?

Le possibilità che oggi la scienza propone entrano a far parte della nostra percezione della realtà, al pari di come il consumismo crea bisogni piuttosto che soddisfarli. Pertanto, ciò che avviene è la creazione non solo di aspettative, ma proprio di nuovi standard a cui conformarsi. Ed è il confronto con questa realtà a mutare poi il sistema valoriale. Il “tecnicamente possibile” muta il nostro approccio alla realtà generando bisogni, insoddisfazione e dunque nuovi bisogni. È qui che avviene il passaggio da ciò che posso a ciò che devo.

In tal senso, richiedere la diagnosi prenatale o, quando sarà possibile, la manipolazione genetica in senso migliorativo, non rientra in un percorso clinico particolare percorribile in alcuni e ben determinati casi, ma è la routine. E questo non tanto o non solo in virtù di una certa valutazione etica della pratica stessa che per alcuni può essere condivisibile e per altri no, ma perché in termini culturali il figlio è un bene “prezioso” che si decide di far rientrare nella propria vita in un dato momento e non in un altro, che va ad incastrarsi all’interno di una vita che scorre e che corre, pianificata secondo un progetto che non prevede errori, anche perché non si avrebbe il tempo per risolverli.

All’interno di un quadro come questo, evitare la nascita di figli cromosomicamente difettosi si ritiene fuori di dubbio e si accarezza l’idea di un figlio che sia in grado di sostenere stress psico-fisici da prestazione sempre più elevati. E questo non sempre perché si è cattivi o, fatto un ragionamento ed elaborato un giudizio, perché lo si considera eticamente lecito, ma il più delle volte perché si è ingranaggi di questo sistema: in pratica, se non c’è una forte presa di coscienza, un risveglio della responsabilità e dunque una riappropriazione della libertà autentica, è inevitabile scivolare in questa mentalità funzionalista ed efficientista che porta ciascuno a considerare le proprie ragioni nella ricerca di un figlio sano – e in alcuni casi perfetto – se non plausibili perlomeno sufficienti. E il tecnicamente possibile diventa umanamente desiderabile e moralmente obbligante, a meno che si decida di smettere di stare a mollo in questo fiume in piena della “società liquida, ri-scoprendo la verità – come vuole il greco a-letheia, letteralmente svelamento – la quale, illuminando la ragione, modella e guida la libertà nelle scelte particolari. Solo se radicato nella verità l’uomo smette di naufragare alla ricerca di una libertà illusoria.

Come nel caso di Charlie, con Alfie si è tenuto a parlare di questo “rischio genetico”, assolutamente da evitare o addirittura da prevenire proprio attraverso tecniche di manipolazione genetica. Qual è qui il problema?

Nell’intervento genetico – sia esso selettivo sia esso migliorativo – chi è sottoposto a giudizio, il figlio, non è più “fine in sé”, ma egli stesso deve raggiungere un fine, quello dei genitori. Dunque, se prima il figlio dipendeva dai genitori in termini di causa fiendi, ora vi dipende come da causa essendi. In particolare, l’ingegneria genetica migliorativa produce quello che Habermas chiama paternalismo sui generis, un condizionamento definitivo – perché irreversibile – che stravolge la base di ogni rapporto di uguaglianza tra gli uomini. I genitori, infatti, hanno pro-creato aspettative e pro-iettato idealizzazioni sul figlio, senza tuttavia concedergli il beneficio di svincolarsi da esse; seppur con “ansie protettive”, gli hanno impedito fin dall’inizio di essere ciò che è, irrevocabilmente e, tramite un’aspettativa unilaterale e incontestabile, hanno semplicemente deciso in base alle loro preferenze, come se potessero arbitrariamente disporre di una cosa.

Infatti, quando una certa persona prende una decisione irreversibile sull’auspicabile composizione del genoma di una seconda persona nasce tra i due soggetti un tipo di relazione che mette a repentaglio il presupposto dell’autocomprensione morale di persone autonomamente agenti e giudicanti. La convinzione che a tutte le persone spetti un eguale status normativo, e che tutte debbano darsi simmetrico e reciproco riconoscimento, discende da una ideale reversibilità delle relazioni interumane. Nella prassi genetica, invece, è distrutta la normale reciprocità tra soggetti, in quanto il “designer” dispone delle caratteristiche genetiche del programmato, il quale potrebbe, una volta nato, anche comprendere e giustificare le intenzioni del programmatore, ma non modificarle. In altre parole, il “prodotto” non può a sua volta progettare un “design” per il suo “designer” .

In aggiunta a questo, bisogna tenere conto della mentalità con cui si considera il “difettoso” o colui che potrebbe esserlo laddove, dalla consulenza genetica precedente l’eventuale gravidanza, i genitori risultassero portatori di una malattia. Sembra tanto che, come nell’eugenetica del passato, la società si debba “immunizzare” dagli “imperfetti”, o addirittura difendersi – come nelle tesi ambientaliste di malthusiana memoria – dai suoi simili. La proposta sarebbe quella prospettata dal “Mondo nuovo” di Huxley e ampiamente rappresentata dai film “distopici” che ora vanno per la maggiore: sostituire la procreazione con la fecondazione artificiale, in modo da poter scegliere chi mettere al mondo. Solo i migliori, è ovvio! Una domanda sorge spontanea: chi decide e in base a quali criteri chi sia il “migliore”? Forse gli stessi che hanno stabilito quale fosse il “best interest” di Alfie? È chiaro che qui la questione antropologica e biopolitica ha una portata gigantesca, che non possiamo trascurare per nessuna ragione al mondo.

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6 Responses to Dopo Alfie: un inferno scientificamente corretto – di Cristiano Lugli

  1. Oswald Penguin Cobblepot ha detto:

    In fin dei conti ci siamo arrivati. Distruzione della famiglia ed eugenetica selettiva sono la stessa declinazione del medesimo progetto: l’Uomo Artificiale, l’essere umano perfetto e senza radici se non quelle dei suoi creatori. E perciò stesso i suoi padroni. L’UltraUomo – bellissimo e perfetto – di Nietsche, nella sua versione del XXI secolo, costituisce la negazione finale dell’ordine divino: “Crescite et multiplicamini, et replete terram” (Gen. 1, 28).

  2. Giovanni C ha detto:

    Consiglio a chi non l’ha visto di guardare e a chi l’ha visto di rivedere il film “Gattaca”:un film del 1997 che l’articolo dimostra come è prossimo per essere trasformato in realtà.

  3. Tonietta ha detto:

    Ad Ermanno Von Reichenau, detto “lo storpio” o anche “il contratto” o “il rattrappito”,i monaci a cui era stato affidato dovettero costruire una sedia apposita su cui potersi in un certo qual modo accomodare per contenere le sue deformità. Eppure, nonostante il suo strazio del vivere (per la malformazione del palato e delle labbra neanche riusciva a farsi capire quando parlava), chi lo conobbe non poté fare a meno di amarlo e di godere della sua gioiosa amicizia e della sua acuta intelligenza. Ebbe come caro amico e biografo Bertoldo il quale parlò di lui come di una persona sempre sorridente e amichevole e amata da tutti.Se egli non fosse mai nato non sarebbero giunti fino a noi lo stupendo inno del Salve Regina, l’ Alma Redemptoris e alcuni altri da lui composti.
    Oggi, al tempo delle mire prometeiche dell’essere perfetto, frutto di una società senza Dio, prospettandosi la nascita di un bimbo con tali deformità, si deciderebbe senz’altro di non farlo mai nascere.

    • Alessandro2 ha detto:

      Brava Tonietta. Propongo anche questo breve intervento di Giulio Meotti del 2014, a proposito di eutanasia infantile in Belgio:
      “Sono giorni di terribile e spudorato infanticidio in Europa, con l’approvazione in Belgio della prima legge per l’eutanasia pediatrica e dei bambini disabili. Così mi è tornata in mente una storia che pochi, credono, conoscano. Parla di due bambini che nacquero la stessa notte nello stesso villaggio in Austria. Il maschio gridava in maniera vigorosa, era forte e sano. La femmina aveva una voce flebile e soffriva della sindrome di Down. Questa bambina sarebbe stata di aiuto ai genitori, che una volta malati non potevano permettersi una domestica. La figlia disabile si prese cura di loro. I medici austriaci a distanza di tanti anni non ricordano il nome di quella bambina. Ma non possono dimenticare quello del maschio: Adolf Hitler”.

  4. irina ha detto:

    L’uomo per crearsi il paradiso in terra, come vediamo, si sta costruendo l’inferno fin da qui. Sono grata alla vita per avermi dimostrato, nei fatti, che la sterilità dei coniugi e/o una fertilità malata ha sempre significato per entrambi gli sposi che loro, insieme, avevano un altro degnissimo compito da assolvere , diverso dalla paternità e maternità fisica. Compito che il Signore ha mostrato loro e nell’adempierlo, per difficile che fosse, li ha sostenuti sempre.

  5. GIUSEPPE FORMICA ha detto:

    Grazie a C. Lugli e a RC per lo spazio che ddedicano ad argomenti cosi crucuali ignorati volutamente da tutti per creare una mentalita debole e strumentalizzabile

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