“Dicebat autem parabolam ad illos quoniam oportet semper orare et non deficere…”  (Lc 18,1).

Non solo nella comunità giudaica ma neppure il diritto romano riconosceva alle donne la capacità giuridica e tanto meno quella di agire giuridicamente. Perciò le donne, quando erano sole perché vedove, orfane, straniere, o comunque prive di un appoggio maschile, cadevano spesso in una situazione di povertà materiale e di irrilevanza sociale e giuridica per nulla invidiabile e spesso dovevano cavarsela per conto loro facendo leva sulle loro doti di intelligenza  e di iniziativa.

E’ quanto sottolinea Gesù, secondo Luca, per insegnarci la necessità della preghiera costante, diuturna, da non trascurare  mai nel corso della nostra vita quotidiana e lo fa rivolgendosi “ad illos”  –  cioè ai discepoli, non ai lontani – servendosi di due figure umane che più diverse e lontane l’una dall’altra non potrebbero essere: un giudice e una vedova.

Appare anzitutto “il giudice”: un personaggio importante, un notabile di alto livello sociale e civile, con grandi responsabilità morali. Ma egli “non teme Dio”, non ha fede, non si preoccupa del fatto che prima o poi dovrà rendere conto del suo operato a un Giudice ancora più in alto di lui. Ed è anche egoista, non si interessa neppure degli uomini, non cerca il loro bene, non persegue la giustizia, né divina né umana. E’ quanto di peggio si possa dire di un giudice.

All’altro lato della scena c’è “la vedova”: una povera donna, debole socialmente ed economicamente, che incarna alla perfezione la figura descritta dalla Bibbia[1]. Proprio per la sua debolezza e povertà ella è umiliata da un avversario molto più forte di lei che approfitta della sua triste situazione: l’unica sua speranza è che un magistrato riconosca il suo diritto ad essere soddisfatta secondo la legge. Ma la poveretta è incappata male: il giudice competente per il suo caso è iniquo e malvagio, non solo non riconosce il suo diritto, ma neppure le presta  l’attenzione che le è dovuta.

Allora la donna cambia atteggiamento, “va” continuamente da lui e gli ripete insistentemente: “Fammi giustizia contro il mio avversario!”[2]. La poveretta adotta la tattica vincente: non molla la presa e insiste giorno e notte presso il giudice finché costui, sfinito da tanta insistenza, decide una buona volta di togliersi di torno quell’importuna seccatrice accogliendone la richiesta e facendole avere quanto le spetta. Non lo fa certo per senso del dovere o amore di giustizia, anzi è lecito presumere che, se avesse potuto, l’avrebbe fatta anche arrestare, chissà con quale falsa e ipocrita imputazione. Invece la parabola rivela l’atteggiamento interiore dell’uomo, il quale ribadisce a se stesso di non temere Dio, di non avere rispetto per nessuno e di non avere alcuna intenzione di convertirsi. Perché allora si decide a fare il suo dovere professionale? Solo per egoismo e tornaconto personale, per sbarazzarsi finalmente di quella petulante rompiscatole che tanto lo “importuna” e ricominciare a crogiolarsi in pace nel suo egoismo.

A questo punto devo aprire una parentesi per meglio comprendere la psicologia del giudice disonesto, sottolineando quanto più icastica sia la lingua greca rispetto al latino e all’italiano. Nell’originale greco, per indicare l’azione di “importunare”, Luca usa un verbo molto espressivo, che significa “percuoto in faccia, pesto sotto gli occhi”. Quindi, altro che “importunare”! Ogni insistente richiesta della vedova era per il giudice come ricevere continuamente da lei dei ben assestati cazzotti sul naso![3]

Come sempre, in pochi versetti del suo Vangelo Gesù ci apre uno scenario ricchissimo di spunti di riflessione. Egli si sofferma più sul carattere dell’uomo che su quello della donna e lo descrive in termini che peggiori non potrebbero essere: quel magistrato è l’emblema della massima ingiustizia umana. La precedente parabola dell’amico importuno (Lc 11, 5 ss) sembra simile, ma in realtà c’è una grossa differenza di atmosfera: l’uomo che, avendo bisogno di un favore, bussa di notte alla porta di chi sta dormendo può contare sulla solidarietà di un amico, la vedova no. Lì c’è amicizia, qui c’è malevolenza. Eppure quel carattere egoista e crudele deve cedere di fronte ai metaforici pugni in faccia che riceve continuamente. Sarebbe parso più logico che Gesù sottolineasse anzitutto l’insistenza della donna, invece Lui vuole polarizzare la nostra attenzione sul giudice, per poi elevare il Suo pensiero a Dio.  Se un giudice malvagio e disonesto è capace (sia pure per tornaconto) di cedere all’insistente preghiera di una donna di bassa condizione e priva di qualunque rilevanza sociale, potremmo mai pensare che Dio, Padre amorevole, “non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui?” Nella parabola dell’amico importuno  Gesù insiste sulla necessità di implorare notte e giorno Dio Padre per ottenerne i favori: “Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a quelli che lo chiedono!”. Invece nella parabola del giudice e della vedova la finalità è diversa. Gesù vuole incoraggiarci alla preghiera: se lasciamo che questa si affievolisca, facilmente saremo indotti a credere che Dio non si preoccupi degli uomini, proprio come fa il giudice disonesto.

 

 


[1] Bisogna ricordare però che vari passi della Legge e dei Profeti esortano il popolo a non maltrattare gli orfani e le vedove. Come dice il Salmista: “ Padre degli orfani e difensore delle vedove / è Dio nella sua santa dimora” (Sal 61, 6)

[2] E’ da notare che nell’originale greco Luca usa l’imperfetto del verbo “andare”, mantenuto da S. Girolamo nella sua Vulgata (“veniebat ad eum”) per indicare l’azione ripetuta nel passato e cioè il continuo andare e tornare della donna.

[3]Anche S. Paolo usa quel verbo  e dice: ““Prendo a pugni me stesso” – espressione che la Bibbia di Gerusalemme traduce soavemente con “tratto duramente il mio corpo” – per rimanere coerente con la Parola (1 Cor 9, 27/

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One Response to La necessità della preghiera – di Carla d’Agostino Ungaretti

  1. francesca ha detto:

    La Giustizia di Dio è come il seme nella terra, nell’oscurità racchiude il futuro germoglio. E’ speranza di vita che non delude. Arriva al tempo prestabilito e non abbandona l’uomo nella prova; colui che prega senza stancarsi. “Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce”… I tempi di Dio non sono i nostri. La vedova del Vangelo ha creduto nella sofferenza e per questo, come Elia, Giobbe, Simeone, la Cananea, il centurione, ha visto la salvezza promessa. Grazie per la bellissima pagina, carissima dott.ssa Carla.

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