Che Bergoglio prima o poi avrebbe adottato il Che Guevara della scuola italiana, quel Don Milani a suo tempo capace di togliere dalle aule il crocifisso, in forte anticipo sul laicismo massonico, era cosa ineluttabile. La ideologia sociopedagogica del puntuto prete fiorentino, sessantottino ante litteram, puntualmente borghese e convertito per caso, non poteva non andare ad arricchire la galleria dei nuovi santi vivi o morti allestita in Vaticano. E in attesa di questa nuova spericolata canonizzazione, ecco la generosa iniziativa presa insieme con la Ministra Fedeli, di elargire a studenti una sintesi del pensiero di don Milani che del resto, è entrato con tutti gli onori nel gotha dei Meridiani, dopo quello non meno significativo di Scalfari…

di Patrizia Fermani

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Tuttavia l’operazione ha risvolti ben più complessi di uno scontato revival ideologico e si presenta piuttosto come la sintesi simbolica dei legami sempre più stretti tra la nuova chiesa e il laicismo mondialista.

Il culto di don Milani è stato tenuto vivo da quello perpetuo della libertà e dell’uguaglianza giacobine, le due idee fraudolente che continuano ad essere smerciate compulsivamente a sfregio di ogni intelligenza delle cose umane. Tutto il non pensiero coltivato a Barbiana ruota in particolare attorno al mito fasullo di una uguaglianza che non esiste in natura, ma è diventata ossessione morale e se fosse attuata per forza secondo la legge di Procuste, sarebbe la più grande delle jatture sociali.

L’ossessione dell’uguaglianza viene o dall’invidia, o dal senso di colpa, o da quello della giustizia offesa.. Il Milani, afflitto forse dalla prima, da riscattare grazie alla terza, ha finito per attizzare la seconda nei ragazzi di Barbiana e nei loro ideali discendenti, che hanno rivendicato la “scuola egualitaria” contro la presunta “scuola di classe”. Quella che “ripropone e consolida le disuguaglianze socioeconomiche e culturali presenti nella società”, “impedisce la mobilità sociale , ovvero la possibilità di migliorare la propria condizione”,”non fornisce i mezzi affinché studenti diversi abbiano comunque accesso a scuola”. Tutte affermazioni, che oltre ad essere insensate e contraddittorie, hanno la curiosa particolarità di reclamare l”applicazione del principio di uguaglianza da parte di una istituzione pubblica che la prevede per dettato costituzionale, il che equivale a richiedere con forte impegno morale che i treni corrano sulle rotaie.

Il rimedio principe per ovviare a mostruosità che il sistema non prevedeva affatto, è ovviamente la eliminazione di ogni giudizio sul rendimento scolastico, specie se espresso col voto che “è discriminante perché è ingiusto fare parti uguali tra disuguali”. Basterebbero questi passaggi per dare la misura del vuoto di pensiero su cui è stata costruita questa sorta di mito contemporaneo.

All’utopista permanente, ossessionato dall’uguaglianza, non basta che la legge faccia il massimo che può fare, cioè assicurare in via di principio una parità di trattamento a parità di condizioni. Pretende che la legge cambi anche la natura delle cose perché la natura è quella che l’uomo crea o quello che l’uomo desidera, non ciò che lo precede.

Dunque ogni disuguaglianza è da cancellare in toto a priori verso il basso (cosa che anche a Procuste riusciva più facile), ma siccome bene o male anche il nostro pedagogo si deve essere accorto che tutti avevano già il diritto di frequentare la scuola, la odiosa disuguaglianza va ritrovata nelle diversità di rendimento da imputare in primis all’uso di criteri di valutazione da parte degli insegnanti, alle modalità dell’insegnamento e i programmi. Ma anche sotto questo profilo emerge la stupefacente debolezza logica del pedagogo di Barbiana che ha preteso di estendere a tutta la scuola pubblica i criteri che egli applicava nello spazio ristretto e del tutto particolare della sua scuola estemporanea, come se gli interessi e le finalità di ordine generale possano essere individuati in base a situazioni del tutto contingenti: così ad esempio l’idea ineccepibile che non si devono scoraggiare o addirittura umiliare i più piccoli, magari anche penalizzati da un ambiente famigliare inadeguato, in ragione di uno scarso rendimento scolastico, di certo non è utilizzabile per misurare il buon funzionamento di un sistema di istruzione pubblica organizzato per fornire in via generale e astratta una base culturale comune, così come vengono organizzati i trasporti o la assistenza sanitaria. La personalizzazione della scuola di cui si sente parlare sempre più spesso sulla scia di altre idee cervellotiche partorite a Barbiana va bene per chi si affidi al precettore privato (come in sostanza era proprio Milani, libero di muoversi quasi con uno strumento “aristocratico”) e non a chi frequenti la scuola pubblica che per essere effettivamente “personalizzata”, dovrebbe sostituire agli insegnanti un esercito di psicologi, ovvero di insegnanti su misura con tutte le assurde conseguenze del caso. Quelle farneticazioni servono alla fine per ricordarci come ai tempi nostri sia possibile edificare dal nulla grattacieli di fumo e farne delle vere e proprie centrali operative, magari con cospicui ritorni politici.

Infatti su un grumo solidificato di idee fasulle sono già state costruite le tante sfortune della scuola italiana.

Di riforma in riforma, dalla media unificata verso il basso, alla trasformazione dell’esame di maturità, alla liberalizzazione degli accessi all’università a scapito soprattutto delle facoltà umanistiche esistenti, alla creazione di nuove facoltà spesso fondate sul vuoto culturale di docenti e discenti, l’istruzione pubblica di massa si è volta in poco tempo in ignoranza di massa. Perché come dicevamo, la ricetta di Procuste funziona meglio in senso riduttivo. In tale prospettiva il prossimo obiettivo è di certo la abolizione del troppo elitario liceo classico da dove pericolose schegge di cultura umanistica potrebbero risvegliare inquietanti attitudini speculative. Questo ovviamente sulla scia della illuminata ministra arabo francese Belkacem, impegnata nel cancellare dalle scuole la cultura umanistica. L’importante è in ogni caso portare tutti alla uniformità della ignoranza, soprattutto eliminando ogni forma di selezione specie se fondata su criteri oggettivi quali il discriminatorio giudizio espresso in voti. Bisogna soprattutto seguire i modelli di Francia e Germania dove ci si è accorti che in terza elementare i pargoli non sono più in grado di leggere.

Ma ora su questo sfondo di guidata depressione culturale, viene in primo piano un programma ancora più devastante. Quello che sostituisce alla pubblica istruzione la pubblica educazione con l’obiettivo di annientare anche i resti della civiltà cristiana. In questa prospettiva si colloca la santa alleanza tra la chiesa di Bergoglio e lo stato, la intesa Bergoglio Fedeli, da leggere come un capitolo del Concordato, nuovo ma non troppo, tra Chiesa e il mondialismo laicista e massonico.

Un connubio radicato già nell’intreccio tra la rivoluzione teologica del Concilio V.II, con la rivoluzione culturale sessantottina, quando fu chiuso in cantina San Tommaso e sposata la sinistra hegeliana. Sennonché sono stati proprio i rivoltosi della rivoluzione culturale a conquistare il potere politico contro cui avevano combattuto a parole, e ad occupare i posti di comando nelle istituzioni sovranazionali al servizio del mondialismo e contro le sovranità nazionali. Essi esercitano ora per conto terzi una tirannia culturale di cui la Chiesa è diventata l’inaspettata propagandista, facilitata dal fatto che proprio la rivoluzione culturale si è avvalsa dell’uso degenerato di fondamentali valori cristiani (amore, corporeità, natura, fratellanza e libertà, già stravolti e capovolti dalla madre di tutte le rivoluzioni).

Il mondo laicista, che sempre più di frequente si vanta ora di essere anche “cattolico”, per tanto tempo aveva creduto di trovare sulla strada dei propri progressi culturali l’ostacolo formidabile della Chiesa. Ma ora sa di avere il più potente degli alleati proprio in una istituzione che del proprio antico edificio conserva soltanto la facciata, considerata ancora turisticamente attraente, come una Gare d’Orsay riempita dalla supponenza delle moderne architetture di interni. Con le elite postsessantottine questa Chiesa è passata armi e bagagli, al servizio del piano di annientamento fisico e culturale dell’occidente europeo ex cristiano, elaborato a partire dalla dissoluzione dell’impero sovietico. Il piano che prevede oltre alla sostituzione razziale, e alla dissoluzione della famiglia attraverso il femminismo e l’omosessualismo, il passaggio della scuola dal nulla culturale alla degenerazione educativa.

Bergoglio ha scoperto le carte della santa alleanza col laicismo mondialista, per la cancellazione della cristianità. Si è fatto formidabile propulsore della mescolanza razziale in vista dell’annientamento culturale dell’Europa. Ha indetto il Sinodo per sostituire alla Sacra Famiglia ordinata alla volontà del Padre attraverso l’angelo nunziante e il fiat dell’obbedienza ad un compito superiore, il nuovo modello elaborato dall’uomo moderno creatore di ogni realtà esistenziale, sotto la guida delle passioni e delle emozioni, capace di brandire l’omosessualità contro la famiglia fondata dall’uomo e dalla donna in vista della maternità e della difesa della casa in cui devono essere allevati i nuovi nati. Ha colpito l’istituzione famigliare, prima con la obliqua promozione omosessualista, e ora nel campo contiguo della pedagogia di concerto con le eterne retroguardie della rivoluzione culturale. Perché una volta liquidata la famiglia, il compito educativo può essere incamerato dallo Stato che nella confusione indotta tra istruzione ed educazione e cultura, può dedicarsi indisturbato alla manipolazione dei cervelli e degli spiriti. La prova ufficiale della nuova “santa alleanza” è plateale: gli attacchi frontali al papato sono cessati immediatamente con l’ incoronazione massonica dell’uomo addetto ai flussi migratori, e alla entrata in società della pederastia condannata dalle Scritture: questa, da arma di ricatto puntata contro Benedetto XVI, è diventata merce di scambio. Il silenzio sulla pedofilia ecclesiastica in cambio della normalizzazione della omosessualità. Negli alambicchi vaticani finalità perverse sono trasformate in intenzioni virtuose. Scritto il nuovo breviario sulla nuova famiglia, e sulla nuova etica, occorrono anche santi patroni che giustifichino la ristrutturazione della morale cattolica

Ecco dunque l’esumazione di don Milani, officiata insieme alla Fedeli nella nuova veste di diaconessa cattolica, in attesa di essere collocato sugli altari, un po’ prima di Lutero però, per ragioni commerciali. Il pensiero del grande riformatore di Barbiana, viene donato per oculata intesa tra chiesa e stato, agli ignari studenti di una scuola ridotta all’insignificanza anche grazie al suo robusto contributo.

A spiegare la effettiva portata dell’iniziativa è la prosa contorta del Melloni, uno tratto a nuova vita da Bergoglio dopo il tanto sofferto inverno di un rancoroso scontento sofferto nei tempi ormai lontani dei principi non negoziabili.

La conclamata omosessualità del prete fiorentino, fino a Bergoglio sarebbe stata un impedimento per ogni opera agiografica. Ma il promovimento generico dell’omosessualità è stato suonato, con accortezza strategica contemporaneamente alla condanna della pedofilia, in modo che il primo non fosse disturbato dall’orrore che la gente normale ancora nutre per la seconda. Motivi sostanziali non pare infatti che possano entrare nell’orizzonte bergogliano attesa la permanente fiducia che egli continua a mostrare apertamente verso chi è coperto anche da quell’ombra infamante, come è avvenuto nel caso di Pannella, e di altri tuttora in vita.

Insomma bisognava tenere per un po’ due pesi e due misure per omosessualità generica e pederastia. Ma siccome anche quest’ultima è nell’agenda internazionale da imporre presto a sudditi malleabili, pare giunto il momento di gettare le basi per servire bene i padroni del mondo anche su questo fronte. Don Milani è l’uomo giusto perché non nascose la propria omosessualità applicata ai discepoli.

Con don Milani si prendono più piccioni con una fava. Si beatifica l’omosessualità, si introduce il discorso “costruttivo” sulla pederastia come forma a sé di amore che è capace di diventare nobile ed elitario sulla scia del presunto modello socratico: l’argomento alto, capace di tagliare la testa al toro, specie nel demi monde culturale dei salotti progressisti e dei settimanali femminili evoluti.

L’ amore è ovviamente il solvente miracoloso di ogni impurità, o di ogni nefandezza. Ma ecco, ci dice Melloni all’unisono con tutti gli altri apologeti, che il pensiero spericolato e le opere eccentriche del prete convertito, erano radicati in una nobile inquietudine esistenziale, fluttuante in mezzo a pulsioni forti non adeguatamente protette da freni inibitori. Una mancanza di protezione che si manifesta proprio nel linguaggio privo del rispetto verso chi legge e del decoro richiesto da un ruolo indisponibile. Per togliere ogni carica patologica ai noti passi imbarazzanti del suo epistolario, li si cataloga come iperboli provocatorie, discorsi volutamente scandalosi, come se questi non fossero incompatibili con il decoro richiesto a chiunque e in particolare ad un prete con velleità educative.

Le derive morali e psichiche dell’uomo vengono minimizzate e ascritte alla inquietudine spirituale, aspetto di certo non infrequente di intelligenze vivaci. Ma l’uomo che non riesce ad elaborare un normale autocontrollo sulle proprie pulsioni e sul proprio linguaggio, può rappresentare un modello di pedagogo soltanto per chi considera le pulsioni liberate e la conseguente caduta dei freni inibitori, il vessillo della libertà morale.

Insomma, quello che dovrebbe fugare ogni ombra dalle attitudini, dalle qualità e dai propositi “educativi” del prete di Barbina, è il fatto di essere a modo suo uno “ricco di avventura” come l’uomo cantato da Garcia Lorca. Uno che ha aperto la strada alla paideia dei battaglioni di psicologi/e acquartierati ormai nelle scuole di ogni ordine e grado per insegnare come vanno attivate le emozioni, e come se ne debbano sperimentare tutti gli effetti benefici. Non a caso proprio in suo nome si inaugura a Follonica un Festival delle Emozioni.

Le emozioni incentivate a comando sono ovviamente quelle che servono meglio alla causa delle ideologie dominanti e cioè alla perdita di una libertà interiore garantita soltanto dalla retta ragione. Le emozioni sono diventate oggetto di corsi “educativi”in ambito scolastico, poiché la ragione va uccisa per facilitare la coltura di esseri non pensanti. Ora il sogno della colta Fedeli di forgiare i cervelli da cui “ estirpare” antichi principi e in cui “istillare” le proprie cisti ideologiche, si realizzerà ancora più velocemente con il poderoso apporto dell’uomo voluto dai poteri forti. Con la famiglia dispersa o imbavagliata in cantina, si mettono le mani sui bambini in nome della libertà educativa dello Stato padrone, della misericordia verso i corruttori, della bellezza delle emozioni senza freni inibitori, dell’amore universale che tutto scusa e tutto consente, in attesa che ogni reminiscenza di una antica cultura troppo elitaria, nata dall’incontro tra ellenismo e cristianesimo come si ricordava qualche anno fa a Ratisbona, non venga in fretta cancellata dalla invasione degli Yxsos. Ora Che Guevara veste Prada, i frati di Sant’Antonio distribuiscono l’ultima fatica letteraria bergogliana: “Chi sono io per giudicare”. (?)

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28 Responses to Il nuovo Concordato tra Chiesa e Stato su “famiglia” ed “educazione” – di Patrizia Fermani

  1. Annarosa Berselli ha detto:

    Ci salvi Dio dalla canonizzazione di don Milani! Per motivi anagrafici ho vissuto
    il 68, e sono stata colpevolizzata come borghese dall’insegnante di religione,
    (reuqiem aeternam, dato che è morto) il che ha lasciato nel mio animo
    di ragazzina – dai 14 ai 18 anni – un trauma profondo, che ho superato solo
    dopo molti anni. Testo adottato: Lettera ad una professoressa, di don Milani.
    Notate il qualunquismo del titolo….

  2. piero nicola ha detto:

    Ci dei nostri non tiene famiglia né paura, dovrebbe andare a rovesciare i banchi dei mercanti nel Tempio e qualche altare sacrilego.

  3. Giovanni Lazzaretti ha detto:

    1) Da dove deducete la “conclamata omosessualità” di don Milani?
    Se viene dedotta da queste due frasi, l’interpretazione è erronea.
    “se un rischio corro per l’anima mia non è certo quello di aver poco amato, ma piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!)”
    “E chi potrà mai amare i ragazzi fino all’osso senza finire col metterglielo anche in culo, se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’inferno e desideri il Paradiso?”
    Se invece avete altre fonti, o testimonianze di persone che l’hanno subita, le leggerei volentieri.
    2) Don Milani non chiedeva una scuola ugualitaria, ma una scuola differenziale: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.
    3) E’ certo che don Milani viene molto “usato” e poco letto e capito. Basti pensare a “l’obbedienza non è più una virtù” che viene citata come attacco all’autorità, mentre era la difesa della legge naturale.
    Grazie
    Giovanni…

  4. Fuoco ha detto:

    Complimenti, Patrizia!!! Per quanto potrò cercherò di diffondere questo articolo.

  5. Luciano Pranzetti ha detto:

    Certamente, la cultura elitaria nata dall’incontro tra ellenismo e cristianesimo, come ricordò l’emerito B XVI a Ratisbona. Lo ricordò ma se lo dimenticò quando nel 2011 replicò ad Assisi il festival del sincretismo gnostico. Buona lana, J. Ratzinger, ma sintetica a . . . .priori.

  6. francesca ha detto:

    Molte incertezze sulla proposta educativa in esame non possono essere negate. In più c’è da considerare che il Ministro referente si è speso senza riserve per promuovere il famigerato “gender” in una scuola già impoverita nei contenuti e nei mezzi. Come giustificare tutta quest’attenzione, questa fiducia incondizionata da parte della Santa Sede? Promuove la pedagogia di don Milani e bypassa tutto il resto, il contorno veramente discutibile dei nuovi “programmi”? Di scuola laica si discute, non insulsa. La vera democrazia consisterebbe quindi sempre e solo nel merito, nel garantire a ciascuno e secondo le capacità il raggiungimento di adeguati livelli di competenze educative. Non nel giocare al ribasso, dimentichi della propria storia e delle proprie radici, dell’impegno e della levatura dei tanti Insegnanti che promuovendo la Cultura nelle diverse branche non hanno lasciato indietro nessuno. E sono stati l’orgoglio del nostro Paese.

  7. Non Metuens Verbum ha detto:

    a me pare che don Milani – e solo lui, nessuno dei suoi cosiddetti seguaci – fosse una persona seria, e nelle sue lettere non ho trovato nessun indizio che fosse omosessuale, anzi, trovo che i suoi ragazzi si confessavano delle proprie colpe , riconosciute come colpe, con sincero dolore e proposito.
    Quanto alla pedagogia, il problema è sempre quello: l’ambiente ristretto di Barbiana non può essere trapiantato semplicemente nella scuola di massa; più correttamente, il problema è che si è fatta (col pretesto di don Milani) una scuola di massa, che è un orrendo ossimoro (da oltre un secolo, di persona o di famiglia, io sono vissuto nella scuola statale, qualche cosa ne so).

  8. Marco Boggia ha detto:

    Quella di don Milani è una finta demenza (cos’altro si potrebbe dire delle sue teorie strampalate: il rendimento scolastico, diverso da studente a studente, come effetto-e-causa dell’ingiustizia sociale!). In realtà, è una strategia, dotata di solide e ben precise guide ideologiche. Il fine cui mira questa strategia (basta immaginarla applicata) è la distruzione della nostra società così come noi la conosciamo. Non stupisce, allora, che don Milani piaccia tanto alla neochiesa di Bergoglio

  9. Luciano Pranzetti ha detto:

    Giovanni Lazzaretti eccepisce sull’attribuita omosessalità di Don Milani. In effetti la flagranza in siffatto peccato non esiste, ma è da considerare non congruo per un prete il suo volgare, sozzo linguaggio che induce, tuttavìa, a sospettare che lo fosse e che lo squalifica come “uomo di Dio”. Che differenza tra il turpiloquace Milani e il santo curato d’Ars!

    • Hector Hammond ha detto:

      E difatti del Santo Curato d’Ars nessuno parla , di don milani si può dire che tutti lo conoscono .
      Anche in questo si nota la decadenza della Chiesa .

  10. bbruno ha detto:

    Leggo da Wikipedia quersto passaggio sul Milani: “Il 9 novembre 1943 entrò nel seminario di Cestello in Oltrarno. Il periodo del seminario fu per lui piuttosto duro, poiché Lorenzo Milani cominciò fin dall’inizio a scontrarsi con la mentalità della Chiesa e della curia: non riusciva a comprendere le ragioni di certe regole, prudenze, manierismi che ai suoi occhi erano lontanissimi dall’immediatezza e sincerità del Vangelo. Fu ordinato sacerdote nel duomo di Firenze il 13 luglio 1947 dal cardinale Elia Dalla Costa. “
    E io mi chiedo: ma già la Chiesa di Pio XII se la dormiva così di tanto grosso da non accorgersi dei serpenti che allevava nel suo seno e che destinava a pastori del suo gregge? 1943, 1947, in pieno ‘conservatorismo’ pacelliano! Quanti serpenti pastori già da tempo stavano avvelenenado il gregge di Dio: che meraviglia se alla morte di Pio XII ci sia stata la grande esplosione di apostasia della Chiesa di Roma! Tutto preparato , coi veri pastori che se la dormivano: Povero cardinale Elia della Costa, dov’era la vigilanza ?

  11. gino ha detto:

    Concordo con Lazzaretti e Non Metuens. Chi legge BENE e TUTTO don Milani, comprende come sia stato manipolato e frainteso dai sessantottini e dalla sinistra cattocomunista. Nella sua scuola si studiava eccome! Sette giorni pieni la settimana. Ai suoi ragazzi, semplici studenti di Avviamento, riservava una formazione di livello, ad esempio nelle lingue. Per loro perfino la nona sinfonia con la partitura proiettata. Per non dire dell’Apologia di Socrate. Quanto al rigore morale, era ineccepibile (leggersi Esperienze Pastorali) e il linguaggio scurrile era provocazione contro l’ipocrisia benpensante del tempo. Secondo voi un omosessuale represso se ne sarebbe uscito con quelle frasi – a quei tempi! – senza rischiare sospetti infamanti? Chiaro che sono espressioni paradossali dette in un contesto particolare. Quanto alla discriminazione dei contadini, non era forse reale? Io, figlio di contadini, l’ho frequentata quella scuola e me la ricordo bene. Magari avessi avuto un don Milani! Invece i nostri preti e erano tutti coi ricchi.

  12. gino ha detto:

    Se posso, vorrei aggiungere un ricordo a sostegno di don Milani. Che trasformò l’oratorio “perditempo” (come spesso è ancor oggi) in scuola. Ai miei tempi – quelli di don Milani sia pur a latitudini lievemente diverse – l’oratorio era monopolio dei ricchi del paese, noi contadini venivamo lasciati alla porta (per fortuna). Quando per i ricchi venne l’epoca delle discoteche, allora i preti aprirono il perditempitoio ai contadini, nel frattempo divenuti agricoltori o operai. Ma durò poco: anch’essi impararono presto la strada della discoteca. Adesso all’oratorio ci vanno i marocchini … Non sarà che la maggior parte dei preti si muove verso i poveri solo se ne ha bisogno (vedi oggi Galantino e compagnia)? Don Milani diede la sua vita per i suoi poveri. I suoi non quelli altrui. Tolto dal suo contesto e selezionato a bacchetta è divenuto una macchietta a sostegno di un’ideologia perversa.

  13. Claudio ha detto:

    “… io i miei figli li amo , che ho perso la testa per loro, che non vivo che per farli crescere, per farli aprire, per farli sbocciare, per farli fruttare? Come facevo a spiegare che amo i miei parrocchiani più che la Chiesa e il Papa? E che se un rischio corro per l’anima mia non è certo quello di aver poco amato, ma piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!) . E chi non farà scuola così non farà mai vera scuola … ”
    In queste parole c’è già tutta la patologia di chi ama le creature più del Creatore, di chi non preferisce Cristo a tutto il resto.
    C’è la pretesa di entrare nell’animo altrui, di sapere come e quanto i ragazzi devono “fruttare”, c’è uno sguardo in qualche modo interessato, morboso che non rispetta l’intimità psicologica esistenziale dei ragazzi. La voglia insana di essere creatore, liberatore, l’aver perso la testa per loro è gravissimo.
    Per fare vera scuola occorre essere innamorati della Verità, (e quindi, anche inconsapevolmente, di Cristo), occorre equilibrio, discrezione, temperanza, onestà intellettuale, rispetto assoluto…

    • bbruno ha detto:

      Claudio, questo qui ‘amerebbe’ le creature più del Creatore?!? Quindi amerebbe pur sempre il Creatore?!? Questo qui ama il suo …non diciamo cosa, in vista di questo ‘ama’, cioè ‘usa’ le creature, e vigliaccamente, perché le più indifese… Questo è il progresso sinistro del mondo di questo qui ( lo vediamo oggi al Forteto ), che un altro posseduto dallo stesso spirito, vuole portare in cima agli altari (sì, quelli di Satana, certo ), programma illustrato egregiamente dai tre FIGURI qui sopra, mostrato in facce loro, bellissime…

      • Claudia Lucchesi ha detto:

        bbruno: a mio avviso le sue insinuazioni non sono corrette. Come non pertinenti sono le deduzioni di Claudio. Il Forteto sta a don Milani esattamente come Bergoglio sta a san Francesco.

        • bbruno ha detto:

          #Claudia,

          si legga allora l’ultimo intervento di Elizabetta Frezza, qui.

          Certo che ce ne vuole di buona volontà per vedere in don Milani un altro san Francesco….

  14. gino ha detto:

    No Claudio, quella lettera non è un trattato di spiritualità e nemmeno di psicologia: va collocata nel suo esatto contesto storico che non è quello scristianizzato odierno. Attraverso un linguaggio paradossale e ad effetto Don M vuol dire semplicemente che per lui era prioritario offrire ai suoi ragazzi delle opportunità di vita complete – alla vita spirituale c’aveva già pensato (leggere Esperienze pastoriali) – mentre i due preti che erano andati a fargli visita si preoccupavano soltanto del proselitismo. Quella che lei chiama patologia ha tolto i suoi ragazzi dal borgo montano (non c’era nemmeno la strada tra Barbiana e il resto del mondo, la fece lui!) e li ha messi in grado di affrontare il lavoro estero il Inghilterra, Francia, Germania, Tunisia, non con la timidezza e la soggezione dell’emigrante incolto, ma con dignità e piena coscienza di se e della propria cultura. Nessuna morbosità in lui, al punto che teorizzava per l’insegnante il celibato…pensi un po’. Bisogna leggerle TUTTE le sue lettere e contestualizzarle, troveremo una spiritualità veramente d’alto livello.

  15. sestolese ha detto:

    Gradirei conoscere l’opinione in merito del grande Pucci Cipriani

  16. MICHELE BEGHIN ha detto:

    Bellissimo articolo, Patrizia, che tutti dovrebbero leggere, percorso da una sottile ironia che strappa un lieve sorriso, sia pure amaro, anche se tratta di argomenti “forti” e maledettamente tragici.
    Non so dove finiremo (intendo dire su questa terra), sono giorni terribili quelli che stiamo vivendo, perché sta venendo meno tutto; la grande dittatura mondiale sta divorando ogni resto di umanità e di civiltà.
    Se non ci fosse una prospettiva escatologica che ci aiuta a sollevarci da quella solo “scatologica” del mondo di oggi, ci sarebbe veramente da suicidarsi.
    Sarà difficile, credo, non perdere il senno, perché il tradimento e la rovina più grandi, quello perpetrato dal biancovestito argentino e quella subìta dalla Chiesa, sono tali da lasciare senza fiato chiunque abbia ancora un residuo di imago Dei nel proprio cuore e nella propria anima.
    Il senso di assoluta impotenza è ciò che deprime maggiormente, assieme alla non meno deprimente sensazione di isolamento e solitudine.
    È terribile essere invisibili agli occhi di chi non può più vedere se non la materia.
    Ti abbraccio.

  17. Claudio ha detto:

    Riguardo alla scuola, la personalizzazione della didattica è una delle sciagure più grandi che ora ci tocca vivere come insegnanti. Di fronte ad una onestà valutazione negativa siamo costretti a sentirci in colpa perché non avremmo messo in campo strategie adeguate. Sostanzialmente l’alunno e i suoi genitori han sempre ragione. Molti miei colleghi da tempo impostano la valutazione partendo dal 6 in modo da non avere problemi. Io per ora resisto ma l’onestà intellettuale ha un costo psicologico che non so per quanto tempo ancora riuscirò a sostenere. Le battaglie non si possono combattere da soli.

    • Gino ha detto:

      Su questo ha perfettamente ragione. Ma guardi che anche don Milani oggi gliela darebbe! Lui era il primo a sostenere che la sua scuola la poteva fare solo un babbo coi suoi figli o un prete coi suoi ragazzi, e che la sua esperienza non era trasferibile alla scuola pubblica. Quando attacca quest’ultima lo fa per le sperequazioni classiste e le ottusità accademiche che effettivamente allora imperavano. Vi contrappone la sua scuola ma sempre come spirito e stile, mai come metodo. Purtroppo poi è stato manipolato a dovere e oggi, in un contesto scolastico esattamente rovesciato rispetto al suo, questa manipolazione risulta letale. Oggi solo una scuola parentale potrebbe ispirarsi a lui, ma attenzione: solo ispirarsi. I contesti sociali e i soggetti umani sono completamente mutati.

      • Claudio ha detto:

        Faccio ammenda per le conclusioni affrettate e poco documentate. Do credito a chi ha conosciuto personalmente l’ambiente di Barbiana di quegli anni.
        Resta però il fatto che don Milani è l’icona usata per giustificare la peggior scuola che oggi è in piena virulenta espansione.
        Di scuola ci sarebbe veramente tanto da dire. Per i più piccoli potrebbe essere utile qualcosa di simile ad una scuola parentale/comunitaria, per i più grandi una contro-scuola pomeridiana dove si integra ciò che nella scuola pubblica non viene fatto e si abitua i ragazzi al rifiuto di quanto contrasta con la Verità e la nostra coscienza di cristiani.

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Il nuovo Concordato tra Chiesa e Stato su “famiglia” ed “educazione” – di Patrizia Fermani