Et vos cum videritis haec omnia scitote quia prope est in ianuis” (Mt. 24,33). Una pia tradizione tramanda la promessa di sopravvivenza fino alla fine del mondo ad alcuni antichi Ordini religiosi. La desolazione e lo smarrimento che constatiamo avvicinando un ordine religioso, e oggi quasi qualunque angolo della chiesa, sembra portarci a pensare che siamo davanti a haec omnia, “queste cose”: una decadenza e uno smarrimento che lasciano tramortiti!  

Sulla rivista Internazionale dell’ 11/17 gennaio 2019 – Numero 1289 è riportato in apertura un articolo tratto dal New York Times del 28.11.18, a firma di Brooke Jarvis, che descrive “Un mondo senza insetti. Cosa succederà al pianeta e agli esseri umani se gli insetti continuano a diminuire”; nel corpo dell’articolo si trova un’interessante osservazione che merita riportare per esteso: “Uno studio del 1995 di Peter H. Kahn e Batya Friedman sul modo in cui alcuni bambini a Houston hanno sperimentato l’inquinamento, sintetizzava la nostra cecità in questo modo: ‘Con ogni generazione, la quantità di degrado ambientale aumenta, ma ogni generazione prende quella quantità come norma’. In decenni di foto di pescatori che ritraggono le loro prede nelle Florida Keys, la biologa marina Loren McClenachan ha fornito un perfetto esempio di questo fenomeno che viene spesso chiamato ‘sindrome del valore standard mutante’. Il pesce si è rimpicciolito, tanto che alcuni esemplari da trofeo sono oggi più piccoli di quelli che negli anni precedenti erano stati ammucchiati e ignorati. I sorrisi sui volti dei pescatori, però, sono rimasti uguali. Il mondo non si sente mai caduto, perché ci abituiamo alla caduta”.

Se sono sotto gli occhi di tutti gli elementi dell’ecosistema ecclesiale che mutano, forse occorre fermarsi un momento sul pesce che stiamo tenendo in mano… Poiché per qualunque persona ragionevole non risulta possibile giustificare all’infinito la mutazione prima delle cose marginali, oggi di quelle fondamentali, ciò che ci viene servito in tavola come soluzione è l’obbedienza.

Dobbiamo obbedire alla Chiesa (rectius al papa) anche quando vediamo che sbaglia: l’equivalente del sorriso dei pescatori con in mano trofei sempre più piccoli?  E il pesce sempre più piccolo sarà il non sentirsi in colpa: obbediamo a Pietro!

Prima di aderire toto corde a una mentalità di questo genere, occorrerebbe riflettere attentamente, e molto a fondo, sui frutti a cui può portare l’obbedienza al ‘capo’ o al ‘sistema’: nel ‘900 nazismo e marxismo/stalinismo ne sono stati gli esempi più emblematici.

Il cristiano, in virtù del battesimo, acquisisce la dignità di figlio di Dio.  La gerarchia della creazione prevede la necessità dell’obbedienza, questa è possibile all’interno di un equilibrio delicato che porta, colui che detiene l’autorità, a esercitarla nella consapevolezza che essa è in primis partecipazione all’autorità di Dio, non dimenticando mai di esserne servi e non padroni. La Tradizione è lo strumento principe della garanzia contro l’abuso del suo potere.

Nel suo libro Perdita e Guadagno il card. John Henry Newman attraverso uno dei suoi personaggi, White, indica in che cosa consista la grandezza della Chiesa Cattolica: “Nessuno è maestro di se stesso; neppure il Papa può fare quello che vuole; pranza per conto suo e parla a partire da un precedente”. “Certo”, disse Charlotte, “egli agisce perché è infallibile”. “Anzi, se fa degli errori durante le celebrazioni (liturgiche)”, continuò White, “è tenuto a metterli per iscritto e a confessarli, per timore che diventino dei precedenti”.  “Durante le celebrazioni è tenuto a fare quello che gli ordina il cerimoniere, anche diversamente dal proprio punto di vista”  disse Willis.

Noi cristiani stiamo assistendo passivi allo svuotamento della fede, alla sua banalizzazione. Gli essere umani si abituano alla banalità con una rapidità sorprendente (appunto come i pescatori di cui sopra!); ma cos’è questa banalità?

Nel suo celebre libro La banalita del male, composto a seguito del processo Eichman al quale aveva partecipato in veste di giornalista, la filosofa ebrea Hanna Arendt (+1975) esprime un ragionamento semplice: non si deve mai perdere la capacità di farsi delle domande su ciò che si sta facendo, altrimenti la banalità del male prende il sopravvento e porta a compiere azioni disumane.

l problema sta in poco posto: preferiamo obbedire o abbiamo il coraggio della responsabilità dell’obbedienza? Continuare a demonizzare l’attuale Top Management ecclesiastico (come si può definirli diversamente?) è crearsi un alibi per porre al riparo la nostra coscienza.Certo è assai difficile resistere ad un sistema gerarchico che attraverso il misericordismo alimenta i sensi di colpa, ma i mali più terribili (e quale male è più terribile che la perdita dell’anima?) nascono dall’obbedienza inconsapevole.

L’obbedienza pone sulla nostra strada sempre un bivio di fronte al quale dobbiamo decidere noi, non qualcun altro per noi. Non possiamo sottrarci al nostro dovere nei confronti dell’accettazione di qualcosa che sia “mutante” la struttura della fede.

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6 Responses to La responsabilità dell’obbedienza – di Giuseppe Fausto Balbo

  1. Leone ha detto:

    Articolo – ahimè – molto opportuno –

  2. Catholicus ha detto:

    Oggi ricorre la solennità di Sant’Antonio abate, il quale fece questa singolare profezia
    “Verrà un tempo in cui gli uomini impazziranno, e al vedere uno che non sia pazzo, gli si avventeranno contro dicendo: “Tu sei pazzo !”, a motivo della sua dissomiglianza da loro”; sembra proprio che sia stata proferita per i giorni nostri, come del resto accadde per le visioni della Beata Katharina Emmerick, a proposito della strana Chiesa con due papi, dove non c’era niente di sacro (eh si, hanno desacralizzato proprio tutto questo modernisti, dalla liturgia, agli edifici religiosi, vecchi e nuovi) e dove tutti erano ammessi, tranne i veri cattolici, dileggiati, oltraggiati, osteggiati e perseguitati

  3. jb Mirabile-caruso ha detto:

    L. McClenachan: “…Il mondo non si sente mai caduto,
    ………………………perché ci abituiamo alla caduta”.

    “Abitudine”: parola sempre FATALE, anche nella sua accezione ingannevolmente positiva di ‘buona abitudine’. Cos’è, infatti, la morte se non l’abitudine che sfugge alla Ragione? La rana muore nella pentola con l’acqua che gradualmente si riscalda a causa dell’abitudine non sottoposta alla Ragione che essa, la rana, non possiede.

    La possiede l’Uomo. Che fa, tuttavia, la stessa fine della rana per non sottoporre l’abitudine alla Ragione: come nel caso di continuare a chiamare “Sua Santita” un papa che la Ragione dice che papa non è.

    Morale della favola: la Ragione NON può – e NON deve mai – arrestarsi di fronte all’abitudine affinché quest’ultima non diventi FATALE!

    FATALE non al Corpo, ovviamente, ma alla nostra Anima!!!

  4. Domenico Carlucci ha detto:

    L’obbedienza non deve essere cieca, non giova a nessuno. Ricordiamo che nella storia della Chiesa non sono mancati momenti davvero bui. Ma alla fine ha prevalso la sana dottrina, la Verità. Non siamo noi i salvatori del mondo, “siamo solo servi inutili”, è Cristo che regge la Chiesa. Noi dobbiamo solo professare la Verità, dire e difendere la Verità, quella degli Apostoli, dei Padri, dei Santi, della Tradizione, del Magistero, aspettando che Gesù si svegli e calmi la tempesta.

  5. angela ha detto:

    Dura da fare questa scelta ma obbligatoria x salvarsi: quanto è irta questa strada e quanti pochi la percorrono, disse Gesù che ben sapeva. San Pietro disse al pontefice e cardinali del tempo: si deve ubbidire a Dio prima che agli uomini. Slegarsi dagli schemi mentali è cosa dura, pochi la preferiscono al paraocchi e la delega del cervello al prelato: mistero d’iniquità.

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