LI RICONOSCERETE DAI LORO FRUTTI

 

“Ci sono le foglie della cultura sufficienti a riempire una biblioteca; ci sono i fiori della retorica che durano il tempo di una conferenza”

 

 

Foglie della cultura, fiori della retorica ma niente frutti! Così Chesterton dipingeva il manifesto dei futuristi: “Non sarò offensivo affermando che redigono un bel manifesto ma privo di sostanza. Mi esprimerò in modo poetico dicendo che ci sono belle foglie e fiori, ma niente frutti”. Il grande scrittore inglese si scagliava in particolare contro Christopher Richard Wynne Nevinson (1889-1946), che era un pittore e incisore inglese che lavorò anche con Modigliani e Severini e che nel 1913 aderì al futurismo. Nevinson aveva spiegato che l’arte pittorica avrebbe dovuto essere indipendente da fatti naturali come la musica: non avrebbe dovuto imitare, ma comunicare. Chesterton imputava a Nevinson la superficialità della sua filosofia artistica: “Nevinson e i futuristi, non avendo mai visto un fatto nella loro vita, si aggrappano a questo e rincorrono l’automobile del progresso…la loro deduzione è la seguente: come la canzone preferita suscita il ricordo di un amico anche se non contiene il suo brontolio, così il suo ritratto evocherebbe meglio le sue fattezze se non contenesse alcuna traccia dei suoi occhi, naso, bocca, capelli”. L’affermazione dei futuristi che le emozioni potevano essere trasmesse da aerei, colori arbitrari e astratti, proporzioni matematiche, ecc. era contestata radicalmente da Chesterton, che li invitava da par suo ad osservare con attenzione i fatti: “Il motivo è semplicemente che questi filosofi futuristi, come tanti altri filosofi moderni, non hanno la pazienza di osservare ciò che danno per scontato”. Chesterton partiva dall’evidenza del senso comune e considerava il futurismo e quello che apostrofava “Pensiero Moderno” (accentuandone le maiuscole per colpirne l’ideologia sottesa) semplicemente un errore progressista: “Questo è il Pensiero Moderno. E’ così sicuro di sapere dove stiamo andando che non sa da dove proveniamo”. Egli credeva che il futurismo non avesse affatto a che fare con il futuro perché non apparteneva al passato ed era considerato alla stregua di una bolla scoppiata a causa della sua stessa serie esplosiva di sciocche teorie progressiste: “Mi diverte osservare che gli stessi agnostici che citano ancora la frase di Galileo sulla terra: “Eppur si muove!”, sono le stesse persone che parlano come se la verità fosse diversa da epoca a epoca, come se tutto il mondo potesse avere una forma diversa se io e voi avessimo una diversa conformazione mentale”. Credo sia necessario constatare la drammatica attualità di quest’ultima riflessione chestertoniana, soprattutto se la confrontiamo con le ideologie moderne e mondane del nostro tempo, dal gender alla dissoluzione dei costumi, dalle mode al soggettivismo. La deriva di questo sistema di pensiero (che si celava anche nel futurismo) stava nei frutti che si potevano “assaporare”: negazione dell’oggettività del reale e della legge naturale, sintetizzabile in una frase molto tagliente di Chesterton: “Non hanno alcun fatto obiettivo duraturo al quale riferirsi”. In questo movimento futurista e in tutti i manifesti moderni, egli riscontrava una medesima debolezza progressista: la mancanza del compimento finale, paragonabile a quell’atleta (seguendo un esempio di Chesterton) che non riesce a saltare in alto perché non ha preso sufficiente rincorsa. Il futurismo e le sue fantasie astratte andavano contro il senso comune e pertanto non corrispondevano all’intima essenza della realtà. Il quadro futurista, secondo Chesterton, non era un quadro perché non ritraeva alcunché. Non solo, il movimento futurista non permetteva di conoscere ulteriormente il significato dell’arte: “Perché un’arte può fare a meno delle forme e un’altra delle parole e un’altra del movimento…? Tutto questo lo sapremo quando conosceremo il significato dell’arte e non posso certo affermare che i futuristi ci abbiano aiutato a scoprirlo”.

 

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One Response to L’angolo di Gilbert K. Chesterton – Grandezza e attualità di uno scrittore cattolico – rubrica quindicinale di Fabio Trevisan

  1. Tonietta ha detto:

    Credo che la vera arte sia il tentativo di rendere piacevole ai sensi attraverso le opere umane la meravigliosa armonia e la compostezza che emana tutto il creato; ciò si manifesta nella poesia, nella prosa, nella pittura, nella scultura e nella musica che attraverso le più belle melodie esprime i più raffinati moti dell’anima. Da una bellezza non può che scaturire un’altra bellezza e quindi, come definire arte ciò che è confuso, distorto, difficile da interpretare, come presentano certe correnti (futurismo, astrattismo ecc., per non parlare di certo ermetismo così spinto da rimanere chiuso in se stesso senza nulla suscitare; o certa musica che rumoreggia e basta)? Correnti che negano il reale e la legge naturale. Ecco, l’arte vera è toccare i cuori senza allontanarsi dall’eterna verità.

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