Paolo Bill Valente

Diario del maestro di Cordés

Edizioni Alpha Beta Verlag, Merano/Meran, pagine135, 12 euro

Nel maggio del 1915, l’Italia- rigettando il patto di alleanza che aveva negli anni precedenti contratto con Austria e Germania, dichiarò guerra all’Impero asburgico, in preda al furore nazionalistico manovrato dalla Massoneria internazionale, contro il comune sentire dell’opinione pubblica e contro il parere dello stesso pontefice Benedetto XV che aveva definito quella guerra “un’inutile strage”.

Il conflitto ebbe conseguenze tremende per il Tirolo: l’Italia infatti non si accontentò di annettere al proprio territorio Trento e la zona italofona, ma volle dilatare i propri confini ben oltre Salorno, che rappresentava il confine etnolinguistico tra Trentino e Tirolo.

L’ambizione dei nazionalisti italiani più accesi era quella di annettersi tutto il Tirolo, tant’è che la stessa Innsbruck venne occupata dai soldati in grigioverde. Alla città tirolese era stato anche cambiato il nome nell’italico “Enoponte”, ma le truppe di Vittorio Emanuele dovettero lasciarla nel 1920, quando vennero sanciti col trattato di Saint-Germain i nuovi confini, che vennero posti al Brennero.

I nazionalisti italiani più fanatici vollero la cancellazione di qualsiasi traccia e testimonianza di cultura tirolese dai nuovi territori, anche con la violenza. Prima della guerra solo il 3% della popolazione residente in quelle terre era di lingua italiana, concentrata particolarmente a Bolzano, nondimeno si provvide a italianizzare tutti i toponimi, arrivando a risultati anche ridicoli.

L’architetto dell’italianizzazione forzata fu Ettore Tolomei, uno studioso di origini toscane la cui famiglia si era trasferita a metà Ottocento a Rovereto. Tolomei era un fanatico nazionalista, ferocemente anticlericale, e si accanì contro l’identità culturale e religiosa tirolese. Fu lui a riesumare il termine napoleonico di “Alto Adige” e a volere rimpiazzare con questo il nome plurisecolare di Tirolo. L’”Alto Adige” venne incluso nel governatorato della Venezia Tridentina e costituito in provincia nel 1926.

Il romanzo di Paolo Bill Valente è ambientato in quegli anni terribili in cui i tirolesi vissero la dura colonizzazione italiana. Il protagonista è un maestro elementare di etnia italiana, che viene inviato in un piccolo paese dal nome immaginario di Cordés – dal suono quindi ladino – a imporre attraverso l’educazione scolastica l’italianizzazione dei piccoli tirolesi. Ben presto tuttavia il maestro comincia a comprendere le ragioni dei vinti, degli oppressi. Incontra la precedente maestra, che essendo tirolese e di lingua tedesca ha perso il posto. Entra anche in rapporto con padre Josef, un frate che insegna il catechismo ai bambini in tedesco, una figura di grande spessore umano e religioso. In quegli anni bui fu determinante il ruolo della Chiesa, che fece di tutto per rasserenare gli animi, per fortificare i fedeli e aiutarli ad accettare con pazienza gli avvenimenti.

La situazione del Tirolo si fa poi disperata quando al potere sale Mussolini. I Fascisti avevano fatto capire ben presto come la pensassero sulle richieste di autonomia dei tirolesi: il 24 aprile 1921 uno squadrone di camicie nere agli ordini di un giovane gerarca pugliese, Achille Starace, destinato in seguito ad una grande carriera nel Regime fino a diventare segretario nazionale del Partito fascista, assaltò con armi da fuoco e bombe a mano una sfilata in costumi tradizionali di cittadini tirolesi.

Numerose furono le vittime di quell’assalto, che vide anche l’efferato episodio dell’assassinio di un maestro elementare, Franz Innerhofer, che venne ucciso a colpi di pistola, nel tentativo di ripararsi sotto un portone con uno scolaro, che voleva salvare dal linciaggio fascista. Quel giorno viene ancora oggi ricordato in Tirolo come Blutig Sonntag, la Domenica di sangue.

Dopo la presa di potere dei fascisti il Tirolo subì un processo di italianizzazione forzata ancor più pesante: fu vietato l’insegnamento della lingua tedesca nelle scuole, fu censurata tutta la stampa germanofona, persino i nomi e addirittura i cognomi furono forzatamente italianizzati.

Fu incentivata l’immigrazione dalle regioni più povere d’Italia, promuovendo l’industrializzazione dell’”Alto Adige”, con l’intento di aumentare la consistenza dell’etnia italofona. La popolazione tirolese resistette pacificamente, aggrappandosi alla propria lingua, alle proprie tradizioni, alla propria cultura perseguitata. Vennero fondate delle scuole clandestine, le cosiddette “Scuole delle catacombe”, ad opera di un sacerdote, il canonico Michael Gamper, dove gli alunni potevano studiare in tedesco. Nell’autunno del 1928 furono create scuole parrocchiali ove s’insegnava la religione nella madrelingua.

Nel paese di Cordés, questa scuola clandestina è portata avanti da padre Josef e da Anna, la maestra epurata. Il maestro italiano dovrebbe denunciarli, ma non lo fa. Ormai il suo cuore simpatizza per quella gente buona, per quei contadini umili e profondamente devoti. Non riveliamo il finale per lasciare la sorpresa al lettore. Basti dire che questo agile e breve romanzo, oltre che appassionare e commuovere, è in grado di dire molto su una pagina poco nota- ahimè- di storia.

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5 Responses to LA BIBLIOTECA DI RISCOSSA CRISTIANA – Diario del maestro di Cordés – di Paolo Gulisano

  1. G. ha detto:

    Leggero’ il libro. Ma uguale sorte toccò a tanti italiani costituenti maggioranza in territori ceduti manu militari a governi stranieri. A Nizza non ci sono più tracce di italianità e a Fiume o Pola gli italiani sono stati trattati come deportati a casa loro. E a questi Italiani nessuno mai ha pensato di riconoscere diritti e privilegi, di cui i sud-tirolesi godono oggi. Alla fine dei conti, non hanno di che lamentarsi…

    • Alessandro2 ha detto:

      Perfettamente d’accordo. Anche le vallate ladine e la Valle d’Aosta, dopo le inutili, feroci e disumane (oltre che scioccamente antistoriche) repressioni fasciste, ebbero ampia autonomia linguistica, culturale, amministrativa e soprattutto economica. E ancor oggi – giustamente – l’Italia chiede loro scusa per quei tempi. La Croazia e la Slovenia fanno lo stesso?

  2. Cesaremaria Glori ha detto:

    Vorrei informare che un’analoga operazione, ma a parti rovesciate, avvenne in Tirolo nel periodo che va dal 1615 a tutto il secolo XVIII. Cominciò lo svevo Matthias Lang, abate del monastero di Marienberg, a partire dal 1615 nell’opera di germanizzazione della Val Venosta (Wintschgau in tedesco) proibendo persino i matrimoni con persone ladine della vicina Valle Engadina dei Grigioni della Svizzera romancia. Lang ordinò che fossero assunti soltanto servitori di lingua tedesca fatti venire appositamente dalla Svevia e assumendo professori svevi per l’insegnamento della lingua germanica. La Val Venosta, a metà del millennio scorso, era di lingua ladina e Bolzano era un centro commerciale ove popolazioni italofone , ladine e germaniche convivevano pacificamente. Il germe nazionalista fu portato in Tirolo proprio da Lang e fu perseguito con rigore nel secolo dei lumi dal governo imperiale, specialmente dopo l’avvento del Kaunitz come primo ministro di Maria Teresa e continuato da Giuseppe II. Nell’epoca della controriforma il territorio della attuale provincia di Bolzano era…

  3. Cesaremaria Glori ha detto:

    mistilingue e la piccola cittadina di Bolzano era un centro commerciale assai fiorente ove popolazioni di differente linguaggio si incontravano per commerciare liberamente. L’etnia germanica era prevalente nella Val Pusteria (fatta eccezione del versante sulla sinistra orografica della Rienza occupata dalle popolazioni ladine dei Marebbe, Badia e Funes) nella valle d’Isarco sa Sabiona verso nord e nella valli laterali della val Venosta della sinistra dell’Adige ( Val Passiria, Val Ridanna, Val Sarentino). In sintesi l’Adige e l’alto corso della Rienza separavano le genti ladine da quelle germaniche La Ladinia comprendeva a quel tempo l’intera zona dolomitica che va dalla Plose alla val di Fiemme ove però era presente anche una minoranza tedesca. Non dimentichiamo che il poeta tirolese Oswald von Wolkenstein, l’ultimo dei poeti Trovatori componeva le sue liriche in una lingua che era un misto di tedesco, provenzale, ladino, italiano, perché il territorio compreso fra le sorgenti del Ticino e buona parte del versante alpino erano popolate da genti ladine che pregavano in…

  4. Cesaremaria Glori ha detto:

    all’arrivo del Kaunitz alla guida del governo imperiale di Vienna ove l’Italiano era la lingua della gente colta sino a Napoleone. Il nazionalismo esasperato è un morbo che ha colpito tutti i popoli europei. Basti pensare che sino agli anni settanta del secolo scorso nel museo di Lienz (Tirolo orientale) erano esposte carte geografiche che indicavano i luoghi ove, sino ai tempi in cui fu imposta la scolarizzazione obbligatoria, in certe valli isolate alla pendici del massiccio del Grossklokner, si parlava in ladino e l’istruzione del catechismo avveniva ancora in questa lingua. Se noi abbiamo avuto Starace e Tolomei, oltralpe ci furono Mattias Lang e la politica riformatrice e illuminista del Kaunitz e di Giuseppe II. Oggi sopravvive ancora un certo spirito nazionalistico da ambo le parti che forse sarebbe meglio a stornarlo verso il mantenimento del proprio idioma che rischia di essere sommerso da un eccesso di anglofilia esagerata e quasi sempre non necessaria. In ogni caso la verità non guasta e non può essere abbandonata specie se le offese sono state reciproche.

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