A proposito dell’esecuzione del giornalista americano James Foley

di Clemente Sparaco

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Negli scatti che documentano lo sgozzamento e la decapitazione del reporter americano James Foley da parte di un terrorista islamico dell’Isis, il primo appare in ginocchio con indosso un camicione arancione, simile a quello dei detenuti della base di Guantanamo a Cuba, mentre il secondo, incappucciato, con un mano tiene la testa dell’ostaggio e nell’altra ha un lungo coltello col quale si appresta a mettere in atto il suo gesto.

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Dallo sfondo scarno e come sospeso del deserto emergono due elementi: il cappuccio e il volto.

Il cappuccio

Il cappuccio dice giustizia in un senso che è allo stesso tempo terribile ed inaccessibile.

Figlia di un Dio senza volto, che non conosce misericordia né compassione, essa è esercitata nel segno dell’ira verso un condannato che è “come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori” (Isaia 53,7). La guerra religiosa è, infatti, spietata, perché i nemici sono nemici di D io e, in quanto tali, vanno sfigurati anche nella dignità di essere umani.

Ma il terrorista non è un folle. Il suo disegno è lucido e coerente. Persegue un modello di califfato islamico, in cui ogni aspetto della vita civile e politica è regolato dalla sharia, ossia dai principi religiosi contenuti nel Corano e nella variegata serie di tradizioni islamiche. Per lui la rivelazione coranica è tutto e deve ordinare, in nome di Dio e come immediata conseguenza della sua parola, tutti i rapporti sociali, nonché i rapporti fra i popoli.

Egli compie un gesto rituale, che affonda le sue radici in ancestrali tradizioni, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, e si sente autorizzato dal Corano e dalla Sira, la biografia ufficiale di Maometto (che narra che lo stesso profeta “nel 627 partecipò allo sgozzamento e alla decapitazione di circa 800 ebrei della tribù dei Banu Qurayza alla periferia di Medina” – come ha richiamato Magdi Cristiano Allam in un suo recente articolo).

Il Corano non è il parallelo di ciò che per i cristiani sono le Sacre Scritture. Esso non è traducibile né interpretabile e tanto meno ad esso è applicabile (come invece è stato fatto per la Bibbia ed il Vangelo) una lettura di tipo storico-critica. Il Corano è la madre del Cielo – esiste dall’eterno presso Dio ed è increato – scende dal cielo in Maometto cui è dettato (non ispirato) dall’arcangelo Gabriele. Il Corano – recita la seconda sura al versetto 1 – è “il Libro della certezza assoluta dato da Dio ai credenti”. Quindi, è piuttosto il parallelo di ciò che per i cristiani è il Cristo, il Verbo eterno di Dio sceso in terra, ma di un Cristo che non conosce il patire si è caricato delle nostre sofferenze né si è addossato i nostri dolori” (Isaia 53), un Cristo solo Dio e niente uomo (sono documentati, del resto, gli influssi del monofisismo sull’islamismo).

Il Corano contiene prescrizioni precise, spesso minuziose: bisogna applicarle integralmente se si vuole essere un buon musulmano (questa l’idea dei fondamentalisti!).Perciò, niente compromessi con la modernità né esitazione lungo la via che importa l’applicazione della Legge. Semmai, si tratta di liberare l’islam dalle forze del male che lo assediano, perché la spiegazione del mondo e della storia è rigidamente dicotomica, come quella di chi crede di poter separare nettamente il bene dal male, l’amico dal nemico, e di agire di conseguenza. Tutto quello che non è fede è “Jahiliya” (tenebre), cioè tentativo di mettere dei feticci al posto di Dio e della Shari’ah e deve essere annientato.

Lo sbocco naturale di questa lotta di liberazione è la violenza, contrabbandata, per altro, con toni drammatici ed escatologici. Il terrorista ingaggia una guerra in cui sente di avere dalla sua la verità e la vittoria. La fede nell’unico e vero Dio vince le armi e i valori religiosi vincono le potenze economiche e i mezzi tecnologici, per quanto prodigiosi quelli possano apparire.Egli, quindi,usa l’arma del terrorismo¸ non solo perché non possiede capacità militari di tipo convenzionale pari al nemico da combattere, ma anche perché “il terrorismo” porta alle estreme conseguenze l’idea che la storia abbia un fine assoluto da realizzare. Da qui una presunzione diabolica rispetto a quelli che considera infedeli, che lo porta a giustificare le forme di violenza più efferate ed aberranti.

Il volto

Il prigioniero appare inerme e rassegnato. Egli non ha argomenti a sua discolpa, perché la sua non è una responsabilità personale, ma collettiva, in quanto appartenente a quelle tenebre che contrastano la vittoria dell’unico e vero Dio. Pertanto, attende la morte; e che morte!

Ciononostante il suo volto emana una forza che supera in dignità la maschera del suo aguzzino. Conserva, infatti, un’estrema compostezza e gravità, una differenza infinita ed incatturabile, che mostra di essere ben al di là dei proclami altisonanti, dei giudizi tracotanti e della stessa violenza atroce che l’oltraggerà.

Volto significa riconoscibilità e riconoscibilità rimanda ad un nome, ad un’identità personale, inconfondibile, con quei tratti che portano impressi un’eredità genetica e il segno di quello che si è nel profondo. Dietro un volto, infatti, non ci si può nascondere, né si può sfuggire. Lo sa bene l’aguzzino, che nasconde la sua identità dietro un cappuccio e così la sua personale responsabilità.

Il volto – ha scritto E. Lévinas, un filosofo ebreo che ha vissuto gli anni delle persecuzioni naziste e dell’olocausto – impedisce la totalizzazione. (…) Il volto è presente nel suo rifiuto di essere contenuto…”.Perché il volto, nella nudità del suo offrirsi, spezza ogni totalità assolutizzante, ogni imperialismo ideologico, resiste ad ogni logica o fede che pretenda di soffocare le differenze in nome di un’idea, di un principio, religioso o ideologico che sia.

Nel volto è custodito, quindi, qualcosa di trascendente che non si lascia ridurre da nessun disegno (foss’anche quello di un fanatismo religioso chiuso e sordido), la resistenza ad ogni logica di dominio e possesso.

Ed è questo forse quanto la Bibbia intende affermando che l’uomo è immagine di Dio.

Il volto, esso sì, è traccia di Dio!

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5 Responses to Il cappuccio e il volto  –  di Clemente Sparaco

  1. Diego ha detto:

    Mi ha colpito molto una frase dell’ultimo articolo di Pucci Cipriani, quando parla delle reazioni ad un discorso di Benedetto XVI: “A colpire il Pontefice fu il portavoce di Bergoglio don Marcò, anche se tutti sapevano che quello era il pensiero del più potente dei vescovi argentini, il Card. Bergoglio, appunto, che definì “infelice” il discorso del Santo Padre terminando con una “chiusa” minacciosa: “Se il Papa non riconosce i valori dell’Islam (i valori dei “mozzateste” e dei terroristi islamici ? n. p. c.) e tutto il dialogo, avremo distrutto quello che è stato costruito in vent’anni”.
    Mi piacerebbe sapere se davanti ad immagini tremende come queste (soprattutto considerndone l’esito), Bergoglio ha ancora voglia di “Riconoscere i valori dell’Islam”!
    Temo, purtroppo, che nascondendosi dietro la FAVOLA dell’ “islam moderato”, il pensiero di Bergoglio non sia cambiato di una virgola.

    • Diego ha detto:

      P.S.: OTTIMO ARTICOLO, la differenza di dignità fra quel volto scoperto e il cappuccio di quell’assassino è infinita!

  2. andrea ha detto:

    Quello che mi preoccupa in questa epoca sono gli islamisti, e’ pieno di moschee a Roma, nessuno li controlla, che forse si stanno organizzando per invadere Roma, occupando San Pietro, altro che fratelli, questi ci potrebbe tagliare la testa a tutti, noi per mettere in pratica il Vangelo la dottrina la pace ci dobbiamo nascondere perche’ perseguitati, loro devono mettere in pratica quello che dice il corano e fanno atti diabolici, se ci invadono gli Islamisti, o scappiamo dalle nostre citta’ o veniamo martirizzati
    PACE E BENE

  3. Dario ha detto:

    Essere cristiani non significa non difendersi e non difendere. Trovo che la seguente lettera ce lo spieghi molto bene:
    “Essa (la crociata) non è contro i Turchi in quanto tali, non è contro la loro infedeltà, ma bensì è una difesa contro la loro guerra di conquista che minaccia l’intera comunità dei cristiani, la sorte dei pellegrini uccisi e minacciati, cristiani di Terra Santa ridotti alle condizioni di schiavitù e obbligati ad abiurare il Cristo Crocefisso. Noi dobbiamo portare la pace di Cristo con la carità ed ogni mansuetudine, ma se essa viene espugnata con la spada, seppur questa va deposta fra cristiani, essa va impugnata per difenderli, secondo il monito di Nostro Signore: chi di spada ferisce di spada perisce, solo ci si avveda che non sia il cristiano ad impugnarla per primo, ma solo per difesa”. -Santa Caterina da Siena-

  4. Simone ha detto:

    Con tutto il rispetto, ma Maometto è sicuramente uno dei Falsi Profeti di cui ci parlava Gesù.
    Per quanto riguarda questi combattenti dell’ISIS (se consideriamo sia coloro che operano in Iraq sia coloro che operano in Siria parliamo circa di 80 mila uomini) io ritengo che siano per lo più dei pazzi e degli squilibrati, che non trovano un posto nella società in cui vivono (si veda ad esempio lo statunitense Douglas McAuthur McCain morto qualche giorno fa in SIria mentre combatteva dalla parte dell’ISIS): ad esempio penso che in Italia sicuramente ci sono migliaia di persone sull’orlo del suicidio, disperati, violenti, sbandati etc… il problema è che l’Islam radicale da’ loro una scusa per sfogare la propria frustrazione, facendoli sentire martiri per una causa… Va detto che circa una cinquantina di cittadini ITALIANI sono partiti per la Jihad o hanno in qualche modo favorito il reclutamento di altri guerriglieri; una volta finita la guerra in Iraq e Siria torneranno a casa… cosa succederà?

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