Il caso Spagna – Spagna, una nazione malata dall’incerto futuro

di Roberto Pecchioli

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La Spagna post franchista, caso forse unico al mondo, ha un inno nazionale esclusivamente musicale, probabilmente per timore del testo in lingua castigliana o perché non vi affiorasse un patriottismo respinto, screditato, bollato come fascismo con un accanimento superiore a quello dell’Italia post bellica. Quella musichetta di modesta qualità è oggetto di bordate di fischi allorché viene suonata in manifestazioni sportive in cui sono impegnate squadre basche o il Barcellona, il cui capitano di qualche anno fa, Pep Guardiola, è diventato il testimonial del referendum del 1 ottobre. L’autonomia non ha risolto per nulla il cancro del terrorismo basco, anzi è stato utilizzato dai nazionalisti cosiddetti moderati per ricattare il governo. In realtà, l’ETA ha deposto le armi (che possiede ancora in quantità) per l’esaurimento dei suoi referenti esteri – ambienti arabi, settori dei servizi segreti di stati comunisti – e per la collaborazione tra Spagna e Francia preoccupata per il possibile contagio nel paese basco francese ben più che per conversione pacifista. Peraltro, continua ad avere un forte braccio politico nel partito Bildu, erede di Batasuna posto al bando.

I baschi nazionalisti hanno riesumato l’arcaica lingua basca, pretendendo due canali televisivi pubblici pagati dal denaro del popolo spagnolo, controllate strettamente dal governo locale.  Hanno conquistato un sistema scolastico regionalizzato nel quale vengono privilegiate le ikastolas, ossia le scuole con lingua di insegnamento basco. Un localismo anacronistico e per certi aspetti ridicolo, che consente la diffusione di sentimenti antispagnoli e una interpretazione faziosa e furiosamente localista della storia. La guerra sporca contro l’Eta, peraltro, ha spesso permesso al vittimismo della destra basca di ottenere concessioni sempre nuove.

La Spagna ha spesso utilizzato, per regolare i conti con l’Eta una guerra sporca, utilizzando personaggi dell’eversione internazionale, coperti malamente dai governi nazionali di destra e sinistra, alimentando nuovi risentimenti anche in settori della popolazione non propensi alla violenza e non indipendentisti. L’interminabile stagione della violenza etarra ha determinato un grave impoverimento della regione, una volta assai prospera per industrie, miniere, porti ed entità finanziarie, tanto che Bilbao era la principale Borsa spagnola. Moltissime aziende, anche estere, sono fuggite dal clima di violenza e dall’“imposta rivoluzionaria”, il pizzo mafioso preteso dall’Eta e dai suoi sgherri politici per non scatenare la violenza ed il sangue. E’ proprio quell’impoverimento che ha spuntato, momentaneamente, le armi dell’indipendentismo locale, che sembra in una fase di riflessione.

Un altro immenso errore è stato quello di consentire che in alcune regioni fosse costituita una polizia regionale armata. Passi per le Isole Canarie, tanto lontane dalla madrepatria, da cui le separa l’oceano atlantico, un fuso orario e la condizione di territorio fiscalmente esterno all’ Unione Europea, ma permettere la nascita della Polizia Forale della minuscola Navarra fu francamente ridicolo. Più pericolosa l’esistenza della Ertzaintza basca e dei Mossos de Esquadra catalani.

La stessa denominazione avrebbe dovuto insospettire i governanti spagnoli, e soprattutto la monarchia, il cui unico compito residuo è garantire la coesione nazionale. Ertzaintza significa guardia del popolo, e richiama un corpo armato fondato durante la guerra civile nel campo repubblicano. I Mossos de Esquadra, ragazzi di squadra, portano il nome di reparti costituiti durante la violenta insurrezione catalana del 1714/15. Intanto, migliaia di poliziotti, di armi e di blindati sono controllati non dallo Stato o da istituzioni territoriali leali, ma da professionisti della rivolta antinazionale. Il nuovo comandante della polizia catalana, Pere Soler, un politico ultra radicale, è noto per gli insulti contro la Spagna scagliati attraverso dichiarazioni pubbliche e “cinguettii” su Twitter. Nel più educato, afferma che gli spagnoli gli fanno pena, ma una penosa ispanofobia, che in Italia cadrebbe nei rigori della legge Mancino, è preda di parti importanti della società catalana.

In Catalogna, ed è il fatto più sconcertante della vicenda politica spagnola degli ultimi decenni, i governi centrali hanno accettato di devolvere alla Generalitat di Barcelona l’intero sistema scolastico ed educativo. Dodicimila docenti hanno dovuto fare le valigie in quanto incapaci, ovviamente, di insegnare non il catalano, ma in catalano. Sì, perché nella democratica, libera e progressista Catalogna dei diritti non è diritto dei ragazzi e dei loro genitori che l’insegnamento avvenga nella lingua nazionale, che, costituzionalmente, è ancora lo spagnolo castigliano. Va detto che circa la metà dei residenti è di madrelingua spagnola e non catalana! La cosiddetta “immersione linguistica”, nella regione ed in parte nelle Isole Baleari, come viene chiamata la preferenza per la lingua locale, coinvolge segnali stradali, istituzioni e persino insegne commerciali, con i titolari pagati per cambiare le scritte dallo spagnolo al catalano, multati se non lo fanno.

Ciò che venne giustamente imputato ai governi spagnoli del passato in materia di disprezzo per le specificità locali, i mini nazionalisti lo mettono in pratica ogni giorno impunemente in piena democrazia, nel silenzio delle istituzioni e di quel re che dovrebbe rappresentare l’unità nazionale. La scuola controllata dai separatisti è lo strumento privilegiato di una propaganda martellante ed ultratrentennale, infarcita di menzogne e di una impressionante xenofobia anti ispanica, spesso fomite di autentico odio, oltreché di aperto disprezzo per la lingua comune. Addirittura, il governo non riesce a completare l’organico della Polizia Nazionale e della Guardia Civile, in Catalogna, per il rifiuto al trasferimento di chi non può assicurare ai suoi figli l’istruzione in un idioma da loro compreso, che, per inciso, è una della più importanti lingue veicolari del pianeta.

Il fatto è che, oltre ai ricatti politici dei partiti separatisti, che socialisti e popolari hanno sempre subito senza fiatare, nessuno dei due grandi partiti spagnoli ha un respiro ed una visione nazionale. I popolari sono deboli in terra basca ed in Catalogna per la concorrenza dei movimenti localisti orientati a destra; inoltre sono preda di una sindrome di timore del passato che impedisce loro di prendere decisamente le difese dell’unità nazionale e dei cittadini di lingua e sentimenti spagnoli delle regioni in fiamme. Spagnolista è termine pronunciato come un insulto, anche se gli indipendentisti non sono maggioranza, e la guerra delle parole, unita alla variante autonomista del politicamente corretto fa sì che in Catalogna e nelle province basche la parola Spagna sia diventata impronunciabile, sostituita da “Stato spagnolo” o, genericamente, da “Stato”. I socialisti, saldi e leali in Euzkadi, non esistono in Catalogna, giacché il socialismo locale è soltanto federato con il PSOE e si chiama, significativamente, Partit del Socialistes de Catalunya. La sua denominazione non è bilingue, ma solo in catalano.

Durante il quarantennio democratico, tra l’altro, la disoccupazione è rimasta altissima, con punte che hanno raggiunto il 25 per cento. Ciò non ha impedito un’immigrazione ancora più massiccia che in Italia, in Catalogna largamente favorita dal governo locale nelle sue componenti est europee, nordafricane e di lingua non spagnola (il legame con l’Iberoamerica è sempre vivo) in funzione antinazionale. Agli immigrati si spera di insegnare il catalano, ma non lo spagnolo, che però risorge in quanto lingua veicolare di livello mondiale, nonché prima lingua di circa la metà degli oltre 7 milioni di abitanti della regione. Il nazionalismo ideologico tende sempre ad escludere perfino quando finge di integrare!

La data del 1 ottobre 2017 segnerà in ogni caso la storia più che millenaria della Spagna. La Generalitat di Catalogna, dominata da una setta di separatisti furiosi, ha proclamato il referendum sull’indipendenza con una domanda, cui sembra obbligatorio rispondere sì, volta alla fondazione di uno Stato repubblicano indipendente dentro l’Unione Europea. Il governo nazionale ha già chiesto ed ottenuto dal Tribunale Costituzionale spagnolo il divieto di svolgimento. E’ evidentemente incostituzionale un atto non concordato con cui si pretende separare una parte di Spagna, abbattendo altresì la cornice monarchica del Regno. Sotto il profilo immediato, è verosimile che la consultazione non si terrà; questa sembra l’assicurazione data dal primo ministro Rajoy al re Felipe VI. Un processo probabilmente irreversibile è tuttavia stato avviato.

Nelle settimane a venire, decisivo sarà il ruolo “costituzionale” dei partiti di opposizione, come il socialista e i liberali progressisti di Ciudadanos, molto radicati in Catalogna, dove rappresentano un bastione “unionista”. Più incerta la posizione di Podemos, il movimento che alcuni paragonano a Cinque Stelle. Prigioniero delle parole d’ordine della sinistra radicale degli anni 70 e 80, è indifferente alla questione nazionale, ma ha rotto con i suoi esponenti catalani, che appoggiano il referendum pur non schierandosi per l’indipendenza. La posizione della Chiesa cattolica è variegata. Diversi vescovi sono apertamente indipendentisti, altri hanno una posizione più sfumata, simile a quella, favorevole all’unità spagnola, della Conferenza episcopale. Il punto è: reggerà la fragile alleanza anti secessionista? La risposta è un rotondo no. I socialisti hanno già annunciato di volere una riforma costituzionale in senso federalista, il cui esito sarebbe probabilmente una toppa, una fragile tregua dopo la quale le rivendicazioni ripartirebbero più forti, coinvolgendo certamente il mondo basco, ora alla finestra, settori della Galizia e, in chiave pancatalanista, persino le Isole Baleari.

Ovviamente i due altri grandi problemi del Paese rimangono irrisolti, minando la società e costituendo terreno fertile per nuove divisioni: parliamo dell’economia e dell’immigrazione. La Spagna, con 46 milioni di abitanti, ha almeno 4,5 milioni di disoccupati. Il numero è in calo, ma si tratta in genere di impieghi stagionali legati al turismo. In Catalogna, intanto, i più radicali tra gli indipendentisti (è sconcertante che in Spagna il nazionalismo localista attecchisca soprattutto a sinistra!) hanno iniziato una pesante campagna contro i turisti stranieri, mentre lo sciopero di lunga durata dell’aeroporto barcellonese di El Prat scatena sospetti di complotto e nuove ondate di intolleranza antispagnola. Quanto all’immigrazione, impressionante per numero, tenendo conto dei limiti economici del paese, ha i suoi punti caldi nelle due enclavi spagnole in Nordafrica, ultimi residui di un impero che toccò quattro continenti. Le città ex coloniali di Ceuta e Melilla hanno posto tra sé e l’Africa che li circonda muri elettrificati alti sei metri, poliziotti e militari in assetto di guerra, ma la pressione è terribile, quotidiana, e scatena dibattiti nell’opinione pubblica non dissimili da quelli italiani.

La storia non si fermerà; ancora una volta, dopo aver appiccato l’incendio, la borghesia catalana si metterà la mano sul portafogli e appoggerà la permanenza della regione nel Regno di Spagna, non senza brigare per ottenere appoggi a livello europeo – si è schierata però la sola Slovenia – e strizzare l’occhio alla benevolenza degli Stati Uniti. Il fatto è che in Spagna le fughe in avanti (o all’indietro…) sono state troppe. Pujol ed il suo partito, ora in rotta, girondini travolti da giacobini sempre più estremi, avevano ballato sulla corda con straordinaria visione tattica per oltre 30 anni. Da un lato, la Spagna restava il mercato privilegiato per le merci catalane e per le banche di Barcellona, gli immigrati andalusi e galiziani venivano accolti a centinaia di migliaia per mandare avanti l’economia, ma poi si alimentava, con la scuola ultranazionalista e la televisione pubblica locale TV3, da cui è bandito l’uso della lingua spagnola, un sentimento di rancore e di rivendicazione continua, si rifiutava la storia comune e si diffondeva una visione in cui la Spagna era presentata come il secolare oppressore violento.

Tutto questo è il brodo di coltura del 1 ottobre ed il segno di una disgregazione nazionale che non ha trovato veri oppositori. Non la monarchia che con Juan Carlos ha soprattutto fatto il pesce in barile, e che, secondo alcuni, è oggi ben più ricca di quando, 42 anni fa, riprese il trono per volontà di Francisco Franco, non i grandi partiti nazionali, inclini al compromesso, in preda al timore di essere considerati troppo spagnoli, anzi spagnolisti, secondo il lessico locale, non le istituzioni “invertebrate” o le classi dirigenti. Anche la società civile ha disertato la battaglia, contentandosi di appelli alla concordia ed alla moderazione. Non diversamente il clero, che nei Paesi Baschi, in talora supportato o giustificato le forme più ripugnanti e violente del nazionalismo basco, come il controverso vescovo emerito di San Sebastiàn, José Marìa Setién. Per questo, la Spagna invertebrata è il laboratorio perfetto per il mondialismo nemico degli Stati. Tante piccole realtà autonome incapaci di vera indipendenza fanno la fortuna delle cupole oligarchiche. Non è un caso che, sotto la presidenza Obama, l’ambasciatore americano abbia partecipato a convegni del nazionalismo catalano. Poiché però quei signori vanno dove li porta non il cuore, ma il tornaconto, è probabile una frenata, magari orientata a rincorse successive.

Il clima si fa pesante. Da un lato, lo Stato ed il governo schierano per ora soprattutto l’apparato delle leggi e allertano i funzionari pubblici, rafforzano cautamente polizia e Guardia Civile. Dall’altro la tensione sale, mentre tutti i sondaggi confermano una lenta avanzata dei contrari alla secessione, ma anche una continua radicalizzazione degli indipendentisti, tra i quali si segnala l’alta percentuale di giovanissimi imboniti dalla martellante propaganda antinazionale della scuola e dei mezzi di comunicazione controllati dal governo regionale. Si è però apertamente schierato per l’unione uno dei grandi quotidiani di Barcellona, El Periòdico, di lingua spagnola ed orientato a sinistra, mentre mantiene un basso profilo l’organo storico della borghesia locale, La Vanguardia. La disputa è accanita persino su quelli che appaiono dettagli, ovvero l’acquisto delle urne – vietato in quanto malversazione di denaro pubblico per un atto illegale, secondo il Governo – e l’utilizzo della pubblica anagrafe. Il voto per posta, “por correo “, nel linguaggio sovreccitato dei nazionalisti sarà possibile, ma non “por Correos” ovvero non attraverso l’ente postale nazionale spagnolo.

In tutto ciò, quello che colpisce l’osservatore è che una parte non piccola della popolazione sembra indifferente o neutra e che l’onda nazionalista, fortissima nelle istituzioni, nei milieux intellettuali e nella propaganda, non è altrettanto potente nell’opinione pubblica. Tanto in Catalogna che nei Paesi Baschi, è sociologicamente accertato che il rapporto tra le parti è di equilibrio. I secessionisti sono forti, ma non godono di un consenso travolgente, gli unionisti ed i moderati sono molti, ma silenziosi. Comunque vada, ed è opinione di chi scrive che la consultazione non si svolgerà, ma verrà mantenuta come arma di propaganda e di pressione in qualche forma escogitata dall’universo indipendentista e dalla Generalitat, né l’esercito interverrà o darà segni di schierare truppe nella regione. Troppo alto il rischio di scontri pesanti, troppo forti le pressioni internazionali, e comunque la grande maggioranza degli spagnoli, in Catalogna e fuori, non lo accetterebbe.

Tuttavia, lo scontro finale sarà solo rinviato. Probabile sarà l’occupazione di qualche edificio pubblico, oltre a manifestazioni dure o persino violente. Poi ci saranno nuove trattative, canali di dialogo saranno riaperti, probabilmente la Spagna si trasformerà in uno Stato federale, si definirà plurinazionale e cercherà di tirare avanti alla meglio per un altro po’. Chi ha seminato vento, raccoglierà altra tempesta. Dopo aver ottenuto, giustamente, i riconoscimenti della peculiarità catalana e basca rispetto al resto del Paese, mestatori di vario tipo, con il sostegno nascosto di settori dei poteri transnazionali, premono sulla Spagna affinché accetti di dissolversi. Contemporaneamente, nel resto della penisola cresce il contro movimento del rancore anti catalano, che fa il paio con un analogo sentimento nei confronti dei baschi: una condizione di disfacimento civile che non promette nulla di buono per il futuro di una vecchia, prestigiosa nazione e proietta ombre scure sulla sopravvivenza dell’istituto monarchico, destinato a crollare con esiti infausti se non saprà garantire la sostanziale tenuta dell’unità nazionale, unica ragione della sua esistenza.

Sarebbe non solo una tragedia di quel popolo, che il carattere ispanico non risolverebbe senza spargimento di sangue, ma il sinistro segnale di implosione per l’Europa stessa, se non saprà frenare un processo centrifugo che si propagherà con modalità distinte quasi ovunque. La fine degli Stati nazionali sarebbe l’avvio di un sistema in cui ad un nuovo localismo etnocentrico gretto e provinciale si sovrapporrà inevitabilmente come dominus il superstato tecnocratico sognato dagli oligarchi. Persino uno Jurgen Habermas ha scritto pagine illuminanti in difesa degli Stati. Per questo speriamo in una rinascita, anzi in una nuova Reconquista spagnola, che ritrovi le ragioni permanenti dell’unità e della convivenza dei popoli iberici, le cui diversità troppo enfatizzate non sono etniche o razziali e neppure confessionali.

Si può, si deve essere spagnoli, come è sempre stato, senza cessare di amare la patria piccola, catalana, basca, castigliana, galiziana o andalusa. Il resto è la penosa anarchia invertebrata del declino nazionale e morale della patria di Don Chisciotte, il Cavaliere dalla Triste Figura.

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(3 – continua)

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