Ho sempre pensato che scegliere la scuola superiore a tredici anni sia un onere troppo pesante: a quell’età, capire cosa si vuol fare da grandi non è proprio cosa semplice.

Così è stato per me, visto che, finite le scuole medie, ho praticamente fatto la conta. La voglia di studiare era poca, cosicché optai per un istituto professionale con la speranza di cavarmela senza troppo sforzo. Indirizzo per operatori socio sanitari. Cosa volesse dire questa parola, praticamente, ancora non lo sapevo. Mi dissero che, dopo cinque anni di scuola, avrei potuto lavorare o con i bambini, o con i disabili, o con gli anziani.

Non mi vedevo adatto per nessuno dei tre, a dire il vero, ma decisi comunque di buttarmi.

In terza superiore iniziai a fare i tirocini per capire verso quale specifico indirizzo dirigermi.

Dal 2013, un anno dopo l’esame di stato, lavoro in una casa di riposo. È chiaro quindi a quale categoria si rivolse la mia preferenza. A dire il vero pensai soprattutto alle possibilità lavorative, sicuramente più floride per un operatore socio-sanitario (a maggior ragione uomo) disposto a lavorare in una casa di riposo. Confesso che inizialmente non lo sentivo propriamente il mio lavoro ideale, ma un posto sicuro e stabile vicino a casa non si può certo buttare via.

Man mano che passavano i giorni, le settimane e i mesi, nonostante le difficoltà di un lavoro che non conosce domeniche, festività e solennità, iniziavo a sentirlo sempre più mio. Sentivo, in poche parole, che il Signore mi aveva instradato lì per un qualche motivo ben preciso. Innanzitutto per conoscere colei che poi sarebbe diventata mia moglie, ora (per fortuna) non più collega perché dedita a fare la mamma a tempo pieno.

L’altra missione che credo il Signore mi abbia chiamato a svolgere è  l’esercizio della pazienza e, soprattutto, della carità. Un allenamento continuo per lo sviluppo delle virtù e per rispettare al meglio ciò che Nostro Signore Gesù Cristo ha definito come il secondo comandamento: “amerai il prossimo tuo come te stesso”.

La mia professione implica questo, altrimenti diventerebbe deleteria. Per se stessi sì, ma in particolar modo per i pazienti.

In questi cinque intensi anni ho capito che uno dei più grandi pericoli da cui rifuggire è quello di cadere nell’abitudine, nella routine, nell’automatismo e quindi in un distacco che non è permesso a chi deve stare a stetto contatto con la sofferenza umana. Purtroppo, oggi, la crisi di personale porta ad assumere ritmi quasi meccanici simili a quelli di chi lavora in una fabbrica. Ciò genera più nervosismo ed erode il tempo a disposizione. Tempo che, se ve ne fosse a sufficienza, andrebbe speso per quel rapporto umano e personale che troppo spesso manca nei confronti dell’anziano.

Qui sta la grande difficoltà della mia professione: nel sapersi rinnovare ogni giorno senza mai far mancare un sorriso.

Proprio mentre mi accingevo a scrivere questa breve testimonianza, una signora ospite nella casa di riposo in cui lavoro mi ha guardato e mi ha detto: “troppo spesso molti si scordano che con noi una parola vale più di mille medicinali”.

Non è facile, dicevo, certo. L’abitudine è nefasta, ma anche la troppa empatia può essere dannosa visto che la sofferenza e la morte ti guardano in faccia ogni santo giorno. Ricordo ancora uno dei miei primi turni di lavoro in casa di riposo. Era forse il terzo. Una signora del tutto lucida in età semplicemente avanzata aveva attirato la mia simpatia. Ad un tratto, un pomeriggio, dopo essersi fatta mettere a letto prima del tempo per qualcosa che sembrava essere una banale influenza improvvisa, svenne davanti al mio sguardo attonito. Di fretta corsi a chiamare gli infermieri in reparto e tornai sul posto: ero bloccato e non sapevo come muovermi, con una tachicardia che impediva quasi ogni ragionamento. Mi attenni alle disposizioni del medico e dell’infermiere che, dopo aver chiamato prontamente il 118, iniziarono il massaggio cardiaco per tentare di rianimare la signora. In cuor mio, però, sapevo che la morte era davanti a me e si stava portando via quella signora a cui mi ero affezionato. E così purtroppo avvenne.

Avevo le lacrime agli occhi, e ancora adesso mi viene la pelle d’oca nel descrivere quei momenti così strazianti. Della morte avevo fatto conoscenza con la perdita dei miei nonni paterni, avvenuta quando avevo circa quindici anni. Ma ben diverso era vederla lì, in faccia. Capii quanto tremenda era, e quanto l’avventura in cui mi ero imbarcato potesse mettermi alla prova da quel momento in avanti. Ero pronto? Forse no. Non lo ero nemmeno cristianamente parlando.

Probabilmente nemmeno adesso lo sono, ma con il passare degli anni ho sentito sempre più forte la mia “vocazione” a questo lavoro. Non so dire se lo farò per sempre (la mia schiena tenderebbe a dissuadermi già ora), posso però certamente affermare che quello che faccio mi appassiona e mi intristisce allo stesso tempo.

E ora vengo al motivo per cui ho deciso di scrivere tutto questo. Vorrei porre l’accento sulla realtà che vedo tutti i giorni e che tanto mi addolora, alle volte facendomi sentire inutile e inerme davanti a tanta noncuranza. La sofferenza e la morte sono sicuramente qualcosa di tremendamente difficile da comprendere e da accettare con la sola sensibilità umana, ma ancor più duro è considerare la condizione in cui si soffre e la condizione in cui si muore. Ebbene, in questo arco di tempo anni ho toccato con mano l’abbandono spirituale più assoluto, la desolazione cristiana più sconcertante. Persone inferme e sofferenti in un letto, ritratto di Cristo in croce, prive di alcun conforto di tipo spirituale attraverso i sacramenti, se non in rari casi. In una temperie ecclesiale in cui si parla tanto a vanvera di misericordia, di bontà, di accompagnamento, ho sperimentato che nulla di tutto questo è concretizzato nella realtà, quella delle periferie vere dove regna l’abbandono e il menefreghismo. Con i miei colleghi cerco di fare il possibile per garantire il necessario agli ospiti di cui ci prendiamo cura. Non posso però, ovviamente, provvedere alle cure spirituali. Posso pregare, certo. Posso usare i sacramentali che la Santa Madre Chiesa ha provvidenzialmente disposto, prevedendo tempi in cui i laici sarebbero stati chiamati a supplire in qualche modo alle mancanze dei consacrati. Non posso però fare ciò che solo i sacerdoti possono e dovrebbero fare: portare i sacramenti, annunciare i Novissimi, parlare della Morte e del Giudizio. In poche parole, portare Cristo al malato e al sofferente.

Quella signora che ho visto morire improvvisamente davanti ai miei occhi è stata la prima di una lunga serie. Tante volte ho sentito colleghi dire “piuttosto che ritrovarmi in un letto a soffrire come quel tale, preferisco schiattare”: ciò che di più sbagliato si possa pensare. La morte improvvisa è in realtà un grande dramma a cui spesso assisto. Essa non lascia spazio per una presa di coscienza e, quindi, per un pentimento vero che stringa il cuore e riporti la creatura al Creatore.

Il problema a cui assisto ogni giorno, però, consiste nel fatto che, nemmeno laddove il Signore lascia spazio ad una conversione vera, qualcuno è pronto a cogliere questa Grazia. La morte genera paura e porta a fuggire dalla realtà. Ricordo di tutte le volte in cui ho provato a parlare con i parenti di persone moribonde, presentando loro la possibilità di chiamare un sacerdote per amministrare i sacramenti. Solo in una caso ho ottenuto esito positivo. Tutte le altre volte i parenti mi hanno guardato straniti dicendo che era meglio evitare per non rischiare di spaventare troppo il paziente. Questo coraggio, purtroppo, manca agli stessi preti.

Ecco allora che a questo abbandono spirituale consegue un abbandono materiale: se non si affronta la morte come qualcosa di veramente traumatico e sovrannaturale allo stesso tempo, se non la si collega al sacrificio di Cristo che da Essa ci ha liberati, la fuga diviene l’arma di difesa più semplice. Si scappa, e si abbandona la persona. Ho visto pazienti morire non solo privati dell’assistenza spirituale, ma anche soli materialmente, senza nessuno al proprio capezzale. Parenti che si scusavano, dicendo che non riuscivano a vedere il papà o la mamma ridotti così, a soffrire in quel modo.

Il tema dell’abbandono è quello su cui vorrei porre davvero l’attenzione. Oltre a questo, assisto da cinque anni ad una visione meramente utilitarista della realtà: l’anziano, arrivato ad essere incapace di offrire qualcosa di utile, viene “depositato”.

Quanti fra i nostri pazienti sono depositati qui e visitati di rado, quasi per assolvere un dovere cui, una volta tanto, non si può sfuggire.

Tutto questo crea una certa tristezza. Anche in ambiente cosiddetto cattolico il tema degli anziani non suscita grande interesse. Si pensa sempre – giustamente, per carità – alle scuole parentali per difendere i nostri bambini dalle sgrinfie di uno sistema rapace e corruttore. Nessuno pensa, però, a case di riposo per difendere i nostri anziani dalle sgrinfie della cultura della morte, e per garantire loro un’assistenza spirituale degna.

La carità cristiana mi impone, e ci impone, di meditare su questo grande vuoto.

Questa mia piccola testimonianza personale vuole essere l’inizio di un lavoro di informazione e sensibilizzazione sul tema anziani attraverso una serie di interviste che, grazie a Riscossa Cristiana, mi è permesso di fare, con la speranza di offrire ai lettori alcuni spunti di riflessione.

 

 

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8 Responses to Il mio lavoro con gli anziani – di Cristiano Lugli

  1. Angela ha detto:

    Concordo. Ho insegnato 20 anni in una scuola per op. socio-assistenziali (cattolica con parroco nel cda) e sono stata licenziata perché spiegavo a quei giovani cos’è in realtà l’aborto e cosa provocano le pillole anticoncezionali…
    Li pregavo di ricordare che se un giorno sarò loro ospite -ho 65 anni- non mi piazzassero davanti alla tv a sorbirmi MTV(o altro programma che piace agli operatori) ma abbiano la bontà di lasciarmi in cappella con il Rosario in mano. Riguardo a come si muore in ospedale e in casa di riposo avrei cose orripilanti da raccontare ma lascio al nostro bravo giovane che sa il fatto suo e che ringrazio per la testimonianza.

  2. francesca ha detto:

    Sollecitudine, vicinanza, impegno di vita coerente con la Fede. Bravissimo.

  3. Bea ha detto:

    Concordo con te. Io sono operatrice in casa di riposo da 35 anni ed è vero: la cosa che conta di più in fondo per chi opera vivendo da cristiano è essere sale della terra luce che illumina e lievito nella pasta. La complessità del nostro lavoro in fondo è tutto lì. Perché il “lavoro ” tutti lo possono imparare ma lavorare in modo cristiforme è difficile. Ma è quello che a noi è chiesto soprattutto tenendo conto del fatto che il Signore ci ha dato il privilegio immenso di entrare a contatto con Lui stesso crocifisso in un letto ogni giorno. Privilegio Grazia prova ….

  4. Carla D'Agostino Ungaretti ha detto:

    Questo è uno degli articoli più “veri” che io abbia letto ultimamente. Aggiungo solo di mio che io prego ogni giorno il Signore perché mi faccia morire cosciente, consapevole che sto per incontrarLo, dopo aver ricevuto l’Unzione degli Infermi, avendo vicino il mio parroco che mi porti il Viatico. Forse, dati i tempi che viviamo, chiedo troppo, ma io confido nella vicinanza della Santa Madre di Dio che non abbandonerà una Sua figlia nel momento supremo.

  5. Luigi ha detto:

    Che bella testimonianza … Mi ci sono un po’ ritrovato. Immagina … pure io mi trovo coinvolto in questa professione dal 2013, iniziai più o meno a quarant’anni. All’inizio la mia avversione per questo lavoro era pressoché totale. Da laureato, mentre lavoravo in una cooperativa con altre mansioni, mi proposero di tappare qualche buco in una casa alloggio per anziani, in seguito mi fecero fare il corso di Oss. Una di quelle situazioni che uno accetta per ripiego, col proposito di fuggire il prima possibile. Sono ancora lì, nonostante in seguito abbia avuto l’opportunità di fare altro. La ragione per la quale resto non la conosco neppure io, agli altri dico semplicemente che si tratta di convenienza, che non lascio un lavoro praticamente sotto casa. Ma non so … la verità è che tutti quei sentimenti – avversione, disgusto, senso di fallimento, frustrazione – si sono completamente spenti, sostituiti da qualcos’altro: una specie di tristezza senza amarezza. Eppure, dopo certi turni, ci si sente come una pompa di benzina prosciugata. Questo lavoro però ha fatto di me una persona…

  6. Marco Boggia ha detto:

    Veramente l’abitudine, la routine, è un pericolo mortale in questo genere di professione. Grazie per la testimonianza.

  7. Marco Crevani ha detto:

    Per chi conosce Cristiano “militante” questa testimonianza è graditissima anche se non inattesa conferma, vista dal lato dell’azione muta e concreta. Grazie, grazie, grazie

  8. Annalisa ha detto:

    Fortunatissimi gli anziani che vedono Cristiano Lugli girare nelle loro stanze. Forse non sanno cos’hanno tra le mani.
    Ma lo sapranno! Dio ti benedica!

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