Riflessioni su una pratica di pietà che sembra passata di moda

di Carla D’Agostino Ungaretti

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zzzzadrznssMi ha molto colpito l’ottima descrizione che Guido Vignelli ha fatto delle cinque posizioni attualmente esistenti in seno alla Chiesa cattolica in merito all’ammissione al Sacramento dell’Eucaristia dei divorziati risposatisi civilmente, argomento di scottante attualità pastorale che, non esito a dire, turba alquanto la mia serenità di cattolica “bambina” cresciuta alla luce dei metodi educativi in vigore in epoca pre – sessantottina e formatasi avendo come costante punto di riferimento il Catechismo di S. Pio X[1].

Ovviamente, come già sanno tutti coloro che leggono le mie periodiche chiacchierate, io mi identifico totalmente nella quinta posizione descritta dall’amico Vignelli, perché ritengo che la Parola di Dio sia unica e immutabile, dal momento che lo ha detto a chiare note Gesù Cristo avvalorando le sue parole con la Resurrezione. Tuttavia, la lettura di quell’ottimo articolo mi ha suscitato un’ulteriore riflessione che mi ha fatto tornare indietro con il ricordo all’insegnamento della mia antica professoressa di religione al tempo del mio altrettanto antico liceo classico (quando la dottrina cattolica si studiava sul serio anche nelle scuole pubbliche) in merito a una pratica di pietà che oggi sembra passata di moda, ma che (alcuni dicono) forse potrebbe essere concessa anche ai divorziati risposatisi civilmente: la Comunione Spirituale. Sarà possibile tutto ciò? Voglio rifletterci un po’ sopra, senza pretendere naturalmente di dare risposte definitive o, tanto meno, di dare consigli ai padri Sinodali che stanno per riunirsi di nuovo.

Secondo gli antichi maestri di spiritualità – e fino all’avvento di S. Pio X che, esortando la cristianità alla Comunione Eucaristica frequente, la fece cadere alquanto in disuso – la “Comunione Spirituale” era una pratica da seguirsi spesso e con essa si intendeva un Atto di desiderio unitivo al Signore Gesù presente nell’Eucaristia: unione non sacramentale, ma mistica; non generica, ma definita dalla fede ed animata dall’amore. Alcuni importanti accenni a questa unione spirituale con Cristo si rintracciano nel Nuovo Testamento; per esempio, nella parabola della vite e dei tralci, in cui Gesù sottolinea con forza la necessità spirituale di un’intima unione con Lui: “Chi rimane in me e io in lui fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15, 10). Oppure: “Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3, 20).

Quindi il concetto di “Comunione” con Cristo appare determinante e l’attributo “spirituale” sembrerebbe inutile perché il termine “comunione” indicherebbe già di per sé l’unione intima con il Signore e la vita cristiana in seno alla Chiesa. Ma il testo latino della Neo Volgata usa due chiari termini per indicare la fruizione sacramentale dell’Eucaristia e cioè i modi imperativi di due verbi ben precisi: ”Accipite, comedite” (Mt 26, 26) e il participio presente plurale (manducantibus) del verbo “manducare” (Mc 14, 22) riferito ai discepoli che, al momento in cui Cristo istituì il Sacramento, stavano appunto mangiando nella rituale Cena pasquale ebraica. Lo stesso verbo è usato da S. Paolo “Qui enim manducat et bibit, iudicium sibi manducat et bibit non diiudicans corpus” (1Cor 11, 29), dall’inequivocabile significato italiano che indica l’azione materiale del “mangiare”, a significare il nutrimento, anche fisico, derivante dall’alimentarsi con l’Ostia consacrata, vero Corpo e vero Sangue di Cristo. Sappiamo infatti che molti Santi, tra i quali Chiara d’Assisi, per molti anni vissero nutrendosi esclusivamente della Sacra Particola, quindi le due “Comunioni” non sembrerebbero assimilabili nel significato e nel valore spirituale.

Infatti le parole usate da Gesù nell’invitare i discepoli a “prendere e mangiare” il Suo Corpo, così come riferiscono Matteo e Marco, sono fortemente realistiche e non ammettono (come pretendono i Protestanti) interpretazioni di carattere simbolico, né spiegazioni che oscurino la misteriosa verità della presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. Il pronome “questo” si riferisce all’ “oggetto” che Gesù presenta ai discepoli: un pezzo di pane che si è “trans-sustanziato” nel Corpo di Lui. Anche la formula usata da Luca è categorica: “Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò, e lo diede loro dicendo: Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me“ (22, 19). Cioè quel pane non è più pane, ma il Corpo di Lui. Come si può pensare di mangiare quel Pane in condizioni spirituali precarie o con la superficialità che connota oggi tanta nostra vita quotidiana?

Capita però a volte che qualcuno non si trovi nella condizione spirituale adatta a ricevere il corpo di Cristo e allora dobbiamo accettare umilmente l’ammonimento di S. Paolo che ho citato poc’anzi: “Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1Cor 11, 28 – 29)[2]. 

Ma come esiste ed è pienamente valido il Battesimo di desiderio, può dirsi altrettanto per la Comunione Spirituale? Durante le persecuzioni dei primi secoli cristiani alcuni catecumeni, non ancora battezzati, subirono il martirio e la Chiesa li riconobbe come Santi in virtù della loro fede in Cristo e del loro ardente desiderio di ricevere il Battesimo[3]. Può valere altrettanto per la Comunione Spirituale? Secondo l’antica educazione catechistica che io ho ricevuto e che si riferiva direttamente a S. Tommaso, accostarsi all’Eucaristia può avvenire in due modi: in primo luogo, per il desiderio di ricevere il Sacramento il fedele entra in comunione con Cristo spiritualmente, ma non sacramentalmente; in secondo luogo, ricevendo materialmente nella propria bocca il Corpo e il Sangue di Cristo: al primo caso   alluderebbe S. Paolo quando dice che gli antichi patriarchi  ”furono battezzati nella nube e nel mare e mangiarono il cibo spirituale e bevvero la bevanda spirituale” (1Cor 10, 1 ss). Tuttavia, la Comunione di desiderio, pur avendo un altissimo significato spirituale, non può produrre gli stessi effetti di quella Sacramentale, vale a dire la Grazia Santificante, proprio per la maggiore “materialità” che caratterizza quest’ultima la quale, invece, darebbe anche origine a una perfetta Comunione spirituale, mentre non può verificarsi il contrario.

Infatti la via sacramentale di salvezza e redenzione aperta da Cristo con il Battesimo è diversa da quella aperta con l’Eucaristia. La prima è l’ingresso nella strada della salvezza, l’Eucaristia è la mèta finale raggiunta, “sacrificio del corpo e del sangue del Signore Gesù perpetuato nei secoli fino al suo ritorno, segno di unità e vincolo della carità” (Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica, n. 271).

 Invece l’Imitazione di Cristo, il notissimo testo di spiritualità risalente alla fine del XIV secolo, collega strettamente la Comunione Spirituale a quella Sacramentale: “Se (qualcuno) sarà legittimamente impedito di comunicare, saranno sempre vivi in lui il desiderio e la pia intenzione di farlo; e così non gli verrà meno il frutto del Sacramento. Ché, ogni giorno, ogni ora, qualsiasi anima pia può fare la Comunione spirituale con suo profitto. Tuttavia, in certi giorni e in tempi stabiliti il fedele deve ricevere sacramentalmente il Corpo del suo Redentore con amore e con rispetto, ricercandovi più la gloria di Dio che non la propria consolazione”[4]. Questo infatti mi fu insegnato durante la mia gioventù: qualora fossi stata impedita a ricevere la Comunione sacramentale – perché, ad esempio, non ero digiuna dalla mezzanotte (secondo le disposizioni pastorali dell’epoca) o fossi impossibilitata ad assistere alla S. Messa domenicale perché malata – avrei potuto fare la Comunione spirituale “con mio profitto”.  

Dopo il Concilio di Trento prese sempre più piede il culto della presenza reale di Cristo fuori della liturgia della Messa, favorendo la prassi della Comunione Spirituale. Nella pratica devozionale si intensificarono l’adorazione eucaristica e la visita al Santissimo; il tabernacolo con l’Ostia consacrata fu posto al centro dell’altare maggiore, in posizione dominante nella navata centrale, collocazione che oggi è stata abbandonata in favore di posizioni più defilate[5].

 I testi di S. Tommaso e del Concilio di Trento furono commentati da S. Alfonso Maria de’ Liguori: “La Comunione spirituale consiste, secondo S. Tommaso, in un desiderio ardente di ricevere Gesù Sacramentato e in abbraccio amoroso come se fosse già ricevuto … Sopra tutto basta sapere che il Santo Concilio di Trento molto loda la Comunione spirituale ed anima i fedeli a praticarla. Perciò tutte le anime devote sogliono spesso praticare questo santo esercizio della Comunione spirituale”[6]. Ma sia S. Tommaso che il Concilio collegano direttamente la Comunione spirituale a quella sacramentale, che non possono essere scisse l’una dall’altra. Quindi la Comunione spirituale sarebbe un problema di prassi devozionale che perse importanza quando S. Pio X esortò tutti i fedeli alla Comunione frequente, e, se possibile, anche quotidiana. In effetti, il significato della “Comunione spirituale” sarebbe diverso dalla prassi devozionale che in passato si raccomandava ai fedeli: non può esistere una “Comunione spirituale” se non unita a quella sacramentale, perché la prima sarebbe il frutto della seconda e fa prolungare i benefici spirituali nella vita del credente.

Tuttavia, Pio XII (il Papa della mia infanzia e adolescenza) raccomandò la “Comunione di desiderio ai fedeli” che non hanno la possibilità di accostarsi al Sacramento, senza però usare mai l’espressione “Comunione spirituale”.

Dopo il Concilio Vaticano II io non ho più sentito i parroci parlare di Comunione Spirituale e sinceramente un po’ me ne dispiace; neppure vi fa cenno il Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato nel 1992. Invece ne parlò S. Giovanni Paolo II: “L’eucaristia appare dunque come culmine di tutti i Sacramenti nel portare a perfezione la comunione con Dio Padre mediante l’unificazione col Figlio Unigenito per opera dello Spirito Santo … Proprio per questo è opportuno coltivare nell’animo il costante desiderio del Sacramento eucaristico”[7]. Il Papa prosegue citando S. Teresa d’Avila la quale scriveva: “Quando non vi comunicate e non partecipate alla Messa, potete comunicarvi spiritualmente, la qual cosa è assai vantaggiosa … Così in voi si imprime molto dell’amore di nostro Signore”[8].

 E così, eccomi tornata al problema dal quale sono partita. Da qualche tempo si sente parlare nuovamente di “Comunione spirituale” in favore dei divorziati risposatisi civilmente, quindi inequivocabilmente al di fuori della legge di Dio. E’ ovvio che non posso essere io, umilissima cattolica “bambina” – oltre che la più bruttina e spelacchiata delle pecorelle di Cristo –  a risolvere questo problema sul quale si sono espressi autorevolissimi teologi e, tanto meno, a dare dritte ai Padri sinodali che tra poco ne discuteranno, ma posso ribadire la mia povera opinione che coincide in toto con il bimillenario insegnamento della Chiesa “Mater et Magistra”. Come ho detto spesso in precedenza, attirandomi anche molte critiche da parte dei cattolici “adulti”, la soluzione di questo problema sarebbe, a mio giudizio, facilissima (o difficilissima …?). Questi nostri fratelli che sentono nel loro cuore il desiderio ardente di riaccostarsi alla S. Eucaristia dovrebbero confessare la loro condizione nel Sacramento della Riconciliazione e promettere al confessore, che in quel momento “è Cristo”, di vivere astenendosi da quegli atti che, secondo il Vangelo, sono propri degli adùlteri. Il perdono e la misericordia di Dio, attraverso l’Assoluzione sacramentale, li riammetterebbero immediatamente alla S. Eucaristia.

Personalmente, se io fossi nella condizione di una donna, magari anche madre, che vive quella situazione umana e, insieme al mio partner, sentissi l’anelito ardente a ricevere di nuovo Cristo in Corpo, Sangue, Anima e Divinità nell’innocenza e nella purezza di cuore di quando entrambi Lo ricevemmo al tempo della nostra Prima Comunione, credo che Lo pregherei così:

Signore, Tu che vedi nel profondo del nostro cuore e ci conosci nelle più intime fibre del nostro essere, perché sei stato Tu a crearci, tu vedi anche quanto è forte e sincero il nostro desiderio di Te. Ma Tu sai anche che siamo dei peccatori che, pur conoscendo il Bene, nella loro debolezza continuano a fare il Male e si sono sposati con il consenso delle leggi umane ma contro la Tua eterna legge valida in ogni tempo e in ogni luogo. Tu sai anche che quest’oggi forse non riusciremo a negarci l’uno all’altra e sai anche che non possiamo separarci perché abbiamo dei figli, completamente innocenti della condizione di vita dei loro genitori, che non chiedono che di vivere e crescere avendoli accanto entrambi. Sai che essi sono la gioia della nostra esistenza e nel loro sorriso ci sembra quasi di intravedere il Tuo perdono e di vivere la certezza della Tua misericordia. Allora, Signore, noi ti preghiamo con tutto il cuore: accogli il nostro ardente desiderio spirituale di Te – che sappiamo di non poter soddisfare unendoci a Te nel Sacramento Eucaristico – e trasformalo in una preghiera: dacci la forza, nella nostra situazione familiare, di accettare e praticare la castità, quella sublime virtù di cui ci hanno dato un sublime esempio la Tua Santissima Madre e il Tuo Santo Padre putativo dei quali, con altrettanta sincerità di cuore, ora invochiamo l’intercessione e la protezione. Dirigi la nostra volontà, facendola corrispondere alla Tua benefica ispirazione, affinché un giorno anche noi, le più misere e deboli delle Tue pecorelle, possiamo lodarTi e ringraziarTi in eterno nella Patria celeste, illuminati dalla luce del Tuo volto. Amen”.   

Sono sicurissima che questa preghiera non rimarrebbe inascoltata.             

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[1] Cfr. Verso il secondo Sinodo sulla famiglia: cinque posizioni a confronto su due fronti. RISCOSSA CRISTIANA, 26.8.2015.

[2] In proposito S. Giovanni Paolo II ha scritto: “Questo invito dell’Apostolo indica … lo stretto legame tra l’Eucaristia e la Penitenza” (Redemptor hominis, 20). Questa frase di un Papa che io ho amato molto mi torna in mente ogni domenica quando, prima dell’inizio della S. Messa, vedo i confessionali perennemente vuoti.

[3] Credo che la figura più celebre, nel martirologio romano, sia quella di S. Emerenziana, cugina e sorella di latte della più famosa S. Agnese, che essendo poco più che una bambina, affrontò il martirio pur essendo soltanto ancora una catecumena.

[4] Cfr. L’IMITAZIONE DI CRISTO, B.U.R 1994, pag. 216.

[5] Non posso tacere, a questo punto, il dispiacere che io, cattolica “bambina”, provo quando, entrando in una chiesa che non conosco, devo andare alla ricerca del tabernacolo per poter pregare davanti ad esso. Forse i parroci si vergognano di Cristo al punto di tenerlo quasi nascosto? Alla mia richiesta di spiegazioni, mi è stato risposto che così ha disposto il Concilio Vaticano II, aumentando il mio disorientamento.

[6] Cfr. “Visite al SS.mo Sacramento e a Maria SS.ma”, Roma, VivereIn, 2002.

[7] Enciclica “Ecclesia de Eucharistia”, Edizioni PIEMME 2003, pag. 66.

[8] Cfr. Cammino di Perfezione, cap. 13.

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2 Responses to La Comunione Spirituale  –  di Carla D’Agostino Ungaretti

  1. Paola B. ha detto:

    Carissima Cristina, che profondità! Che delicatezza!
    Io quando sono a casa, partecipo al Rosario e alla Santa Messa da Padre Pio,
    e al momento della Santa Comunione c’è una voce che recita la preghiera della
    Comunione spirituale, che io ho, un po’ più lunga, anche sul mio libretto della
    Messa, e a me piace molto recitarla.
    Però mi ha fatto venire in mente che posso recitarla più volte durante il giorno
    o quando sono in autobus, e mi ha fatto tornare in mente anche che Padre Pio
    stesso diceva, quindi dice, di rivolgersi spesso con tutto il cuore durante il giorno
    a Gesù Eucaristico!
    Quindi grazie a lei lo farò davvero!!!!

    E’ bellissima anche la sua preghiera per la coppia non sposata, che certamente
    “non rimarrebbe inascoltata”!!!

    GRAZIE ANCORA!!!!!!

  2. Fabio Loprevite ha detto:

    Benché non rientrante in quella parte di Umanità corrispondente ai separati/divorziati- che, tuttavia, desiderano comunicarsi- ho letto con molta attenzione ed ammirazione quanto ha scritto e del Suo percorso, che l’ha condotta fino ad oggi è fino a questa ammirevole proposta ed incitazione ( possibili) di una Preghiera, più soavemente “calibrata” per una situazione/condizione come la loro.
    Vorrei congratularmi e rallegrarmi per tutto ció e sperare che, al di là di ció che ne verrà o meno, esiste sempre una Speranza ed un possibile Cammino in cui non indugiare è che Lei, in questa lettera, tenta pregevolmente di indicare.
    Che Dio la benedica sempre e che La Chiesa sappia “trovare la quadra” anche su questo.

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