Cerchiamo oggi di approfondire il tema della cura e dell’assistenza dell’anziano da un punto di vista filosofico e bioetico. Perché, se una volta l’anziano era visto come il saggio da rispettare, onorare e all’occorrenza curare e proteggere nella sua fragilità, oggi è diventato invece un elemento inutile di cui persino i parenti farebbero a meno e su cui i centri di assistenza specializzati fondano il proprio business dimenticando, quasi sempre, il concetto di carità? E perché, nei confronti del malato, trionfa una mentalità utilitarista e funzionalista? Ne parliamo con la professoressa Giorgia Brambilla, che insegna bioetica nell’ateneo pontificio Regina Apostolorum di Roma.

Professoressa, qual è il motivo fondamentale che, secondo lei, muove la società a questa totale indifferenza verso una categoria così debole come quella degli anziani?

Senza dubbio una visione funzionalista della realtà, della società e, quindi, dell’humanum, in cui l’interesse generale diventa il criterio di normalità a cui il singolo deve attenersi e in virtù del quale qualsiasi cosa viene giudicato idonea o non idonea, utile o meno utile. L’anziano, a un certo punto, viene “congedato”, come si dice nel film “The giver”. Noi non siamo ancora arrivati all’eutanasia di massa, ma la stiamo costruendo piano piano, attraverso la svalutazione delle persone in questa fase della vita, che nel tempo le indurrà a richiedere per sé la morte, spontaneamente e apaticamente. E così si realizzerà il progetto dell’eugenetica del dopoguerra, di una selezione volontaria inconsapevole.

Storicamente, è avvenuto un mutamento? Voglio dire, un tempo si tendeva a curare le persone a casa. Oggi sembra quasi che non si veda l’ora di ricoverare l’anziano in una casa di riposo o in un ospedale…

Da Cartesio a Hegel si descrive un drammatico arco che va dall’ego-logia all’ego-cidio: l’ego ipertrofico implode e si autodistrugge. Essendo compromessa l’individualità, è compromessa anche la relazione; e se pure vi sono rapporti, essi sono mediati da aspetti materiali di tipo sostanzialmente economico. La risposta storica a questa condizione si ebbe con il liberismo, in cui l’individuo, nella volontà di staccarsi dalla totalità (sia essa rappresentata dalla società, sia essa rappresentata dallo Stato) si è staccato anche dal suo simile – in particolare quello impotente e indigente.

Inoltre, la scomparsa del modello famigliare di tipo patriarcale ha aumentato l’“autonomia”, si dice; certo è che ha aumentato l’isolamento. La famiglia è sotto attacco ad opera di ideologie sovversive come quella gender, che ha il suo cuore pulsante nel femminismo radicale, e già da tempo ferita dal divorzio. Le famiglie, quelle che resistono, abitano, soprattutto nelle grandi città, lontane le une dalle altre e anche per questo si svuotano: pochi figli, niente anziani. Dunque, si parcheggiano i figli all’asilo e i vecchi all’ospizio, ma non si rinuncia alla palestra! Questo perché si è abbagliati dalla ricerca ossessiva di una felicità di tipo edonista che scansa tutto ciò che è sacrificio, oblazione.

Esiste anche un secondo motivo?

Probabilmente la paura della morte. Non si deve dimenticare che l’anziano, in un modo o in altro, ci fa pensare alla morte e, ovviamente, si tende ad allontanare ciò di cui si ha paura. Solo che si commette un grande errore non solo verso di lui, ma anche verso se stessi. Una “sana” paura della morte, in realtà, aiuterebbe a prepararvisi meglio. Per questo, grandi santi come S. Ignazio di Loyola negli “Esercizi”, S. Francesco di Sales nella “Filotea” e Alfonso Maria de’Liguori in “Apparecchio alla morte” (e molti altri), ci spingono a meditare spesso sulla nostra morte: si tratta automaticamente di mettere ordine nella propria vita e nella propria coscienza. Scansare lo specchio della nostra finitezza, gli anziani, invece, consegna il nostro vivere quotidiano nella più totale alienazione da Dio, da sé e dagli altri.

Anche gli ospedali paiono aver assunto una propria identità glaciale… Stanze bianche, fredde, dove si respira aria di abbandono o, al massimo, di minimo indispensabile. Cosa è accaduto?

Il niente della cultura, intesa come orchestrazione di valori cui riferirsi, ha creato la cultura del niente, con una marcata situazione di carenza di significato della vita e tendenza a nullificare tutto. Lo stile minimalista è immagine di questo, in un ristorante come in un ospedale. È il “bianco e nero” di chi non sa gestire le passioni, il dolore, la rabbia, ma anche la gioia e allora preferisce escluderle. Niente di più lontano dall’agire cristiano che integra sentimenti, ragione e volontà e che è invece “colorato” dalle virtù; queste realizzano la perfetta corrispondenza tra “eudaimonia” e “eupraxia”, essere felici ed agire bene: una felicità nell’ordine della gioia, non esclusivamente del piacere.

Non a caso vi è anche un abbandono spirituale, oltre che umano, dell’anziano e del malato in genere. Si pensi alla questione della verità circa la gravità della propria malattia. Fino a poco tempo fa, c’era un vero e proprio obbligo di coscienza di avvertire il malato che stava per morire, affinché egli non mancasse a quel grande e personalissimo evento. Ora assistiamo a una “congiura del silenzio”. Si teme di dire la verità perché, come dicevo, si teme la sua reazione e, in ultima istanza le sue emozioni e di riflesso anche le proprie. Non si pensa che il malato soffre nell’anima dolori più atroci di quelli del corpo perché non può parlare con nessuno delle sue emozioni di fronte alla fine che sente imminente e meno che mai ricevere le grazie necessarie, perché nessuno chiamerà un sacerdote per la somministrazione dei sacramenti, se non quando ormai è troppo tardi, perché chiamarlo gli rivelerebbe la sua vera condizione.

Pensa che negli ospedali e in tutte le strutture sanitarie socio-assistenziali sarebbe doverosa una vera e seria formazione degli operatori?

Spesso, anche in ambito cattolico, si ritiene che la bioetica sia qualcosa da accademici che poi non abbia un riscontro nella pratica. In realtà non è così. La bioetica ha costitutivamente un ruolo formativo, degli operatori sanitari in primis, ma credo anche in ambiti meno clinici, come ad esempio la scuola. Educare alla bioetica, significa aiutare le persone a riscoprire la vera bellezza dell’essere umano per ciò che egli è, indipendentemente da ciò che ha o sa fare. Sia che ci si occupi di vita nascente sia che si lavori con gli anziani, si deve ripartire dai principi non negoziabili e acquisire e far crescere quel senso morale che permetta di decodificare i casi clinici o le situazioni in cui la dignità umana sia a rischio.

Il concetto metafisico di persona aiuta a fondare su questa dignità, infatti, i criteri fondamentali dell’agire morale. Infatti, il primo bene che si presenta all’attenzione è la vita: ciò che toglie la vita e distrugge l’organismo è considerato come la più grande privazione per la persona. Dopo la vita, c’è l’integrità della persona, che può essere tolta soltanto se ciò è richiesto dalla salvaguardia della vita fisica nel suo insieme o da un bene morale superiore. La vita dell’uomo rimane inviolabile perché egli è una persona. E l’essere persona non è un dato di natura psicologica, ma esistenziale, ontologico, che non dipende né dall’età, né dallo stato di sviluppo, né dallo stato di salute, né dalla condizione psicologica in cui egli si trova.

Dalla morte di Mario Palmaro sembra persino che qualcosa si sia di colpo arrestato, come una voragine lasciata dalla sua scomparsa in un campo, come quello della bioetica, per cui tanto si era speso: è una mia impressione?

Quando il professor Mario Palmaro scelse il titolo per la mia tesi dottorale – Il mito dell’uomo perfetto – colsi subito l’elemento sui cui voleva porre l’accento: il dato antropologico. La bioetica non è tale se non riparte, a mio giudizio, da uno degli elementi che Palmaro aveva giustamente più a cuore. Bisogna riscoprire l’etica e la bioetica a partire dal “riconoscimento” dell’uomo, come disciplina che ricalca con il comportamento la sua fisionomia. Si può cogliere l’altro reificandolo e disgregandolo, guardandolo come un insieme di funzioni o di parti organiche più o meno abili e non riconoscendo in lui un unicum che precede e “sostiene” tali capacità: tutto ciò che viene fatto all’uomo deve essere ponderato in base a quello che lui stesso è come uomo. Nessuno dal di fuori – nessun potere legislativo, nessuna rivendicazione parentale, nessun consenso sociale – ha il diritto di decidere sul bene oggettivo della vita umana, ma solo il dovere di consentirne e favorirne lo sviluppo, il decorso e il sostegno. Il valore tanto sbandierato della libertà come autodeterminazione deve essere coniugato con i valori della persona, come condizione necessaria all’esplicarsi dell’autonomia stessa. La persona è la Grundnorm (norma fondamentale). Se non ripartiamo da qui, temo che la voragine non sarà colmata. Ma la posta in gioco è troppo alta. Per questo, sono sicura che anche lui ci spronerebbe a continuare a combattere la “buona battaglia” della bioetica sulle solide basi che ci ha lasciato.

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One Response to Il lavoro con gli anziani. A colloquio con la professoressa Giorgia Brambilla – di Cristiano Lugli

  1. ROBERTO MARCHESINI ha detto:

    Splendida intervista, grazie professoressa.

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