Un momento di lettura distesa, magari impegnativa, ma ristoratrice. Un’idea per trovare un’occasione di svago tra le incombenze della settimana, che quasi mai sono piacevoli per chi abbia a cuore la fede in Cristo e la salvezza delle anime. È quanto Riscossa Cristiana intende offrire ai suoi lettori ogni domenica. Per quanto è possibile, ci piacerebbe richiamare alla memoria di chi l’ha vissuta e far conoscere a chi non ne ha mai avuto neppure il sentore l’atmosfera di quelle belle domeniche in famiglia in cui si andava a Messa, ci si metteva a tavola per il pranzo della festa e poi si leggevano quegli articoli così ben scritti che i giornali ora non pubblicano quasi più. Poi, sarà nuovamente lunedì, ma, come accadeva nelle belle famiglia di una volta, lo guarderemo con occhi diversi. Buona lettura.

 

IL TESTAMENTO DONADIEU

di Matteo Donadoni

 

Simenon, uno dei più grandi autori di lingua francese del xx secolo (e forse più), Simenon il romanziere, magro e dinoccolato, dall’aria un po’ svagata di chi sembra non sapere nemmeno quale pipa scegliere quest’oggi, è stato in vita un personaggio degno dei suoi capolavori. Non importa che abbia avuto troppe donne invece di una sola come il suo commissario Maigret, o usato dozzine di matite invece di una sola per volta, come farebbe una persona normale. Non importa che abbia scritto tanto, tutto dipende dalla capacità che abbiamo noi di leggerlo. O di non leggerlo. Leggerlo comporta una turbativa di per sé, la sua indagine psicologica è talmente abissale e la sua prosa tanto apparentemente semplice da creare una crasi nell’animo del lettore a catapultarlo nel racconto fino a fargli quasi perdere il confine fra sé e l’opera, fra interiorità e distacco dalla finzione letteraria. La potenza di Georges Simenon è normale, come la natura, languida e devastante.

Forse, grazie a quel particolare istinto atto a compensarne l’ottusità, tramite il quale certi campagnoli “sentono” quando è il caso di evitare un certo cibo o è giunto il momento di levarsi di torno, o magari di non leggere un determinato libro, ho sempre accuratamente evitato anche solo di sfogliare un Simenon. Purtroppo per me, oltre all’istinto, il buon Dio mi ha dotato di una buona dose di presunzione, di quelle che portano a tirare per vedere se prendi un bersaglio tanto piccolo da così lontano o a pensare di poter leggere un autore tanto grosso da così in basso, per l’innocente – ma non innocua – provocazione di Alessandro Gnocchi e Paolo Gulisano. In questo modo, a volte accade, uno si può ritrovare in quel particolare stato d’animo per cui avverte che la vita in certi momenti rimane sospesa come una giostra di cavalli di legno alle cinque del pomeriggio, gira a vuoto. O ci sali o te ne vai. Lo stesso accade con il romanzo di Simenon.

Scritto nel 1936 alla villa “La Tamaris” di Porquerolles, Provenza, e pubblicato da Gallimard nel ’37, Simenon considerava Il testamento Donadieu il primo vero romanzo da lui scritto, e l’unico che ebbe un seguito. Considerato dalla critica uno dei progetti più ambiziosi di questo autore, anche se non fra i più riusciti, è la storia di una famiglia e della sua lenta ma inesorabile distruzione. In parallelo si racconta l’ascesa sociale di un giovane privo di scrupoli, Philippe Dargens, che si serve di Martine, figlia minore, all’epoca diciassettenne, della potente famiglia di armatori Donadieu, per uscire dalla propria condizione. Questo corrispondente francese della famiglia Buddenbrook è il percorso per certi versi assurdo, e proprio per questo tanto reale, attraverso il quale l’autore conduce come un “sole asprigno” – e verrebbe da dire anche con una certa soddisfazione – i personaggi (e il lettore) alla consunzione dei panni, allo scolorimento delle facciate, all’inceppamento degli ingranaggi del buon senso, come avviene nella vita, spesso senza un perché.

L’opera fu commissionata da “Le Petit parisien”, che desiderava pubblicarlo in appendice al quotidiano, questo spiega la lunghezza – eccessiva rispetto allo standard simenoniano – e l’aspetto per certi versi slegato fra le parti del testo. Ora, non ci compete indagare quanto nel racconto del genio belga sia dato dalla propria storia familiare e quanto sia prodotto dell’immaginazione artistica o perfino divertissement. Di certo sappiamo che a quel tempo Simenon era amico di alcuni grossi armatori de La Rochelle, perciò ebbe modo di conoscere a fondo l’ambiente. Oltretutto, non possiamo dimenticare che il nonno materno, Guillaume Brüll, morto quando la madre di Simenon, Henriette, aveva soli cinque anni, era originario della zona di confine fra Olanda e Germania – i Brüll non sono Valloni e non parlano francese, perciò in famiglia sono degli esclusi – ed era stato “dijkmeester” (incaricato del controllo delle dighe), un lavoro di una certa importanza. Il vecchio Brüll aveva attuato una strategia di diversificazione del rischio d’impresa, come il vecchio Oscar Donadieu, che dagli uffici alla Rochelle poteva vedere «di fronte, cumuli di carbone: il carbone Donadieu. Carboniere pronte per lo scarico: carboniere Donadieu. Pescherecci ormeggiati davanti ai carri merci e ai vagoni frigoriferi: pescherecci, carri merci e vagoni frigoriferi Donadieu». Certamente possiamo ipotizzare che Il testamento Donadieu sia rivelatore di un malcelato disprezzo, o quantomeno fastidio, nei confronti di una certa borghesia, con i suoi valori – o pseudo tali – a metà fra l’antico codice e il nuovo nichilismo.

L’autore sembra detestare soprattutto l’ipocrisia dei valori borghesi, quella patina superficiale di bontà che è perbenismo, quell’ipocrisia senza memoria avvolta nei panni nuovi dei parvenu, che è la miseria morale di quanti, freddi come lame, si rodono nella speranza di arrampicarsi solo un po’ più su nella gerarchia borghese o si angosciano, tormentando le lenzuola sudate delle notti insonni, nell’orrore di scivolare di nuovo nei bassifondi, nella sporcizia della antica povertà materiale.

Un mondo sostanzialmente eretico in cui si pensa solo a lavorare e si bada più che altro a cosa penseranno gli altri. Un mondo in cui «aspettano tutti dignitosi la tomba di famiglia, che non cambierà granché il loro stato…». Il mondo piccolo borghese in cui vengono curati i dettagli minimi per tralasciare l’enormità delle cose più importanti, la vita ovattata e disperata di figli che odiano i genitori «perché sciupano splendide possibilità: e finiscono col farci credere che il mondo è brutto»: storie probabilmente simili a quelle di tanti ragazzi che conoscevamo e che sono finiti per farsi mercificare e distruggere dalle droghe. Genitori giunti a varcare le soglie della vecchiaia, per i quali – è stato forse così per il capofamiglia Donadieu? – «ogni volta l’indomani era un giorno di amarezza e sovente di sdegno». Storie di cristiani di facciata.

«C’era il sole quella domenica, seppure asprigno, come a indicare che l’estate era finita. Nella quieta rue Réaumur la porta verde dei Donadieu, a due battenti e con un grosso picchiotto di rame, si era aperta in quel momento. E lungo il marciapiede si veniva formando una sorta di processione dove l’unico assente era il buon Dio». L’apparente chiosa in realtà è la chiave di tutta la storia. L’unico assente era il buon Dio. Perché, il posto del Padreterno, in casa Donadieu ce l’ha la famiglia Donadieu, se non addirittura la ditta Donadieu, intenta ad idolatrare se stessa. Questi idoli dalla forma umana si rivelano al mondo, e al lettore, come Moai ai Rapa nui, sono sempre stati lì, fin quando è troppo tardi. E Simenon lo sa. «Le vetrate verdi, di cui erano provviste le finestre, davano ai volti un rilievo insolito. Ognuno pareva una statua di pietra collocata per l’eternità, come in uno scenario, nello studio del notaio Goussard». Oscar Donadieu, il capofamiglia, è ritrovato morto. La commedia umana del grande armatore è terminata: «I principi del nonno, che erano serviti a lui solo, vennero allora applicati a più persone, a una moglie, ai figli, alla servitù. Le abitudini diventarono regole intangibili. Queste regole finirono per costituire una religione i cui dogmi, finché era vissuto Oscar Donadieu secondo, nessuno mai si era azzardato a mettere in dubbio».

L’unica tradizione che perdurerà in casa Donadieu è quella della rilassatezza generale e del languore della domenica mattina, seguita dal puntuale trambusto e sbattere di porte. Si sente nell’aria che sta per calare il sipario su di un’epoca, e, calmo, Simenon affonda il colpo da maestro nello scafo Donadieu e contro ogni bigottume, con una grande verità, che non è altro che una fenomenologia della vita con metafora marittima: «Al porto l’acqua aveva un odore più acre, le barche si sollevavano più in alto al ritmo della marea, le pulegge stridevano e tutte le bettole dei dintorni odoravano di rhum caldo e lana bagnata». Vita vera contro affettazione. Forse è questo che farà amare Simenon, lo è per me: il comune, semplice, insolito sentimento di pace nel pensare una locanda dove c’è un buon odore di pigne e di cipolle.

Ecco, il pasto, il ritrovarsi di una famiglia è solitamente dinanzi al desinare, lì ci si riunisce, lì ci si distrugge. Ecco allora che entra in scena la vedova Donadieu, detta “l’ape regina”, che, con la sua voglia perennemente frustrata di fare (che finisce per strafare) e con «un pranzo che a causa di un incidente avrebbe segnato una svolta in parecchie esistenze», mette mano all’azienda per salvarla, smontando così, pezzo a pezzo e con devota organizzazione, l’impero di famiglia.

Non è sola. La morte dei grandi è un vaso di Pandora, escono le magagne di tutta la famiglia, i peccati di una vita sembrano darsi appuntamento all’ora stabilita per lo scandalo. E, se l’ultimo a sapere è il diretto interessato (il coniuge), di solito i primi a sapere sono i vicini.

La vicina di casa, la signora Brun, anch’essa vedova, ma più pettegola, si reca a casa Donadieu proprio all’indomani dello scandalo generato dall’uscita del giornale locale “I panni sporchi”, che rivelava la relazione del figlio Michel con la segretaria Odette, per l’appunto incinta di lui, esordendo: «Di questo passo turberà di certo la demografia de La Rochelle… di quanti cittadini in erba gli siamo già debitori?». Una mancanza di tatto che si potrebbe definire sconsiderata anche per una signora dell’alta borghesia. Proprio quel Michel che «aveva studiato in Inghilterra e si piccava di rispettare le usanze inglesi» l’aveva fatta grossa, tutta la città ora ne parlava. Altra considerazione, non troppo fra le righe, dell’autore nei riguardi di questa feroce morale puritana nei confronti dei peccati della carne (altrui si intende), non va dimenticato che i Donadieu erano calvinisti convertiti al cattolicesimo per moda o convenienza.

In questo clima buono a scaricar merluzzi sul molo con gli stivali di gomma che sanno eternamente di salamoia, per cui «le condizioni del mare non erano né buone né cattive. Una distesa grigia dorata di bianco sotto un cielo perennemente basso», si deve arrivare a pagina 165 (capitolo X della prima parte) per leggere dopo una serie di quotidianità, più o meno familiari a tutti noi, d’un tratto questo passo: «in seguito i medici dovevano far risalire il fatto alle sette e mezzo circa di sera, ma la cosa su cui non sussisteva il minimo dubbio era che Lamb aveva lo stomaco vuoto» e brandelli di cervello a imbrattare la parete. Così chiudeva i battenti il giornale locale “I panni sporchi” insieme al suo indiscreto ideatore. L’assassino, il signor Baillet François, ferroviere, è soltanto un pover’ uomo dal volto pavido e la mente limitata, stupisce semmai come abbia potuto arrivare a un delitto, per giunta tanto efferato. Stupisce così tanto da venire assolto. E una volta assolto non esita a mettere alla porta la figlia, per l’omicidio che ha lui stesso commesso, credendola innocente, certo, ma perché lei gli aveva mentito. Poi, imbaldanzito dall’assoluzione giudiziaria, non trova di meglio che operare un transfert da senso di colpa sulla borghesia sfruttatrice e diventare un militante comunista.

Morto il capofamiglia i Donadieu non sanno più cosa fare. Così, Frédéric Dargens, lo spiantato, il banchiere rovinato, confidente delle signore di casa Donadieu, diventa l’uomo cui tutti improvvisamente chiedono, sprovveduti, consigli su cosa debbano fare. Se non altro questo proprietario di cinematografo fallito ci illumina una profonda verità: «Non c’è nulla di definitivo, soprattutto i drammi!». Suo figlio Philippe, cacciato come un ratto dal patriarca Oscar, nel frattempo ha la sua vendetta, conquista tutta la famiglia Donadieu, diventandone addirittura la figura di riferimento. Uscito dalla finestra, ne è rientrato dal portone a due battenti con il picchiotto di rame eccetera.

Nel frattempo il delfino suo malgrado Michel si riduce a uno straccio malato che mangia con un’avidità indisponente, senza più rispetto per se stesso conducendo i propri porci comodi in Costa Azzurra, in un bar di Saint Raphael, il “Provençal”, che non è che uno stambugio male illuminato gestito da un vecchio e una vecchia. Copertura sgangherata del pozzo dell’immoralità. Finirà con un dialogo surrealmente tragicomico con la moglie tisica, che lo ha abbandonato.

Con tutto ciò, sullo sfondo, dalle prime pagine del libro, galleggia sulla baia di La Rochelle, gonfio, il morto, l’apparente suicida, il capofamiglia Oscar Donadieu. «Ed ecco che lui era morto» lo si ricorda solo a pagina solo a pagina 228, ma nella mente del lettore, quel primo cadavere è onnipresente. Come una maledizione.

La maledizione dei Donadieu però sembra colpire, o meglio attecchire come un morbo immorale, chiunque ne venga a far parte. Ciò spiega l’intreccio scabroso con i Grindorge. Meglio fra Philippe e Paulette, la moglie del ricco (e gonzo) Albert Grindorge, una donna tanto piccola e gracile di quelle che poi si dimostrano tranquillamente reggere la tremenda puleggia della morte. La descrizione che ne fa il genio belga è di una desolata esaustività: «Assomigliava a quelle madri di famiglia dai seni cadenti, che sulla spiaggia portano con tranquilla impudicizia costumi da bagno troppo larghi, dai quali il petto esce di continuo senza che se ne diano minimamente pensiero. Come loro Paulette Grindorge aveva la carne, le forme e i gesti della donna onesta, come loro ostentava un’indecenza candida e desolante».

D’altro canto, Martine Donadieu è una donna bellissima nel pieno rigoglio del corpo, nella mente e per equilibrio morale, ma Paulette, con pena infinita «dal momento che esistono gli specchi» – specifica impietoso Simenon -, crede che Philippe la possa lasciare per fuggire con lei. «Paulette era troppo scema, tanto scema da credere che l’amava per lei stessa» e non per i milioni del suocero. Ma l’amante sciocca «da donna scema qual era, avrebbe portato fino in fondo la propria scempiaggine».

Ormai, «la pioggia stillava dai rami mentre sui marciapiedi zone asciutte si alternavano ad altre bagnate; la gente rincasava», si era fatta sera sull’intera vicenda. «Chi può dire se le cose avrebbero potuto andare diversamente se non fosse giunto, inatteso, lo scalpiccìo inopportuno di uno sconosciuto con una verruca sul naso?». Altro sarcastico e sottilissimo insegnamento di Simenon, la vita è fatta di istanti, coincidenze, eterogenesi dei fini, decisioni prese in pochi secondi e serendipità. La banalità, l’apparente futilità o vacuità di persone e cose, celano in realtà un intero universo che può collassare da un momento all’altro e che potremmo non conoscere mai. La bella Martine, la moglie devota, non esita a cadere in ginocchio per implorare Philippe il fedifrago: “bisogna saper perdere” l’ultimo grido di una saggezza disperata di chi ha amore e non odio nel cuore, nonostante tutto. La scena è commovente, nella mente del lettore si forma una specie di sospensione, come di attesa e di vuoto e «nel vuoto non esiste più equilibrio, si fluttua senza mai posarsi», per questo non smuove l’anima di chi non sa perdonare e, soprattutto, non sa accettare né accogliere il perdono offerto. Il cuore di un uomo già morto dentro può restare indifferente all’ultimo impeto di speranza di una giovane che non chiede pietà, ma la offre, gratuitamente. Tutto sommato «era vero che Philippe sacrificava tutto alla propria ambizione, come lui stesso affermava» ,anche la sua anima.

E così accade, un pomeriggio in cui, neanche a dirsi, scorre una Senna in piena di un marrone sporco e l’amante, uscita di sé, conta sessanta volte la goccia di sonnifero utile a un sonno senza sogni. Ma senza sogni è anche la disperazione della piccola Martine che spara, spara «con una voce d’infinito smarrimento» contro l’uomo che ama per poi rivolgere il revolver contro se stessa e fare fuoco di nuovo, due volte perché, povera, non riesce a morire. A nulla è servito dunque tutto il racconto di vita? Sentire un istinto benevolo, ma farsi scappare di bocca una frase grossolana e brutale non è esattamente quel che si dice “santificare la famiglia”, è un gigante Simenon in questo, e chiunque sia sposato ha certamente provato l’amarezza di questa situazione, ma solo un genio la può trasmettere scrivendola su un foglio bianco.

La famiglia è il valore supremo, «Oscar Donadieu pronunciava la parola “famiglia” quasi con la stessa enfasi con cui si direbbe famiglia reale», ma la storia che ci racconta Georges Simenon è che, forse, la famiglia, così come la Patria, senza Dio non ha un futuro.

Se in casa Donadieu un sigaro e un liquore erano di prammatica, per quanto ne venissero servite qualità diverse a seconda del visitatore, ora non rimane che il sangue e il ricordo, dove fa capolino quel Dio, di cui si sarebbe voluto fare a meno nelle attività Donadieu: il carbone Donadieu, le carboniere Donadieu, i pescherecci, i carri merci e i vagoni frigoriferi Donadieu. Ora, dopo sei anni, ciò che rimane dei Donadieu, si ritrova a La Rochelle. In chiesa, dove, nel dubbio, vengono concessi i funerali cattolici, dato che in quell’appartamento reso marrone dal sangue come la Senna quel giorno, non si era riusciti a stabilire chi avesse sparato a chi. Stavolta «la signora Donadieu, immobile e ritta, fissava l’altare e il Dio che vi si materializzava». L’unica che pare ritrovare la fede, in fine, è dunque la vecchia signora con il bastone di bambù.

Al netto della terribile sequenza degli accadimenti, verrebbe da pensare, non senza un certo sospiro di sollievo (e persino di gratitudine) che la figura migliore, in questa turpe vicenda familiare, la fa proprio il padre suicida. È la sintesi stessa del più genuino stile simenoniano: risolve il proprio ruolo di personaggio in una riga.

I personaggi di Simenon sono persone normali, uomini qualunque, che portano all’estremo i propri pensieri e le proprie azioni, nel senso più intimo della cogenza della successione logica. Così normali e così qualunque che, a esser onesti, potremmo essere noi. Ma così logici e consequenziali che, grazie a Dio, possiamo sperare di non esserlo. Rimane il fatto che il genio belga è da frequentare per capire che cosa sia un mondo senza Grazia.

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