GIOVANNINO GUARESCHI

GIOVANNINO NEI LAGER. Rizzoli, 2018.

A cura di Alberto & Carlotta Guareschi

 

A conclusione dell’anno in cui si è commemorato il 50° anniversario della morte di Giovannino Guareschi, il figlio Alberto ha curato la pubblicazione di un volume, Giovannino nei lager, che raccoglie tre opere del padre:  La favola di Natale; Diario clandestino 1943-1945; Ritorno alla base. Si tratta degli scritti prodotti nei tre anni di detenzione nei lager nazisti, e per quanto riguarda Ritorno alla base, il viaggio della memoria compiuto tra il 1957 e il 1958 nei luoghi dove era stato prigioniero. Il volume è corredato di illustrazioni, immagini, fotografie, disegni originali di Giovannino Guareschi, tratti dall’Archivio Guareschi di Roncole Verdi.

Questo libro è dunque una straordinaria testimonianza degli anni dei lager, di una esperienza che per il grande scrittore della Bassa fu cruciale e decisiva. Il caporedattore del Bertoldo, che era stato richiamato alle armi nel 1943 come forma di punizione per aver espresso in modo colorito il proprio parere sull’andamento della guerra e sulle tragedie che stavano vivendo le famiglie italiane, compresa la sua, era stato deportato dai nazisti insieme ad altri 7000 soldati, sottufficiali, ufficiali italiani classificati come IMI, internati militari italiani.   Guareschi, andando incontro alla tragedia della deportazione, che fece migliaia di vittime, di uomini che non tornarono più alle loro case, se ne uscì con una delle sue frasi più celebri, che hanno immortalato l’uomo, il suo carattere, il suo spirito: “non muoio neanche se mi ammazzano”. Una frase che mette i brividi, ma che allo stesso tempo strappa un sorriso. Perché c’è il paradosso comico, ma c’è anche la grandezza di un amore che non vuole spegnersi ed essere spento. Non si trattava di superomismo, né di di volontarismo. Quello Giovannino lo lasciava tranquillamente ai fascisti. La sua frase rappresenta infatti il ribaltamento di un celebre slogan in camicia nera: “boia chi molla”, espressione che significa letteralmente: chi lascia è un boia, chi abbandona la lotta è un vile assassino. Nel 1943 il motto era utilizzato dall’esercito della Repubblica Sociale Italiana, che continuava a combattere a fianco della Germania nell’Italia occupata. Questa frase che durante la prima guerra mondiale era il motto del corpo degli Arditi, corpi speciali che avrebbero partecipato nel 1919 alla fondazione del movimento fascista, e che sarebbe entrata a far parte dell’armamentario retorico del regime fascista (tanto che ancora oggi molti credono che sia stato coniato da Benito Mussolini), in realtà viene dal Risorgimento.  La si era udita sulle barricate della giacobina Repubblica Partenopea nel 1799 e durante le Cinque giornate di Milano del 1848. Una frase, un motto, pieno di livore e di odio per gli avversari e per chi non li combatte a sufficienza.          La frase di Guareschi invece esprimeva una volontà di bene: non se la prendeva con nessuno, non assumeva nessun un atteggiamento di autoesaltazione, solo non intendeva assolutamente morire, perché aveva tutta l’intenzione di tornare a casa, a riabbracciare la moglie Ennia, il figlio primogenito Albertino, e quella creatura che prima di partire aveva lasciato nel grembo di sua moglie, che non avrebbe visto nascere, ma che voleva assolutamente incontrare.  Carlotta nacque mentre il padre era nel lager. La gioia per la nascita della sua secondogenita lenì le sofferenze della prigionia. L’idea di quella bimba teneva accesa la fiamma della speranza, e Giovannino riusciva a contagiare con essa anche i compagni di prigionia. Come scrisse nella pagina del Diario rivolta alla  Signora Germania, i carcerieri potevano impedirgli di uscire dal campo, ma non potevano impedire che il ricordo dei suoi cari, delle cose belle e importanti varcassero il filo spinato e venissero a trovarlo. Il suo era un cuore libero, un cuore che desiderava continuare ad amare.

Le decine di migliaia di IMI tra cui si trovava Guareschi rappresentavano l’Italia migliore, quella da cui si sarebbe potuto ripartire per ricostruire sulle macerie materiali e morali della guerra.

Passarono quei due anni atroci di lager, durante i quali Giovannino cambiò. Anzitutto fisicamente: perse tutto il soprappeso, e divenne magrissimo. Per nascondere la tristezza del suo volto emaciato si fece crescere un paio di notevoli baffoni neri, che adornarono il suo ritratto fino alla morte. Anche se la speranza non era venuta meno, sostenuta come abbiamo visto dall’amore per la sua donna e i suoi figli, tuttavia il lager fu un’esperienza di desolazione, di depressione, di angoscia. Una notte oscura in cui Giovannino approfondì la sua confidenza con Dio. La fede infatti non venne mai meno, e nelle lettere che scriveva a casa alla moglie e ai suoi cari troviamo frequentemente dei riferimenti alla Divina Provvidenza.

Possiamo immaginare quei prigionieri umiliati e schiacciati dai tormenti della fame, del freddo, dei maltrattamenti, abbrancati – per chi era credente- alle devozioni loro più care: la Madonna, i santi protettori. Guareschi si rivolgeva invece alla Divina Provvidenza. Memore certo degli insegnamenti della mamma, ma anche del padre, che da buon cultore del Manzoni chissà quante volte gli aveva raccontato del disegno buono di Dio per i suoi figli, come emerge dalla vicenda di Renzo e Lucia, dove la Provvidenza agisce come un vero e proprio personaggio.  Vediamo così Giovannino nella Favola di Natale e nel Diario porsi in una prospettiva di fede e di abbandono fiducioso, ma anche di coraggiosa intraprendenza. La confidenza in Dio proviene dalla consapevolezza della cura che Dio ha per i suoi figli.

Dietro l’espressione Divina Provvidenza, un tempo comune e popolare, troviamo in realtà un preciso termine teologico che indica la sovranità, la sovrintendenza o l’insieme delle azioni attive di Dio in soccorso degli uomini. Questo termine si riscontra nel Nuovo Testamento,  come esortazione alla fiducia nel Padre celeste. “Perciò vi dico: non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito? (…) Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure non ne cade uno solo in terra senza il volere del Padre vostro. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi valete più di molti passeri” (Matteo 6:25; 10:29-31).  La Provvidenza consiste dunque nella cura esercitata da Dio nei confronti di ciò che esiste. Essa rappresenta, inoltre, quella volontà divina grazie alla quale ogni cosa è retta da un giusto ordinamento. La dottrina cristiana afferma che la Provvidenza opera anche, se non soprattutto, attraverso fatti apparentemente casuali, ma in realtà ordinati secondo i piani misteriosi di Dio, il cui scopo ultimo è il bene. Questa non casualità, tuttavia, non è in alcun modo dimostrabile, ma può essere riconosciuta solo tramite un atto di fede. Giovannino rammentò tutto questo nella lunga sofferenza del carcere, in condizioni disumane. In ogni campo di concentramento della storia, la volontà degli aguzzini è quella di togliere alle vittime non solo la libertà, ma anche la dignità.

Guareschi e gli IMI misero in atto, tra fatiche inenarrabili, una grande resistenza umana. Ne descrive l’esito nel Diario clandestino: “Non abbiamo vissuto come i bruti. Non ci siamo richiusi nel nostro egoismo. La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per l’infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti. Non abbiamo dimenticato mai di essere uomini civili, con un passato e un avvenire.”

Giovannino aveva deciso che non sarebbe morto, e non morì. Sopravvisse all’orrore e tornò a casa, per amare, per lavorare, per raccontare a tutti quel che aveva visto e udito e le sue mani avevano toccato: la tragica passione dei suoi amici, ma anche la salvezza possibile.  Già  nel dicembre 1944, ancora prigioniero dei tedeschi, aveva scritto La favola di Natale, per dire che l’uomo, per quanto malvagio e perverso, non può uccidere Dio, non può nemmeno uccidere quel riflesso di divino che c’è in ogni uomo. In quel campo ove -appena rinchiuso- aveva affermato di non voler morire aveva visto il fallimento delle deliranti pretese superomistiche, e aveva sperimentato la vicinanza, la cura di Dio per le sue creature, nonostante tutto.

Infine, nel 1945, il suo appassionato desiderio di ritornare a casa a riabbracciare i propri cari, una volta adempiuto al proprio dovere, poteva realizzarsi. Ciò che era accaduto a Sandbostel, a Beniaminowo, non poteva essere dimenticato. Poteva però essere perdonato. Poteva avvenire quella riconciliazione che è raccontata nella terza e ultima parte del volume, Ritorno alla base. Pagine di una toccante profondità umana. Pagine che ci insegnano, ancora una volta, come si possa vivere guareschianamente.

 

3 Responses

  1. Egregio Dott. Gulisano, la ringrazio per questo bellissimo articolo. Leggeremo l’Opera guareschiana, senza dimenticare il Natale di Dickens e G. K. Chesterton.

  2. Un giorno o l’altro andrò a Roncole di Busseto oggi Roncole Verdi ( diede i natali al grande compositore). E mi piacerebbe conoscere di persona Carlotta e Albertino che incontrai nelle pagine del Corriere delle famiglie e mi fecero tanta compagnia. Come hanno vissuto? Che fanno? Loto Padre, strappato troppo presto agli affetti loro e dei suoi lettori ( ahi la Provvidenza divina! Cosi imperscrutabile) era un esempio di cristiano interiore e pubblico. Non si limitava a vivere una religiosità solamente intima, la mostrava con orgoglio, non aveva paura di affermare un’identità: peraltro non si limitava all’identità politico culturale ma lasciava che questa affondasse le radici nella vita spirituale più profonda e intima. Avremmo bisogno di cristiani come lui.

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