Il caso Spagna – Spagna invertebrata

di Roberto Pecchioli

Per leggere la prima parte, clicca qui

.

La disgregazione progressiva della Spagna è la punta di lancia delle insorgenze nazionalitarie favorite dal processo di globalizzazione e dalle forze transnazionali interessate al tramonto definitivo dei grandi Stati, che non definiamo nazionali per le ragioni esposte nella prima parte del presente lavoro. La domanda se il paese iberico resisterà come Stato unitario alla seconda decade del terzo millennio non è affatto peregrina, alla luce di diversi separatismi, di una visibile e per certi versi drammatica decomposizione del tessuto unitario, e, da ultimo, dalla sfida della seconda regione per popolazione, prima per dinamismo economico, la Catalogna, insofferente da secoli, che ha programmato per il 1 ottobre prossimo un referendum per l’indipendenza dello storico Principato di cui capitale è Barcellona.

Non meno preoccupante resta il clima nel Paese Basco, pur se tacciono da alcuni anni le armi dell’ETA – Euzkadi Ta Askatasuna, Paese Basco e Libertà-  il gruppo separatista comunista che ha causato, nel corso di decenni, almeno un migliaio di morti e che gode di un consenso popolare diffuso, ancorché non maggioritario. Poi c’è il caso della Galizia atlantica, terra di brume ed emigrazione, dove il contagio si è propagato nel recupero della vecchia lingua locale, variante del portoghese, della Navarra, la cui identità è divisa a metà tra Castiglia e mondo basco. E poiché le epidemie si sviluppano progressivamente, sintomi di malessere antispagnolo si diffondono nella Comunità di Valencia, la cui parlata locale è simile al catalano e persino nelle isole Baleari, dove è sorto un improbabile nazionalismo maiorchino che esprime il sindaco di Palma de Mallorca, il cui primo atto è stato quello di eliminare la bandiera spagnola, la roja y gualda, dal palazzo municipale.

Umori negativi si levano dalle stesse Asturie, culla della nazione, da cui partì, con il Re Pelagio, la Reconquista medievale contro i Mori nel remoto 722 con la vittoria di Covadonga. In genere, ogni sentimento o rivendicazione anti unitaria in Spagna parte da rivendicazioni linguistiche. La lingua castigliana, diventata spagnola, non viene più accettata come idioma comune, tanto che persino un dialetto usato da poche famiglie rurali, come il balbe asturiano, aspira a diventare lingua ufficiale e sostituire il castigliano.

Solo il separatismo basco mantiene forti connotati etnici. Si può dire che il nazionalismo basco abbia radici apertamente razziali e razziste, sotto l’influenza dei fratelli Arana, in particolare Sabino, che teorizzò, nella seconda metà dell’Ottocento positivista, la superiorità della “razza basca”, con argomenti che oggi, in qualunque realtà diversa dalla Spagna, verrebbero respinti con sdegno come razzismo biologico. Lo stesso Arana studìò profondamente la lingua basca, l’euskera, specie nella variante della Biscaglia, la provincia di Bilbao, inventò il nome Euzkadi per indicare la regione storica abitata (anche) da popolazioni basche e ne disegnò la bandiera, chiamata ikurrina.

Il nazionalismo catalano ha invece radici economiche, relative allo scarso interesse storico della Spagna proiettata verso le Americhe per il Mediterraneo e l’Europa, cui è legata la forte classe mercantile catalana, nonché l’enfatizzazione della lingua, difesa con ostinazione da secoli, soprattutto da esponenti religiosi e dalla classe alta della città di Barcellona. Il catalano, simile al franco-provenzale, nella sua variante valenzana e maiorchina, ha una tradizione letteraria più antica del castigliano. In catalano scrisse nel Duecento Raimondo Lullo (Raimòn Llull) il grande teologo, letterato, scienziato e filosofo, prototipo dell’erudito medievale. Dopo l’unione dei regni, nel 1469, le rivolte in Catalogna sono state un elemento ciclico della storia spagnola. Tuttavia, mai era stata messa in discussione in maniera tanto radicale l’appartenenza della regione, ridefinita nazione, allo Stato spagnolo.

Localismo più globalizzazione dappertutto significa “glocalizzazione”, ma soprattutto, nell’antico regno di Spagna, significa disarticolazione progressiva delle strutture unitarie e dello spirito civile della nazione. Il primo a comprenderlo, già nel 1922, fu il grande sociologo e pensatore José Ortega y Gasset (1883-1955), l’autore del capitale saggio La ribellione delle masse. Nell’altrettanto fondamentale Spagna invertebrata, un classico del pensiero sociologico e metapolitico, egli si propose di analizzare la crisi politica e sociale della Spagna del suo tempo. Adottando il metodo della ragione storica, studiò il processo generale di integrazione e decomposizione delle nazioni, fornendo altresì un’esaustiva analisi dei fenomeni caratteristici della vicenda del suo Paese. Secondo Ortega, la disarticolazione della Spagna come nazione si radica nella crisi storica del suo progetto di vita in comune. “E’ la Spagna stessa il primo problema di qualunque politica”, concluse.              “L’azione diretta di determinati gruppi sociali, i regionalismi e i separatismi sono il riflesso di un processo di disintegrazione che avanza in rigoroso ordine dalla periferia al centro, in maniera che la perdita degli ultimi possedimenti coloniali d’oltremare pare il segnale per l’inizio di una dispersione interpeninsulare”.

Particolarmente illuminante – ed assolutamente contemporanea per preveggenza e lucidità – è la seconda parte del testo, intitolata L’assenza dei migliori, perfetta sintesi del pensiero orteghiano, in cui il pensatore madrileno reinterpreta la storia spagnola in funzione della distinzione massa/minoranza. Qui si coniugano diagnosi politica e reinterpretazione storica: la Spagna è, appunto, “invertebrata” in quanto storicamente carente di una élite dirigente capace di assumere compiti davvero nazionali e di riconoscere le responsabilità, le sfide e le vere poste in palio. La sua convinzione è che si tratti di un difetto costitutivo della razza spagnola, forse il vero genio negativo del popolo. Sulle tracce del grande storico tedesco Mommsen, la genesi di ogni nazione è spiegata come “un vasto sistema di incorporazione”.

Nascita della nazione e contestuale sorgere dello Stato, in tali fortunati casi storici, riescono a porre in secondo piano il fattore culturale, etnico e linguistico. Secondo Ortega, l’agente totalizzatore della Spagna fu la Castiglia, il cui rango privilegiato le impone una missione, quella di produrre “un’energia centrale che obbliga le comunità incorporate a vivere come parti di un tutto e non come tutti a parte”. Non aver formato un ceto dirigente “nazionale” fu la colpa storica della monarchia, in particolare della Castiglia che, in alleanza con l’Andalusia, si è comportata più spesso da padrona che da madre e tutrice della Spagna. Questo fu anche il comportamento tipico della nobiltà spagnola, che non seppe mai trasformarsi in una vera aristocrazia. Più affamata di oro, titoli e onori che interessata a costruire e vertebrare la nazione, ha largamente contribuito ad alimentare la cosiddetta “leggenda nera” di matrice franco inglese che ha bollato il suo colonialismo. La straordinaria avventura americana del popolo iberico gli ha fatto trascurare la dimensione europea e quella mediterranea in cui sono radicate storicamente e geograficamente la Catalogna ed il Levante.

Un duro colpo all’idea di Spagna unita e plurale venne, dopo la Rivoluzione francese, con la diffusione delle idee liberali e l’uguaglianza astratta estranea al carattere iberico. Nel secolo XX la crisi proseguì, dopo la fine dell’impero nazionale, con il susseguirsi di crisi e rivolte, acuite dalla povertà di troppi spagnoli; su tutte la tragedia sanguinosa della guerra civile del 1936/1939. La monarchia tradizionale spagnola aveva riconosciuto la natura plurale dei popoli della penisola sui quali regnava. Così, restò in vigore per secoli il sistema dei fueros, ovvero le autonomie consuetudinarie in terra basca, navarra e catalana. I re giuravano fedeltà ai fueros recandosi sul posto (famosa è la tradizione dell’albero di Guernica, città basca bombardata durante la guerra civile dall’aviazione tedesca che ispirò un quadro di Pablo Picasso celebre quanto equivoco), in cui l’unità dello Stato non veniva intaccata, anzi rinsaldava periodicamente l’unità spirituale delle genti di Spagna, o delle Spagne, come diceva un grande cattolico tradizionale spagnolo del Novecento, Francisco Elias de Tejada.

La fedeltà alla monarchia dei baschi fu così grande da determinare, contro le idee liberali della regina Isabella II e la rottura delle regole dinastiche, due lunghe guerre civili che segnarono l’Ottocento, dette carliste dal nome del pretendente legittimo al trono di Spagna. Fu l’ultimo grande segno di fedeltà all’idea monarchica dei baschi cattolici e tradizionalisti, che si spostarono poi in massa, a causa del trionfo del liberalismo, su posizioni autonomiste e separatiste, le stesse che hanno attraversato ed insanguinato la Spagna durante tre quarti del Novecento. Dopo la crisi del 1927, la destituzione del re Alfonso XIII nel 1931, la repubblica fu entusiasticamente sostenuta da baschi e catalani, in cambio di statuti d’autonomia molto ampi.

Poi arrivò la tremenda prova della guerra civile, la rivolta della Spagna nazionale e cattolica contro una repubblica che si tingeva sempre più del rosso del bolscevismo, oltre a mostrare i caratteri di un anticattolicesimo radicale, sanguinario ed antispagnolo. La vittoria arrise al campo nazionale guidato da Francisco Franco, ma un milione di morti ed una divisione profondissima non potevano essere dimenticati in fretta. Il solco fu enorme anche dal punto di vista territoriale, con il Nord industriale, minerario e specialmente le province basche e la Catalogna, schierato compattamente per la repubblica e incline alla secessione. Pure, la nazione rialzò la testa anche economicamente, con l’aiuto del denaro tedesco e per l’accortezza di Franco che chiamò al governo le migliori energie, tratte soprattutto dall’ Opus Dei, l’organizzazione religiosa fondata da José Marìa Escrivà de Balaguer, sacerdote aragonese elevato poi all’onore degli altari.

Il generalissimo Franco, contando sull’appoggio delle uniche due forti borghesie del paese, quella mercantile ed industriale della Catalogna e quella finanziaria e mineraria della Biscaglia basca, governò per quasi 40 anni, creando un discreto sistema industriale, dando reddito all’agricoltura attraverso grandi opere di irrigazione , accettando caute aperture nel turismo e più largamente nel commercio, ma non seppe capire che l’asfissiante uniformità “spagnolista”, come dicono nella penisola, non solo mortificava una parte importante del territorio, ma impediva di chiudere definitivamente la tragica pagina della guerra civile. Saltata una generazione della casata di Borbone, per recuperare la plurisecolare istituzione monarchica richiamò in Patria il giovane principe Juan Carlos, figlio dell’esiliato Juan, che sarebbe dovuto succedere al deposto Alfonso XIII.

Alla morte del Caudillo, Juan Carlos, incoronato Re, avviò un rapido programma di democratizzazione, suggellato dalla Costituzione del 1982, che, nel bene, ma anche nel male, segna la Spagna contemporanea. Votata dall’intero arco parlamentare, tranne da piccole minoranze tra le quali spiccarono i partiti nazionalisti baschi ed i repubblicani catalani (ma gli altri movimenti catalanisti furono favorevoli), la Carta cambiò nel profondo la storia del paese, accompagnandolo in una transizione che ebbe capi politici di talento, come il socialista Felipe Gonzàlez, allevato dalla socialdemocrazia tedesca, e l’ex franchista Adolfo Suàrez, che promossero uno sviluppo turistico, industriale, civile ed infrastrutturale divenuto impressionante. Il leader probabilmente più abile e spregiudicato fu però il catalano Jordi Pujol, che tenne in mano il governo regionale per un quarto di secolo e, con una politica astuta e senza scrupoli, guadagnò alla sua terra la maggior parte delle competenze dello Stato e grandi investimenti pubblici. Sostenne da Barcellona, sempre dall’esterno ed esclusivamente in chiave regionale, governi nazionali di segno opposto, mantenendo con spregiudicato cinismo una relazione personale con Juan Carlos che fu sempre orientata agli interessi della Catalogna ed all’arretramento della Spagna.

Purtroppo per l’antica nazione dei Re Cattolici, di Cervantes, di santi come Ignazio, Domenico, Teresa d’Avila e del pittore forse più grande del mondo, Diego Velàzquez, ma soprattutto per l’idea di Stato e di nazione, la costituzione e la sua applicazione para federalista disarticolò ulteriormente la vecchia Spagna invertebrata, svuotando le istituzioni comuni e creando i presupposti per le crisi successive, di cui oggi si vedono e paventano gli effetti. Nata per chiudere con una dittatura più nazionalista che patriottica e inglobare nella nuova Spagna le molte realtà che erano rimaste all’opposizione politica o territoriale dagli anni Trenta, la Carta ha fallito clamorosamente il tentativo di operare l’unificazione del paese per via istituzionale. In questo senso, la costituzione spagnola è una clamorosa sconfessione del “patriottismo costituzionale” promosso dal progressismo borghese.

Il primo “buco” della costituzione del 1982 è di non aver affermato la Spagna come Stato unitario, ma neppure federale. Il risultato è un sistema territoriale in cui non esistono le regioni, ma, pudicamente e astrattamente le “comunità autonome”. Ad alcune è stato concesso uno statuto più ampio (Paesi Baschi, Catalogna, Isole Canarie), ad altre è stato negato; da qualche parte le competenze statali sono passate alla comunità autonoma, altrove no, scatenando una corsa che non solo ha svuotato le istituzioni centrali, ma ha provocato gelosie, contenziosi giudiziari, la gara infinita a chi si riuscisse ad appropriarsi prima e più degli altri i poteri devoluti. La Castiglia, centro gravitazionale della nazione, venne divisa in cinque pezzi, con l’evidente scopo di indebolirne il ruolo assiale. La storia spagnola conosceva la partizione tra Nuova e Vecchia Castiglia, rispettivamente a sud e nord della capitale Madrid. La nuova divisione ha prodotto l’autonomia della città di Madrid e della sua cintura, ha unito a Sud la Mancia a quel che restava della Nuova Castiglia, a nord ha creato una regione enorme – oltre 90 mila chilometri quadrati, ma spopolata, unendo contro la storia la Vecchia Castiglia, privata del suo sbocco al mare, Santander, con le storiche province del Leòn, gravitanti sulla città universitaria di Salamanca. In più ha costituito la minuscola regione vinicola della Rioja e la Cantabria, ovvero la provincia di Santander.

Fatto a pezzi il centro della nazione, ha cancellato lo storico nome di Levante alla vasta regione valenzana, ribattezzata Comunidad Valenciana, per troncarne il rapporto geografico e storico con il centro del paese. Così ridisegnate, le diciassette comunità autonome si sono impegnate da subito per sottrarre potere e denaro a Madrid. Contemporaneamente, iniziavano interminabili battaglie soprattutto per l’acqua, un bene prezioso che in due terzi della Spagna scarseggia. Il problema era stato faticosamente risolto dal governo autoritario, che portò l’acqua dovunque, ma al prezzo di desertificare aree intere della Spagna interna, specialmente nell’arida Aragona e nelle Castiglie. Senza l’acqua aragonese, centinaia di migliaia di barcellonesi, indipendentisti compresi, soffrirebbero la sete. Nelle zone della captazione idrica, borghi e paesi si sono svuotati, moltissimi non esistono più. Ovviamente, la contropartita è un’agricoltura più ricca, specialmente nel Levante valenzano e negli immensi pianori coltivati a vite e olivo. Un sistema spezzettato, privo di centro e di regole certe e solide istituzioni di garanzia ha bloccato il Paese e ne favorisce il progressivo sbriciolamento sino alla balcanizzazione.

.

(2 – continua)

Share →

2 Responses to La crisi degli Stati e l’insorgenza nazionalitaria – Parte II – di Roberto Pecchioli

  1. Marco Boggia ha detto:

    Nell’intero Occidente è in corso (sempre più precipitoso) un processo di disgregazione, disarticolazione, dissoluzione – insomma: distruzione -, dall’interno, di dimensioni così colossali che… sfugge agli occhi (ma non alla pelle) della maggioranza. Non può essere casuale che questo sia anche il tempo dell’auto-smantellamento della Chiesa cattolica, la quale, invece di opporsi con tutte le sue forze alla immensa rovina in atto, vi partecipa, si direbbe, con davvero poco caritatevole letizia. Grazie Pecchioli.

  2. normanno Malaguti ha detto:

    Lo smembramento della grande Spagna, come si evince dalla colta, profonda sintesi storica dell’Autore, sembra inevitabile. Se si verificherà, sarà veramente una grande catastrofe per tutta l’Europa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

 caratteri disponibili

La crisi degli Stati e l’insorgenza nazionalitaria – Parte II – di Roberto Pecchioli