Dal pensiero normale all’ultra-cogitazione

 

di Piero Vassallo


 

Acuta protagonista del Novecento filosofico, Maria Adelaide Raschini ha rammentato che “tracotanza” è parola discendente dalla disposizione dell’intelletto debole ma rovente all’ultra-cogitare.

Mentre il pensiero normale cammina faticosamente sulle spinose vie della ricerca in biblioteca, l’ultra cogitazione  si libra nei cieli dell’inaudito, dell’inesplorato e del meraviglioso.

Purtroppo il volo sconsiderato fa crescere sulla pelle del cogitante/volante le penne del pavone. Fatalmente sull’ultra cogitazione si rovesciano tutti i colori della tavolozza grottesca.

Ora i pensatori volanti/tracotanti costituiscono un popolo di grandi e di minori: Cartesio e Guénon, Spinoza e Nietzsche, Schelling ed Evola, Marx e Pier Luigi Bersani, infine l’Hegel propriamente detto e l’Hegel de noantri, il pensatore neodestro Enrico Nistri.

La ghettizzata destra andava stretta al fiorentino Nistri. Di qui la sua spirituale adesione a quella nuova destra che era stata inventata (lo rammentava Francisco Elias de Tejada) da tardi e spuri interpreti della dialettica hegeliana.

Folgorato dall’involuzione dell’hegelismo, Nistri sentenziò che nuova destra era “una definizione impropria (la destra è eterna o non è) per un’esigenza giusta“.

Nell’eternità para-hegeliana maturò l’adesione di Nistri alla geniale, fulminante proposta dei Alain De Benoist: uscire dal ghetto indossando la tonaca dei ghettizzatori. Et… et…: la destra interiore e la sinistra esteriore. L’anima con gli amici il corpo con i nemici.

I neodestri e con loro Nistri credettero che il tram sessantottino, un tram chiamato Massimo Cacciari, fosse fermo davanti alla porta della loro casa. La via al nichilismo vaselinoso era finalmente aperta. Di lì a poco gli amici di Nistri avrebbero alzato il vessillo di Onan & Thanatos.

lnIl Nistri-pensiero, per il momento, non navigò sulla gondola di Cacciari. Nistri rimase a Firenze, per assumere – umilmente – la funzione di Demiurgo incognito della destra avanzante al seguito di Silvio Berlusconi.

Il saggio autobiografico “I tre anni che sconvolsero la destra” narra, appunto, la gloriosa impresa di un cocchiere immaginario.

La svolta di Tangentopoli sorprese Nistri mentre, in esonero sindacale, “leggeva in un giardino pubblico della periferia fiorentina il saggio sulla fine della storia di un Spengler con gli occhi a mandorla”.

In quel tempo Nistri imitava il cantautore Alberto Fortis guardando il mondo da un oblò: criticava in pectore Giano Accame, autore di “Socialismo tricolore” e scopriva che il pool di Milano era somigliante a un soviet.

Il 26 settembre del 1993 la svolta. “Vincendo una ripugnanza dettata dalla paura dei ricordi” Nistri si recò ad ascoltare un comizio di Gianfranco Fini, un politico da lui ammirato moderatamente. La sua superiore stima era, infatti, rivolta all’altro Fini, Massimo “eterno bastian contrario, protagonista, nei primi anni Ottanta, con Mughini e Galli Della Loggia, della rivista apocalittica Pagina”.

L’attrazione esercitata dal Msi sull’apocalittico Nistri era forte, ad ogni modo: “Nelle file delle organizzazioni giovanili missine sono passati i giovani più promettenti, la potenziale classe dirigente di una nazione“.

L’incontrollata tendenza ad esagerare e un’indole mite, carduccianamente/piamente bovina, fecero credere al buon Nistri che persone quali Fini, Perina, Gasparri, Granata, La Russa, Matteoli, Urso, Frassinetti, Malgieri, Bocchino ecc. fossero all’altezza di governare l’Italia.

A sè stesso, Nistri attribuiva modestamente l’occulto esercizio “di un peso determinante sulla storia” (op. cit., pag. 33).

Premuta da un peso determinante, il 28 marzo del 1994 la storia mutò indirizzo e il Polo di centrodestra vinse le elezioni. Se non che le scelte di Berlusconi delusero profondamente il Demiurgo fiorentino, mentre Fini assumeva un atteggiamento remissivo: “Il leader di Alleanza nazionale maturava quell’atteggiamento di gratitudine forzosa, di soggezione se non di sudditanza psicologica nei confronti di Berlusconi”.

Nistri, intanto, avviò una per lui felice collaborazione alla terza pagina del “Giornale” che già ospitava pensatori della neodestra, della destra architettonica e della destra filo israeliana: Giuseppe Del Ninno, Gianfranco De Turris, Mario Bernardi Guardi e Carlo Fabrizio Carlì.

Ciarrapico, intanto, nominò direttore della prestigiosa rivista “Intervento” Marcello Veneziani, il quale offrì a Nistri l’opportunità di qualificarsi nel ruolo di intellettuale neo-hegeliano.

Una polemica avviata dal “Secolo d’Italia” consentì a Nistri di consolidare la vecchia, venerante amicizia con gli stimati sincretisti del suo amato GRECE.

Fu invece avvelenato il rapporto di Nistri con Piero Buscaroli, autore di un pesante articolo in cui sosteneva che Fini, figlio di un benzinaio, aveva un avvenire da lavavetri. La stima esagerata per il segretario del Msi fece battere il cuore urgente e sdegnato di Nistri, che rispose a Buscaroli affermando, a cuore leggero, che “piuttosto di dedurre il comportamento dei figli dal mestiere dei padri, è piuttosto logico dedurre dall’atteggiamento di certi giornalisti la professione delle madri“. Un’imprudenza che costò cara a Nistri: fu escluso dalla collaborazione al “Giornale” e, querelato da Buscaroli, fu condannato a pagare un pesante indennizzo. La sentenza segnò anche la fine della carriera del Demiurgo invisibile.

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