L’anno nuovo è il tempo delle buone intenzioni. L’illusione di un nuovo inizio, accompagnato da manifestazioni di buona volontà, è un’esigenza dell’essere umano. Un conoscente, nel trasmettere i suoi auguri per il 2019 attraverso un messaggio whattsapp, un mezzo che esenta dal contatto personale, anche soltanto vocale, ma veloce, pratico e “funzionale” come prescrive la nostra epoca afasica e virtuale, ha affidato all’etere un pensiero che deve aver considerato virtuoso e persino profondo: che gli uomini riscoprano la coscienza!    

I buoni sentimenti e gli onesti desideri vanno rispettati anche quando finiscono in luoghi comuni. Chi scrive è reso disincantato dagli anni e aborre le scorciatoie a buon mercato, specialmente quelle delle cosiddette anime belle. Tende quindi a essere d’accordo con l’algido Adrian Leverkühn, il tormentato compositore protagonista del Doctor Faustus di Thomas Mann, che chiamava calore da stalla certe espressioni vacue e languide. Tuttavia, il richiamo alla coscienza ha sempre un forte impatto, desta impressione e induce a qualche riflessione. A dire il vero, abbiamo ascoltato un giudizioso messaggio commerciale che invitava, per le feste, a consumare e regalare “con coscienza”. Un negozio di moda maschile propone di donare “moda e coscienza”, operazione obiettivamente difficile, da realizzare forse nel circuito del commercio equo e solidale. 

Probabilmente, la confusione nasce dall’ambiguità del termine coscienza. Non soltanto è difficile darne una definizione accettabile, ma i suoi significati sono molteplici: si può intendere come consapevolezza, rendersi conto, ma anche capacità di discernere il bene e il male, giudizio del valore morale del proprio operato, sensibilità etica. Sono di uso comune locuzioni come mettersi una mano sulla coscienza, avere la coscienza sporca o pulita. Dante, padre della nostra lingua, si rivolge a Virgilio come “dignitosa coscienza e netta, come t’è picciol fallo amaro morso. “

Esiste una dimensione comunitaria, pubblica, della coscienza, orientata a guidarci verso condotte buone perché socialmente approvate, e un elemento personale, la voce del foro interiore teso a allineare i nostri comportamenti alle convinzioni che affermiamo. Un crescente manicheismo nella vita sociale e politica esibisce la bontà propria attraverso intenzioni suppostamente virtuose lanciando ombre di sospetto sull’avversario, trattato non come qualcuno che la pensa diversamente, ma da nemico malvagio sprovvisto di coscienza. Un esempio di queste ore è l’incredibile comportamento dei sindaci di sinistra decisi a violare la legge sull’accoglienza agli stranieri. Dietro il paravento della bontà, dell’umanità, della filantropia, si lancia il devastante messaggio che la legge, quando non ci piace poiché contraria alle opinioni, agli interessi e ai sentimenti personali mascherati da imperativi di coscienza, può essere violata, con buona pace della cultura della legalità, anch’essa figlia della buona coscienza, diffusa a piene mani fino al giorno prima. 

Disturba, in un tempo programmaticamente amorale e spesso apertamente immorale, il continuo sermone moraleggiante a cui veniamo sottoposti in nome di una definizione astratta di coscienza. La coscienza non può essere confusa con le nostre opinioni o con le inclinazioni soggettive. Tanto meno può esistere una coscienza a corrente alternata, per la quale ciò che è giusto oggi può essere revocato in dubbio o rovesciato domani. Relativismo e coscienza sono opposti. Noi continuiamo a pensare che esista una legge naturale iscritta nel cuore dell’uomo e la coscienza civile consista nell’aiutare ciascuno a scoprire, ascoltare, praticare le condotte da essa prescritte. Coscienza è libera adesione alla verità della legge naturale. Fa riferimento alla capacità di giudizio, al discernimento, alla distinzione, ovvero alla scelta fondamentale tra bene e male, riconosciuta per la maggiore o minore adesione alla legge naturale.    

L’intenzione è importante, ma non è il criterio fondamentale. È certo bene intenzionato chi vuol fare il bene agendo in conformità con ciò che considera tale. La sfumatura è fondamentale, specie in un’epoca in cui la pressione che viene dall’esterno è immensa. Pensiamo alla correttezza politica: essa ci impone un mutamento di coscienza, addirittura vuole cambiare il nome delle cose per mutarne la percezione, rideterminare il significato, riformulare il giudizio. Un potente agente esterno suggerisce che il bene, il giusto, l’azione conforme a coscienza, è quella che fa valere il criterio unico dell’uguaglianza, o meglio di equivalenza. Contro l’evidenza, ci viene instillato il principio, il postulato ideologico indiscutibile che tutto si equivale, dunque qualunque opinione o comportamento difforme deve essere estirpato, ogni idea diversa sradicata. L’uguaglianza orizzontale di tutto viene spacciata come buona e conforme a giustizia, ogni distinzione è vietata per empietà. La coscienza, trasformata in imperativo di una nuova bizzarra morale di piombo, deve combattere e cancellare come scellerate persone, idee, comportamenti estranei al nuovo vangelo. 

La via dell’inferno in terra è lastricata di buone intenzioni e di richiami alla coscienza. L’esito delle azioni compiute ha un rapporto assai contraddittorio con le intenzioni dell’agente. Il fanatico è capace di commettere le peggiori atrocità seguendo scrupolosamente i dettami della coscienza. I Savonarola del politicamente corretto ne sono la prova, allorché respingono, vietano, bollano con lo stigma di malvagità ciò che non corrisponde al folle progetto che considera deviante, dunque contrario alla coscienza, tutto ciò che non si conforma all’ossimoro del relativismo intransigente. Un falò delle vanità del terzo millennio, la virtù capovolta di un mondo viziato.

Un esempio letterario illustra bene la difficile definizione della coscienza. Nel romanzo più importante di Mark Twain, Huckleberry Finn, il protagonista, Huck, ragazzo un po’ deviante e un po’ pirata, affronta come può, con i deboli mezzi culturali che possiede, il dilemma morale relativo alla consegna del suo amico Jim, il negro schiavo fuggitivo, diventato suo compagno di viaggio attraverso il grande fiume Mississippi. Da ragazzo cresciuto nel Missouri prima della guerra civile, Huck sa che non deve aiutare a fuggire uno schiavo: così dice una parte della sua coscienza, potremmo chiamarla il Super Io legato alla comunità e cultura di appartenenza. 

È la legalità violata; Twain descrive perfettamente l’agonia di chi ha un peso così grande sulla coscienza, la vergogna e i rimorsi per la sua cattiva azione. Huck si sente cattivo, meschino e disgraziato, poiché ha rubato un negro a una povera vecchia che non gli aveva fatto niente di male. Quando decide di consegnarlo sente la confortante emozione di riavere una coscienza pulita. Alla fine gli risulta impossibile tradire il suo compagno d’avventura e agisce contro la sua coscienza, rassegnato a essere cattivo, un malvagio privo di redenzione per disconformità alle regole introiettate. 

L’ironia e la profondità dell’episodio sta nel fatto che Huck si comporta correttamente quando agisce contro ciò che ritiene moralmente giusto, senza fare caso alla sua coscienza. Senza coglierne il significato profondo, con l’anima sceglie l’amicizia e la dignità della persona umana.   Se per buone intenzioni intendiamo voler fare ciò che uno considera “giusto”, Huck Finn ne è privo. Ciononostante, noi sappiamo che operò bene, anzi il suo comportamento rivela l’indole positiva di Huck, che si impone sulle norme di una società moralmente corrotta sino a considerare una proprietà l’essere umano. 

Certo, in tempi di soggettivismo estremo, è comodo ritenere che le nostre idee siano l’unica guida possibile. Senza di esse, mancheremmo di bussola morale. Non seguendo la sua coscienza, forse Huck ha agito bene unicamente per buona sorte, o per caso. Ha ricevuto un’educazione carente, sommaria, non è certo un campione di riflessione intellettuale, ma dietro i suoi modi rozzi e le sue parole elementari è un ragazzo di fine sensibilità morale, come si vede in tutto il romanzo. E’ arrivato ad apprezzare Jim come amico a prescindere dalla razza. Per questo, nonostante condivida le opinioni correnti del suo tempo e della sua gente, agisce mosso dall’amicizia e dalla pura umanità. Risponde quindi alle ragioni morali rilevanti nella circostanza e non a quelle vigenti, alle quali formalmente aderisce in quanto sono le sole che conosce.  E’ disposto a rischiare una sorte simile a quella di Jim e a sacrificare la tranquillità della sua coscienza. Si comporta in modo giusto per ragioni moralmente superiori, nonostante la sua coscienza civica di ragazzo del Sud di metà Ottocento gli dica altre cose. 

Huckleberry Finn diventa così un libro sovversivo poiché proclama l’esistenza di una legge morale naturale comune che ogni uomo, anche un ragazzo senza istruzione esposto alle insidie del mondo, è in grado di cogliere, di riconoscere all’interno di un cuore tanto più pulito dei suoi abiti sporchi e dei suoi piedi scalzi. 

La crisi morale di Huck obbliga il lettore odierno a chiedersi quale sia la relazione tra la voce della coscienza e ciò che passa per eticamente giusto e rispettabile nel tempo nostro. La lezione di Huckleberry Finn è un trattato involontario di agire morale. Ciò che davvero conta, per lui e per noi, non sono le convinzioni o l’ideologia che si proclama, né le apparenze di rispettabilità farisea, ma saper rispondere in termini morali concreti e sensibili, ovvero autenticamente umani, al momento delle scelte. 

E’ assolutamente grottesco, eticamente e culturalmente devastante che in America e altrove si chieda a gran voce il ritiro del grande romanzo di Mark Twain da biblioteche e programmi di studio in nome della correttezza politica e della lotta contro il razzismo. E’ proprio vero: Deus quos perdere vult, dementat prius. Dio, a quelli che vuole rovinare toglie prima la ragione.

4 Responses

  1. ALLA CORTESE ATTENZIONE DEL DOTT.PECCHIOLI
    Al termine dell’ articolo cita il notissimo adagio:Deus quos perdere vult, dementat prius. Vorrei sapere di dove l’ ha tratto, perché ne vorrei conoscere la forma esatta, avendolo sentito citare anche in altre forme. In particolare mi convincerebbe di più l’ uso di “perdidi”, invece di perdere: mi pare più rispettoso dire che Dio vuole ciò che dice Dante di Ulisse “per sé perduto”: non crede?
    Grazie mille, complimenti ed auguri

  2. Articolo godibilissimo. Grazie all’autore e a R.C. Per usare ancora un po’ il latino, dulcis in fundo: non sapevo dei tentativi di proibire Twain negli USA. Questa America è decadenza allo stato puro.

  3. Forse la cosa più bella (e profetica) del romanzo è la chiusa deliziosamente sgrammaticata:
    “But I reckon I got to light out for the Territory ahead of the rest, because Aunt Sally she’s going to adopt me and sivilize me and I can’t stand it. I been there before” (“Ma mi sa che devo squagliarmela per il territorio indiano prima degli altri, perché zia Sally quella lì si è messa in testa di adottarmi e d’incivilizzarmi e questo è troppo per me. Già provato una volta.”)
    “Sivilize” (cioè “civilize”): come gli odierni “civilizzatori” giacobineggianti del politicamente corretto.
    Ricordo che un certo Alan Gribben della Auburn University di Montgomery, Alabama, curò qualche anno fa una nuova edizione di Huckleberry Finn, dando il via alla cagnara anti-Twain. Come la zia Sally della chiusa del libro si mise in testa di “sivilize” lo scavezzacollo, cominciando col togliergli di bocca i duecento e passa “nigger” che infiorano il capolavoro di Twain. Non so boi se è bassado a meddere a bosdo dudde le barole malamende sdorbiade dal negro Jim, l’amico di Huck. Boveri noi.

  4. Ottima prospettiva che condivido al 100%. E’ un po’ quanto accadeva, mi pare, con i Cristiani che a Roma nascondevano gli Ebrei durante la persecuzione nazista, oppure con la celebre Lista di Schindler. Insomma, ciò che pubblicamente era contro la legge, appariva sul piano della coscienza individuale come l’unica manifestazione del proprio essere Cristiani e in definitiva, “Uomini”…

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