Dixìtque Deus fiat lux. Et facta estet vidìt Deus lumen , quod esset bona et divisit lucem a tenebris. Appellavìtque lucem diem et tenebras noctem.

Fac tumque est vespere et mane dies unus.

Dio vide la luce essere buona cosa e Dio separò la luce dall’oscurità. Dio chiamò la luce Giorno e l’oscurità chiamò Notte.

Così fu una sera e fu una mattina, cioè un giorno. (Gen. 1,4-5)

 

 

In un grande ospedale del Nord Italia si curano forme, anche gravi, di depressione con quella che viene indicata come ‘terapia della luce’; la constatazione da cui sono partiti i ricercatori è che, soprattutto dal XX secolo, l’aumento delle sindromi depressive è da far risalire allo stravolgimento nella vita dell’uomo contemporaneo del ritmo luce/tenebre, il ritmo circadiano. L’esposizione ad una fonte di luce particolare analoga a quella di una giornata di sole aiuta a riordinare i ritmi biologici intaccati dalla depressione.

Per noi può risultare una novità, se non una scoperta vera e propria, ma, se apriamo la Regola di san Benedetto, possiamo leggere: “ Durante la stagione invernale, cioè dal principio di novembre sino a Pasqua, secondo un calcolo ragionevole, la sveglia sia verso l’ottava ora di notte, in modo che il sonno si prolunghi un po’ oltre la mezzanotte e tutti si possano alzare sufficientemente riposati…  Da Pasqua, invece, sino al suddetto inizio di novembre, l’orario sia disposto in modo tale che, dopo un brevissimo intervallo nel quale i fratelli possono uscire per le necessità della natura, l’Ufficio vigiliare sia seguito immediatamente dalle Lodi, che devono essere recitate al primo albeggiare”. (RB 8, 1-2.4)

San Benedetto non crea nulla, si limita a seguire lo scorrere del tempo così come era vissuto nell’antica Roma. Gli antichi, da parte loro, erano semplicemente in sintonia con il normale ritmo luce/tenebra della natura.

Nella vita monastica fino all’avvento dell’orologio meccanico il ritmo dell’Ufficio Divino era dedotto dal ciclo naturale del tempo e non, com’è avvenuto in seguito, individuato a partire da un ideale che doveva sottolineare l’austerità di vita.

Per fare un esempio ‘nobile’: solo dal 1500 i Certosini diedero inizio alla celebre veglia notturna (dalle 23 alle 2 del mattino), in precedenza vigeva l’abitudine comune dei monaci di seguire il ritmo naturale della luce secondo le stagioni così come disciplinato da san Benedetto.

Nulla di male. L’Ufficio vigiliare era ricalcato sulle vigiliae della tradizione militare romana, accolta da tempi remoti dai cristiani, come ad esempio testimonia Tertulliano, e le ore di preghiera notturna erano appunto raggruppate e definite vigilie.  Qualcosa comunque era mutato nella mente di un cristiano del 1500 rispetto a quella di un cristiano del II sec. e il pensiero corre alle parole di san Paolo: “Ma venuta la pienezza del tempo, Dio ha mandato il Figlio suo fatto da donna” (Gal. 4,4a).  Sarebbe importante riflettere che, via via, e la storia della Chiesa ne è l’esempio più eclatante, ci allontaniamo da ‘quella pienezza’ del tempo.

Ripensiamo al disegno di Dio che ogni creatura porta nel proprio DNA.  Dio ha voluto creare la luce e separarla dalle tenebre, questo è il tracciato che dobbiamo seguire, alterarlo provoca disordine.

Qual’è il senso di ciò che leggiamo nel testo biblico?  Forse può aiutare la riflessione di sant’Agostino in merito al ruolo di Dio nella creazione nella Genesi alla lettera (1, 18.36): “(Dio) riscaldava covando, non già come si curano i gonfiori o le piaghe d’un corpo con applicazioni d’acqua fredda o mescolata in giusta misura con acqua calda, ma come sono covate dagli uccelli le uova, nel qual caso il calore del corpo materno contribuisce in certo qual modo a formare i pulcini grazie a una specie d’istinto che, nel suo genere, è un sentimento d’amore”.

Infatti possiamo trovare nello stesso testo:” Dio non agisce con una specie di moti spirituali o corporali misurabili nel tempo, così come agisce l’uomo o l’angelo, bensì mediante le ragioni eterne immutabili e stabili del Verbo a lui coeterno e, per così dire, mediante una specie d’incubazione del suo Spirito Santo parimenti a Lui coeterno”.

Su questo disegno si colloca l’orario previsto nella Regola che ruota intorno alla celebrazione dell’Opus Dei, alla quale tutto il resto dell’esistenza, lavoro compreso, deve coordinarsi.

Cosa dispone san Benedetto? Che si segua il ritmo della luce e delle tenebre così come Dio l’ha iscritto nella psiche dell’uomo.  San Benedetto prevede uffici divini di ampiezza diversa che devono essere calibrati con la lunghezza delle ore in inverno o in estate riuscendo in questo modo ad armonizzare Creatore e creatura.

La preghiera della comunità deve essere in armonia con il creato e non si tratta tanto di un’aderenza letterale ad un testo giuridico del VI secolo, ma di cogliere in quelle parole del VI sec. un aggancio più profondo a Dio: l’innesto in Dio.

Conformandosi al ritmo della natura l’uomo partecipa della vita di Dio così come Dio l’ha pensata per lui: quale teologia!

La preghiera viene quindi ad essere uno specchio, un riflesso della creazione continua di Dio in noi.  Dall’Antico Testamento i cristiani hanno mutuato l’abitudine di santificare alcuni momenti della giornata: “Daniele, se ne andò a casa sua, e aperte le finestre della sua camera, che guardavano verso Gerusalemme, tre volte al dì piegate le sue ginocchia faceva adorazione e rendeva grazie al suo Dio, come era solito fare per l’avanti” (Dn. 6,10).

È interessante notare, ad esempio, come l’antico cursuscanonico (cioè codificato come norma) della preghiera liturgica romana prevedeva solo le ore notturne di Vespro, Mattutini e Lodi (lasciando le ore minori ai monasteri e al fervore secreto) come testimonia ancora, nel breviario, l’Officium Mortuorum.  Ricordiamo che solo dal V secolo a Roma comparvero le ore minori in forma canonica con la caratteristica della centralità unica del salmo 118 (rimasto, quest’uso, inalterato fino al 1911 con la riforma liturgica di san Pio X, principio di tante sciagure!).

Senza contare, seguendo inconsciamente il dettato biblico e l’abitudine di iniziare la giornata con la sera, che l’Ufficio più rilevante erano i primi Vespri

Riscoprire l’impronta della creazione, la luce di Dio, nella profondità del nostro essere e dargli lo spazio che deve possedere, ha trovato espressioni concrete nel monachesimo.  Il disegno con cui erano costruite le chiese si serviva dei canoni architettonici per rendere concrete immagini teologiche che impregnavano la mente di colui che pregava.  La presenza del divino, impressa nelle ‘pietre’ che formavano la costruzione, connettevano il mistero cantato alla creazione, rendendo l’orante perfettamente integrato nella natura che dal canto suo esprimeva la realtà di Dio.

Al centro del catino absidale (XII sec.) dell’abside della chiesa dell’abbazia della Sacra di San Michele (TO) edificata nel X sec., il finestrone risulta illuminato dalla luce proprio al termine delle Lodi dell’Ufficio Notturno dell’inizio di dicembre: più efficace di qualunque omelia!

Diceva san Bernardo “…dal fatto che la sua immagine si rinnova in te, Lui stesso in te diventa visibile” (Super Cantica 36,6)

I cistercensi hanno fatto della luce il loro linguaggio architettonico per eccellenza riuscendo a qualificare i vari luoghi (non solo della chiesa) in senso teologico in modo tale che al monaco fosse costantemente ricordata la sua collocazione nella creazione.

San Bernardo legge una contrapposizione tra luce e tenebra che svela il senso profondo della relazione tra il Creatore e la sua creatura, scrive ad un corrispondente: “Consideriamo, caro Tommaso, un uomo nel secolo… Dio divide la luce dalle tenebre quando il peccatore, gettate via da sé le opere delle tenebre, si veste delle armi della luce; allora costui, sentendosi risollevato grazie a una così alta considerazione della Sorgente di luce discesa dall’alto per lui, comincia anche a gioire oltre lo sperabile ‘nella speranza della gloria dei figli di Dio’, che ormai contempla in una nuova luce, esultando davvero per il Volto rivelatoglisi da vicino” (Lettera a Tommaso, 1138 circa)

Siamo nell’ombra (di Cristo), appunto perché siamo nel tempo, ma se saremo fedeli nell’ombra alla Sua memoria, otterremo senza dubbio la luce della Presenza.

Gli antichi, ponevano come inizio del giorno il canto del Vespro (nella tripartizione: lucernario, vespro, compieta); mostravano, in questo modo, una sapienza precisa: per vedere la Luce bisogna essere trasparenti.

La notte, con le sue vigilie, evita che cadiamo nell’ombra, non già di Cristo, ma della nostra tenebra, frutto del peccato (la dissomiglianza direbbe san Bernardo). Vegliamo per attendere l’alba, la fatica di questa veglia è il segno che non stiamo ricercando il nostro vantaggio.

Quante volte, durante una giornata qualunque, lo sguardo si abbassa e si concentra sull’orologio/cellulare diventando in questo modo quasi una funzione fisiologica.  Forse occorrerebbe, imparando dagli antichi, guardare in alto per riscoprire il ritmo della creazione e porre la nostra vita nella sua dinamica, cioè impostare un corretto rapporto tra Creatore e creatura. Questo non potrebbe che donare un’armonia, pegno della vita futura, un rassicurante senso di pace, la possibilità di un’esistenza nella Pax, una pace non fondata sui nostri sforzi, ma donata da Cristo (come un tempo, baciando l’Agnus Dei, accadeva ‘simbolicamente’ nella celebrazione della Messa).

La natura, infatti, sconvolta dal peccato e deviata dalla retta via della sua condizione originaria, se ricondotta a Dio, ricupera subito, nella misura del timore e dell’amore che prova per Lui, tutto ciò che aveva perduto allontanandosene. E quando lo spirito riprende a uniformarsi all’immagine del suo Creatore, ben presto anche la carne, rifiorita, di sua propria volontà incomincia a conformarsi allo spirito ormai rinnovato… Sarebbe, del resto, molto facile e molto piacevole vivere secondo natura con il condimento dell’amore di Dio, se la nostra dissennatezza ce lo permettesse. Guarita questa, immediatamente la nostra natura torna a sorridere ai doni del­la natura”. (Guglielmo di san Thierry, Lettera ai fratelli della certosa del Monte di Dio, n° 88- 89)

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