Il senatore Mantero annunciava qualche mese fa di avere messo a punto il proprio disegno di legge per l’eutanasia di Stato, incoraggiato anche dalla Corte Costituzionale che esortava il Parlamento a sollevare i cittadini oppressi dal divieto di aiuto al suicidio. Esortazione accolta con entusiasmo dal Presidente della Camera, che ha la sensibilità di non voler oscurare la fama di chi lo ha preceduto.

In questi giorni è arrivato però in commissione legislativa il disegno di iniziativa popolare promosso dalla Luca Coscioni, e pare firmato, oltreché dai Cinque Stelle, anche dalla Lega, l’unico partito che aveva votato compatto contro le Dat, anticamera conclamata dell’eutanasia. A riprova che chi va con lo zoppo impara a zoppicare, e che la incoerenza è cosa umana, perdonabile, purché non venga tradita alla leggera la fiducia guadagnata a suo tempo proprio in virtù di quel voto.

Nasce spontanea la domanda se si tratti di brutale calcolo politico, di semplice impegno contrattuale, oppure della incapacità di capire quali siano l’importanza e la gravità della posta in gioco. Ma se il caso è questo, bisogna anche riconoscere che un generale difetto di comprensione oscura un po’ tutte le questioni decisive del nostro tempo, e le realtà che più ci coinvolgono sono per lo più percepite o presentate in maniera distorta quasi fossimo, come è stato osservato acutamente, dentro ad un quadro di Salvador Dalì.

Nel tempo del trionfo della scienza, procediamo disarmati e confusi in una ignoranza spesso indotta da travisamenti, manipolazioni e inganni altrui, e si tratta di un fenomeno che, in un senso o nell’altro, investe chi abita la politica e le istituzioni pubbliche, come l’uomo qualunque, le retroguardie intellettuali e i signori della comunicazione, e come le avanguardie religiose.

Su questa ignoranza prospera la gracidante fauna televisiva in perpetuo desabillé cognitivo, intenta a dispensare al telepaziente la dose quotidiana del non pensiero obbligatorio, che mette definitivamente in fuga la ragione.

Eppure, sulla ragione è stato elaborato tutto uno straordinario pensiero filosofico, politico, giuridico e religioso che ha inteso orientare, tra conquiste e cadute, una intera civiltà verso la ricerca del bene comune. Finché, per ironia della sorte, quel pensiero ha cominciato a distruggere quanto era stato edificato, attraverso un processo degenerativo che non sembra arrestarsi.

Al centro di questa degenerazione, c’è il dileguare del senso della vita comunitaria, delle esigenze della polis come preminenti su quelle dell’individuo, che solo all’interno della prima può ricevere protezione anche quando il proprio interesse particolare non coincide con quello collettivo.

Ma c’è, al tempo stesso, il dissolversi del senso religioso in cui sfuma l’idea di un ordine che precede l’uomo e che egli non può manomettere se non a prezzo della propria distruzione.

Ecco dunque che, anche su questo tema in cui entra in gioco ancora una volta la sopravvivenza stessa di una pacifica e libera vita comunitaria, di un’etica irrinunciabile, di una vera sapienza del vivere, il nocciolo della questione sembra sfuggire perché non percepito o perché eluso.

Eppure il disegno di legge che promuove a conquista sociale l’eutanasia di Stato, è l’atto conclusivo di un marchingegno sapientemente articolato e predefinito.

Già la sentenza della Cassazione sul caso Englaro, capolavoro tardivo del presidente Luccioli conteneva tutti i temi che, come nel dramma wagneriano, sarebbero stati ripresi e svolti negli atti successivi.

Così, dopo un adeguato lavorio mediatico, sono arrivate le Dat, cioè la decisione sulla vita affidata ad un terzo e non più controllabile dall’interessato diventato incapace. Il tutto in nome dell’autodeterminazione. Le premesse per l’eutanasia vera e propria, quella in cui il terzo interviene sulla vita altrui, senza più neppure la mediazione di una supposta o pregressa volontà del morituro, erano già evidenti per chiunque volesse fare la fatica di vederle. Non per nulla il manipolo dei radicali che vegliano sulle nostre sorti progressive alzò immediatamente il cartello trionfale e intimidatorio “Adesso l’eutanasia”, fiduciosi che prima o poi avrebbero ottenuto quel risultato da un Parlamento reso incapace dai vincoli esterni di produrre alcuna norma che abbia come fine il bene comune.

Ma per accelerare i tempi, essi hanno pensato di utilizzare la scorciatoia dell’aiuto al suicidio, che permette di sventolare ancora una volta una bandiera della libertà buona per ogni uso di cucina. Se il suicidio viene elevato e glorificato nel cielo della libertà, chi lo favorisce partecipa di questa santificazione, e dunque non può essere punito.

Così, se c’è una norma penale con tanto di robusta sanzione detentiva, a difesa estrema della vita, essa va prima disattivata in via televisiva, e a mezzo stampa, quindi, a cose fatte, in via giudiziaria. Il Parlamento seguirà servizievole come ogni intendenza che si rispetti, ma anche convinto che sopprimere la vita altrui ritenuta indegna di essere vissuta, significhi restituire l’individuo alla sua vera incorrotta libertà. La grandezza di questa missione oscurerà il dato elementare che la legge o è fatta a difesa della vita comune o non è, e che ogni interesse particolare, in una società evoluta, trova il proprio limite irrinunciabile nell’interesse generale.

Ma su tutto domina ormai una diffusa incapacità di leggere la realtà nelle sue connessioni causali e negli effetti che esse sono destinate a produrre. Incapacità che assume aspetti surreali, come sappiamo, di fronte alle cosiddette migrazioni.

Ora l’idea che certi fenomeni investano radicalmente le sorti di una collettività e non possano essere affrontati da un angolo visuale individualistico o attraverso le lenti deformanti delle emozioni a basso costo, fino a qualche tempo fa riusciva di immediata comprensione per chiunque. Ma poi questa idea è diventata sempre meno chiara fino ad offuscarsi del tutto persino in chi maneggia le leggi per mestiere quale legittimo interprete o garante. Possiamo toccare con mano come la vasta e profonda degenerazione abbia investito anche la cultura giuridica, fino ad irrigidirla in surreali sclerosi ideologiche.

Così in un passo della ordinanza con cui la corte d’assise di Milano ha sollevato la questione di legittimità dell’articolo 580 c.p., leggiamo che tale norma intende il suicidio come contrario al principio di sacralità e indisponibilità della vita in quanto correlato agli “obblighi sociali dell’individuo, ritenuti preminenti nella visione del regime fascista”. Dimodoché la disposizione dovrebbe essere riletta alla luce della Costituzione e in particolare al principio personalistico enunciato dall’articolo 2, che pone l’individuo e non lo Stato al centro della vita sociale, e di quello della inviolabilità della libertà personale affermato dall’articolo 13.

Dunque per questi signori l’aiuto al suicidio è punito solo perché, al tempo in cui ha visto la luce il codice Rocco, la vita era consacrata alle necessità sociali. Per questo la norma va abrogata, ora che la Costituzione pone l’individuo al di sopra dello Stato e il valore prevalente su ogni altro è la libertà. Insomma, la sacralità della vita è una anticaglia fascista che deve lasciare il passo alla sacra libertà dell’individuo di farne quello che vuole. Detto in altre parole, la libertà individuale deve prevalere sulla tutela della vita (per converso non sembra affatto turbare la libertà individuale e le tante coscienze democratiche la vaccinazione obbligatoria dei bambini in assenza di epidemia).

Eppure il bene comune è messo al centro della Carta Costituzionale, e proprio in questa prospettiva la vita è il bene primario tutelato.

Ma all’uomo di legge e al suo pseudopensiero sfugge soprattutto che, se la libertà assoluta viene prima della vita, questa viene lasciata in balia di qualunque aggressione, compresa quella che magari provenga proprio dal potere. La distorsione neoliberista ha agguantato la sfera dell’etica stravolgendo i concetti giuridici, e ha contagiato anche la tradizionale lettura della Costituzione in chiave sociale, mentre lo Stato è diventato a priori come il nemico dell’individuo insieme alle leggi che esso ha posto proprio a presidio della società nel suo insieme.

Non si capisce più, o non si vuol capire, che la abolizione di una norma come quella che punisce l’aiuto al suicidio potrà avere come esito fatale proprio la sottomissione della vita all’arbitrio del potere, che nel dissolvimento obbligato degli stati nazionali non appartiene più neppure allo Stato, ma ad inafferrabili e smisurati “poteri” non statali.

La Corte Costituzionale si è posta su un gradino più “alto” rispetto al corrivo ragionare della Corte d’assise di Milano. Ha detto che punire l’aiuto al suicidio non è proprio male, perché il tema della vita è comunque materia delicata da trattare con i piedi di piombo. Tuttavia, e questo è il punto, ci sono situazioni particolari meritevoli di essere sottratte alla indiscriminante severità della legge. Dunque, prima che una inevitabile pronuncia di incostituzionalità spazzi via quella norma, dice la Corte, intervenga il Parlamento con un legge gradita sia a radio radicale sia a Mario Calabresi e dunque anche al senatore a cinque stelle, che eviti al signor Cappato il soggiorno forzato nelle patrie galere.

Cosi assistiamo ad un duplice paradosso giuridico che assume toni ancora più surreali se si pensa che a metterlo in forma è il giudice preposto a vegliare sulle leggi.

Da un lato si esorta a legiferare tenendo conto del caso particolare anche se, da che mondo è mondo, appartiene all’abc del diritto che la norma giuridica non possa modellarsi sui casi particolari, ma debba individuare il principio guida cui ricondurre la molteplicità del reale.

Dall’altro, la Corte formula in modo sostanzialmente eversivo una specie di ultimatum all’indirizzo del Parlamento: una sorta di messa in mora che pare non abbia scosso la sensibilità politica e istituzionale di alcuno.

Che i giudici, in specie quelli Costituzionali abbiano presso saldamente in mano il potere legislativo come i Capi dello Stato abbiano minato quello esecutivo, con buona pace di Montesquieu, è cosa ormai nota a tutti. Del resto nessuno pare scandalizzarsi se le sentenze siano diventate creative per definizione, mentre si pensa che la vera repubblica sia quella presidenziale alla francese.

Però da ultimo si presenta una novità ulteriore. La legge la fa il giudice, ma per interposto Parlamento, il quale di buon grado si adatta a scrivere qualunque cosa sotto dettatura mediatica o giurisdizionale, sicché anche il paragone con Totò Sciosciammocca diventa incongruo.

Per tornare alla eutanasia che il nuovo anno ci promette, potremo sempre consolarci pensando che alla fine non solo tutti dobbiamo morire, ma pare che gli americani impenitenti esportatori filantropici di ogni conquista democratica ci stiano già rimpiazzando sotto casa i missili vecchi con quelli nucleari nuovi di zecca autosciolti da vincoli internazionali, e di cui tutti sentivamo la mancanza. Così il contributo dei cinque stelle e degli altri alla dolce morte per tutti, rimarrà, per dirla ancora con Totò, una ben misera ”quisquiglia”.

Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

 caratteri disponibili

La necrofilia istituzionale e condivisa – di Patrizia Fermani