Dopo l’articolo in cui abbiamo mostrato le storture e i pericoli del nuovo esame di maturità https://www.riscossacristiana.it/la-maturita-del-futuro-arriva-da-un-inquietante-passato-di-elisabetta-frezza/ sono giunte in redazione alcune lettere, soprattutto di insegnanti. La maggior parte di loro è d’accordo con la nostra lettura, altri, invece, avanzano alcune perplessità. Per chiarire ulteriormente la nostra posizione, partiamo da una lettera che ci permette di aggiungere una postilla sull’argomento.   

Gentilissima dottoressa Frezza, la sua lettura della nuova maturità è degna di considerazione e probabilmente contiene molto di tristemente vero. Ma io insegno da ventisei anni in un liceo e faccio del mio meglio, cercando di trasmettere ai miei alunni, per quanto possibile nel nostro mondo, i valori cristiani. Questo suo giudizio severo mi fa stare male perché, per quanto veda anch’io le gravi pecche dell’istruzione pubblica, ne sono pur sempre parte e credo di non meritare l’insufficienza grave. Ma secondo lei, nella scuola, è proprio tutto da buttare? La ringrazio per l’attenzione, Luigi Cominelli.

Gentile professor Cominelli,

in quest’ultimo articolo sulla maturità, come del resto negli altri miei sull’istruzione, parlo della degenerazione del sistema scolastico e delle sue drammatiche ricadute e cerco di mettere in luce i vari segnali attraverso i quali tale degenerazione si manifesta, perché ho come l’impressione che molte volte, anche (e forse soprattutto) chi si trova all’interno di quel sistema, in veste di docente o di “utente”, tenda a non riconoscerli o a sottovalutarli. Forse per assuefazione progressiva a una esiziale metamorfosi (che passa per un linguaggio completamente rifondato e si traduce in un vero capovolgimento della funzione propriamente educativa), o forse per stanchezza o per rassegnazione. 

La categoria degli insegnanti, in linea di principio, la considero vittima – alla pari di tutti coloro che questa scuola la vivono e la subiscono – del piano di demolizione culturale che, congegnato da una regia sovraordinata, è affidato per l’esecuzione a un radicato quanto imponente albero (burocratico) di trasmissione. Passa tutto sopra le nostre teste, anche se si avvale della ignavia di troppi o, comunque, della loro più o meno consapevole compartecipazione.

Non potrei mai essere una detrattrice della categoria, almeno non in modo indiscriminato, non fosse che per un motivo personale: se i miei figli, almeno quelli più grandi, nonostante lo sfascio d’intorno hanno concluso un buon liceo, devo ringraziare i docenti che hanno saputo trasmettere loro un sapere e un metodo con intelligenza, passione e professionalità, smarcandosi, di fatto, dalla koiné del pedagogismo aggiornato. Non sarò mai abbastanza grata a questi maestri. Temo – ma questo è un altro discorso – che siano figure in via di rapida estinzione e infatti ognuno che se ne va in pensione lascia dietro di sé una voragine che, salvo qualche rara eccezione, non ha speranza di essere più nemmeno lontanamente colmata dalle nuove leve. Oggi i futuri insegnanti vengono allevati all’università per essere untori di ideologia distillata in perle di “didattica”, ed escono dalle aule dell’accademia talmente impastati di categorie distorte da diventare un tutt’uno inscindibile con queste, salvo miracolose resipiscenze. La tattica risolutiva, del resto, è sempre quella di avvelenare la fonte.

Come già mi è capitato di scrivere, per sopravvivere nella giungla buroscolastica e continuare a insegnare come Dio comanda – alcuni invero gettano la spugna prematuramente, e vanno anche capiti – i superstiti del buon insegnamento sono costretti a sopportare un trattamento degradante (non solo e non tanto dal punto di vista economico): «devono resistere ad insulti sistematici mossi al proprio decoro personale, prima ancora che professionale: incombenze burocratiche surreali, consegne farneticanti, aggiornamenti coatti somministrati – ironia della sorte – dai pedagogisti di regime analfabeti patentati. Patentati, nel senso di muniti della patente di “esperti” rilasciata a norma europea, e della spocchia connessa». Quindi, è proprio la passione che li fa perseverare, e l’affezione per i discepoli i quali, per la verità, sanno ricambiarla con delle belle soddisfazioni.

Conosco, certo, anche esemplari di docenti (con cui malauguratamente ho avuto a che fare) che, per la dannosità del loro operato e per gli abusi cui sono avvezzi, meriterebbero l’interdizione a vita dall’esercizio della professione con divieto di avvicinamento a minori. Ma con molti, sia in servizio sia in pensione, mi trovo in piena sintonia. Anzi, prima di scrivere e di pubblicare i pezzi sulla scuola, di regola mi faccio un giro di chiacchierate, giusto per sentire l’altra campana e verificare l’intonazione della mia. Forse la stupirò dicendole che nessuno di loro è “cattolico”, nel senso che nessuno fa della propria eventuale cattolicità un titolo o segno particolare da spendere in società e, in particolare, nella professione. Anzi, le dirò di più, quanti oggidì si sentono in dovere di farlo mi suscitano istintiva diffidenza, per il momento sempre ben riposta.

Per concludere, quindi, gentile lettore, sono proprio dell’idea che, se qua e là qualche oasi sfugge al diserbante sparso dalle alte sfere nel pianeta scuola, il merito è esclusivamente degli insegnanti di buona volontà e di tanta pazienza, che riescono a insegnare malgrado un micidiale sistema di potere remi contro ogni buona pratica educativa. La scuola italiana, o ciò che ne rimane, si regge oggi sulle loro spalle. Ma la struttura, progettata dai tronfi architetti di mondi nuovi e “buone scuole”, è ormai completamente marcia.

Ciò che ancora davvero non mi spiego – ed è la domanda che vorrei porre io, stavolta, a voi insegnanti – è come mai siate tanto refrattari a reagire alla degenerazione di cui siete spettatori, quando non vittime designate: di fronte, per esempio, a una garrula psicologa comportamentale che pretende di istruirvi di problem solving e benessere gruppale della classe, facendovi pescare bigliettini da commentare e appendere all’albero della condivisione – è solo un esempio, di cui sono stata resa partecipe con tanto di prove documentali – perché mai nessuno si alza e dice “No”? Forse un po’ di sabbia nell’ingranaggio sarebbe provvidenziale…

 

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7 Responses to Insegnanti, perché non vi opponete a chi rovina la scuola? – di Elisabetta Frezza

  1. Nuccio Viglietti ha detto:

    Rovinare scuola? Scuola italiana rovinata da 50 anni…’68 inoculati vari virus…delegittimato completamente insegnanti mano a mano sempre meno preparati e lasciati indifesi contro soperchierie di alunni e familiari…in nome di una scuola per tutti si è completamente eliminato il merito. No è stato casuale è stato voluto.

  2. GAETANO ha detto:

    Opporsi. Ecco una parola che g’ italiani hanno dimenticato. Per mille motivi. Il primo, la comodità, espressa nel famoso assioma: “vivi e lascia vivere “. Dimenticando che a furia di tollerare veniamo schiacciati dall’ intolleranza altrui. Mai dimenticare quanto rimproverò Churchill al suo predecessore : ” Potevate scegliere fra la guerra e la vigliaccheria ; avete preferito quest’ ultima. Bene, avrete la guerra…”.

  3. irina ha detto:

    Il degrado non inizia ora, è iniziato piano piano, ed è iniziato con istanze che sembravano giustissime: scuola e università aperte a tutti. Ormai vecchia capisco che aprire a tutti, senza alcun criterio pedagogico e didattico, certi che la dedizione e l’amore dell’insegnante sarebbero stati sufficienti, ha peggiorato la condizione di ognuno.Un po’ come oggi che si perora l’entrata indiscriminata di tutti in Italia, senza voler accettare le diversità che richiedono spesso un trattamento personale lungo anni, se non una vita. Così è stato nella scuola per tutti, lo sforzo per sollevare tutti allo stesso livello era ed è immane e comprendeva e comprende tanti altri aspetti diversi dalla scuola; così il livello si è, inevitabilmente, abbassato per tutti ed anche gli insegnanti sono usciti dall’ Università più bassi e meno competenti. Dando a tutti come contentino insegnamenti pretesi enciclopedici dalle elementari in poi. Indigesti sempre e subito espulsi dalla memoria.
    E’ l’ideologia, sempre grandiosa nelle prospettive e stracciona nella loro realizzazione

  4. Rosa Maria Bellarmino ha detto:

    Opporsi: non è per nulla facile. Ci si prova, io ci ho provato, ma con risultati penosi. Il mostro peggiore contro il quale mi trovo a combattere è proprio l’indifferenza dei docenti, quando non, addirittura, l’accondiscendenza.
    E come si può combattere contro i colleghi che vedono con simpatia i cambiamenti e i vari avvelenamenti da “gender” & c.?

  5. Cisco22 ha detto:

    Le assunzioni di massa hanno tolto la possibilità di selezionare e premiare. Gli insegnanti si lamentano e basta. È ora di riconoscere le conseguenze di politiche sindacali degeneri, fatte con il furor di popolo della categoria. Unica soluzione costi standard e valutazione esterna.

    • Pietro ha detto:

      Non possono opporsi per il semplice fatto che non esistono più. La categoria è stata rasa al suolo. Per rendere automi gli alunni bisognava prima rendere tali i loro insegnanti. E così è avvenuto. Mi duole dirlo, anch’io, infatti, ho conosciuto eroiche eccezioni, ma la situazione è senza speranza. Insegno da trentacinque anni e mi sono sempre sentito, più che un insegnante, un guastatore paracadutato oltre le linee nemiche… Per fortuna la pensione non è più un miraggio!

  6. giulia ha detto:

    Guardate che le assunzioni di massa le fanno anche perché quelli che hanno l’aspirazione da martire sono sempre meno!
    Non tutti anelano all’idea di insegnare a bambini strafottenti e maleducati con a seguito genitori prepotenti ed arroganti…

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