GUARESCHI FILOSOFO Corrado Gnerre ha condensato sin dal titolo: “Ridateci Don Camillo!” (Edizioni Mimep-Docete”, pagine 240, € 12,00) l’esigenza di tornare a leggere e conoscere l’opera di Giovannino Guareschi e l’intento di far capire la grandezza dello scrittore parmense. Il volume curato da Gnerre è strutturato in due parti: Guareschi “filosofo” e Guareschi “teologo” con una breve conclusione su Guareschi “profeta”. Il virgolettato sta a significare che l’autore emiliano, pur non possedendo titoli accademici che lo avrebbero qualificato come teologo e filosofo, lo era sostanzialmente per quella difesa del senso comune che lo aveva reso (ed ancora è) così popolare e amato da diverse generazioni. Riprendendo uno scritto giovanile di Gilbert Keith Chesterton (1874-1936): “L’uomo non è un pallone che vola verso il cielo, né una talpa intenta solo a scavare la terra, ma è simile ad un albero, le cui radici sono nutrite dalla terra, mentre le cime più alte sembrano quasi toccare le stelle” , Corrado Gnerre ha inteso così, giustamente, far passare il testimone da un filosofo della Tradizione ad un altro (infatti Guareschi è stato da alcuni denominato il “Chesterton italiano”).

Se infatti la Tradizione, come ha sottolineato Gnerre, è l’eterno che si manifesta nel tempo e il tempo che acquista senso nell’eternità, leggendo Guareschi è possibile cogliere fra le righe dei suoi libri l’irruzione dello straordinario e dell’eterno nel tempo ordinario. Nel grande realismo cristiano di Guareschi, espresso nella saga di Mondo piccolo, sono possibili le virtù umane, prima fra tutte l’umiltà e la potenzialità quindi di aprirsi al mistero, che Gnerre ha saputo cogliere collegandolo all’Amleto di Shakespeare: “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”. Il mistero infatti fa sì che, da una parte la realtà non possa essere compresa totalmente dalla mente umana e, dall’altra, che il mistero si ponga nel trascendente e che quindi vada oltre la ragione.

Gnerre ha alternato così acute riflessioni a brevi stralci di alcuni significativi racconti di Giovannino Guareschi, in cui fa emergere l’importanza di custodire il passato e la presenza del Divino che illumina il tempo presente: “La perfetta armonia degli avvenimenti palesano all’uomo un divenire storico che non solo ha un senso, ma anche un’armonia”. Affiancando il pensiero di Chesterton a quello di Guareschi, Gnerre ha fatto notare così come la realtà umile e concreta nella sua ripetitività meravigliosa sia stata vista alla luce della bellezza di Dio, conferendo ad essa un “giudizio ottimistico” (piuttosto che “positivo”) nella ricerca di un senso del reale, rinvenendo in esso una risposta a un provvidenziale progetto. Fra le facoltà intellettuali dell’uomo, ha osservato Gnerre, la memoria era quella privilegiata dallo scrittore della Bassa parmense: “Quello di Guareschi è il ricordo che si arricchisce di nostalgia”. Partendo dal recupero della memoria e della sana Tradizione si innesta infatti il “patriottismo” di Guareschi, che va ricondotto al significato etimologico di “terra dei padri” con rimandi ai contenuti non solo geografici o storici ma anche e soprattutto spirituali, come nel racconto in cui Don Camillo da ammalato incominciò a mangiare pane e culatello: “Mangiò e bevve lentamente e non era per ghiottoneria, ma per sentire meglio il sapore della sua terra. E ogni boccone e ogni sorso gli portavano un’onda di acuta nostalgia: i suoi campi, i suoi filari, il suo fiume, la sua nebbia, il suo cielo”.

La filosofia di quel “Mondo piccolo” è un fantastico intreccio, come ha rilevato Gnerre, tra microcosmo e macrocosmo, in cui la chiave di volta imprescindibile è la semplicità: “Il Mondo piccolo guareschiano è piccolo perché è un’esaltazione dell’umiltà e quindi anche della semplicità”. Sottolineando poi il tema dell’importanza della famiglia (a cui Guareschi dedicò numerose rubriche fin dalla rivista Bertoldo dell’anteguerra e il successivo Candido del dopoguerra, fino a libri come: Lo zibaldino, Il corrierino delle famiglie, il postumo Vita con Giò) Corrado Gnerre ha correttamente attribuito a Guareschi il titolo di filosofo dell’ordine naturale, con il rispetto della fedeltà e del giuramento dinanzi a Dio: “L’uomo si misura dalla capacità di rimaner fedele a ciò che ha scelto”.

GUARESCHI “TEOLOGO” Guareschi si è sempre difeso dal cosiddetto “cristianesimo intellettuale” e questo non per falsa modestia ma per autentica umiltà. Come ha sottolineato Corrado Gnerre, il Cristianesimo è religione della centralità della volontà e dell’esercizio delle virtù e i personaggi molteplici della saga di Mondo piccolo (non solo Don Camillo e Peppone) incarnano, pur attraverso palesi contraddizioni, questa palestra faticosa delle virtù. Parlare di Guareschi “teologo” potrebbe sembrare ancora più ardito del citarlo come “filosofo”, soprattutto per il fatto che l’autore emiliano fa dire a Don Camillo una frase inequivocabile che potrebbe lasciar poco spazio al “teologhese moderno”: “Se Cristo avesse partecipato al Concilio, i suoi discorsi avrebbero fatto ridere i dottissimi padri conciliari”.

Erano gli anni burrascosi del Concilio, che Guareschi visse in modo molto critico, contrapponendo al prete pre-conciliare Don Camillo, il pretone della Bassa, alcune figure di pretini progressisti come Don Gildo e il più famoso Don Chichì. Come ricorda Gnerre in un capitolo del suo libro: “Contro un Cristianesimo che dimentica la necessità della Grazia” , i personaggi di Mondo piccolo sono permeati invece dalla Grazia, che irrompe, al pari della Provvidenza divina, nelle pagine dei suoi libri, provocando stupore nella semplicità della vita ordinaria e autentiche sbalorditive conversioni, come ad esempio quella incredibile della Celestina del Fagiano. Allora tutto questo mondo piccolo con tutti i suoi vizi e difetti, lambito solo marginalmente dalla cosiddetta “civiltà del benessere”, può mutare sguardo e orientarsi a qualcosa di più nobile e alto, come ad esempio gli occhi della Vergine Maria. Dinanzi alle proposte mondane che riguardano l’attaccamento alle cose della vita: soldi, patrimoni, ambizioni, il Cristianesimo guareschiano non dimentica ciò che conta davvero, ossia il Paradiso: “I Santi insegnano che bisogna guardare il cielo per capire la terra”.

Citando Don Divo Barsotti, Gnerre fa vedere il combattimento spirituale che trapela tra le pagine di Guareschi: “I demoni hanno invaso la terra. La televisione, la droga, l’aborto, la menzogna e soprattutto la negazione di Dio: le tenebre sono discese sopra la terra”. Il “teologo” Guareschi non dimentica affatto l’essenza del Cristianesimo, il Crocefisso, tanto da renderlo ancora più visibile agli occhi di tutti, come la Croce di tre metri che il povero Don Camillo sovente si caricava sulle spalle o portava in Processione. Quella Croce ai cui piedi stava in contemplazione orante per finire successivamente col dialogare. Gnerre collega giustamente le parole di San Paolo ai Galati alla centralità della Croce nell’opera guareschiana: “Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (Gal 6,14).

Contro la religione comoda che vorrebbe relegare la Croce di Cristo in parcheggio si scaglia infatti il pretone della Bassa in Don Camillo e i giovani d’oggi: “Il “progresso” ha preso il posto di Dio nell’anima di troppa gente e il demonio, quando passa nelle strade degli uomini, non lascia più puzza di zolfo, ma di benzina e che il Pater Noster non dovrebbe più dire “liberaci dal male” ma “liberaci dal benessere”. Il “teologo” Guareschi, non solo attraverso Don Camillo, non dimentica l’annuncio della Verità, facendo proprie le parole di Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna” (Gv 6,68).

Anche la coscienza, spesso banalizzata dall’uomo moderno, è centrale nella poetica di Giovannino Guareschi ed è non solo la conoscenza della legge morale naturale, ma anche la riconoscenza al Bene supremo che mantiene in essere tutte le cose. Il Guareschi “teologo” è anche colui che manifesta un Cristianesimo che difende la vita, come nel raccontino sublime ricordato da Gnerre, dal titolo Il decimo clandestino, che costituisce un autentico inno alla vita. Si tratta di una donna rimasta vedova con ben nove figli da crescere che, ovviamente, fatica a campare e soprattutto trovar alloggio per tutta la sua prole. Anche qui l’irruzione di un altro bimbo morto piccolino annoda, come spesso succede nei racconti di Guareschi, la morte alla vita e quel “decimo clandestino” morto si collega ai nove bambini viventi.

GUARESCHI “PROFETA” Corrado Gnerre riserva poche pagine finali a tracciare la lungimiranza dello scrittore nativo di Fontanelle di Roccabianca, alla sua straordinaria capacità di saper “guardare le cose”. Questo suo candore, questa sua semplicità ed essenzialità senza tracce di retorica l’ha reso simile ad un bambino, ai cui occhi tutto appare naturale e soprannaturale. Questa semplicità, infatti, come ha ben rimarcato Gnerre, è apertura autentica al reale. Guareschi, pur avendo già parlato allora di un mondo capovolto, fa ciò che farebbe il buon contadino dinanzi al fiume che travolge gli argini e invade i campi: salva il seme! Combatte il capovolgimento mondano tentando di raddrizzarlo e portarlo nella corretta posizione; combatte l’anormalità di un mondo impazzito cercando di fare cose semplici e normali.

Ecco che allora il Guareschi “filosofo” del senso comune si intreccia indissolubilmente con il “teologo” che non dimentica la Croce, il Cristo morto e risorto per la salvezza di tutte le anime ferite dal peccato. Con queste solide basi Giovannino Guareschi può ancora parlare alla nostra generazione e alle generazioni future, invitandole a non dimenticare la terra dei padri, la sana e umile tradizione, i valori umani, i principi della Fede. Nel libro di Corrado Gnerre l’invocazione: “Ridateci Don Camillo!” sprona a cogliere la grandezza di Giovannino Guareschi, del suo realismo cristiano, della semplicità di quel Mondo piccolo che incanta e sopravvive alle lusinghe delle mode di un mondo sempre più secolarizzato.

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La nostalgia di don Camillo secondo Corrado Gnerre – di Fabio Trevisan