I LEGAMI LATINI

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di Fabio Trevisan

“Le fondamenta dell’alleanza latina poggiano sulla nostra storia, ma non sui nostri storici”

Quanto Chesterton fosse inviso dagli storici della sua epoca (quasi tutti, tranne l’amico Hilaire Belloc) è abbastanza deducibile dalla frase riportata sopra in corsivo. Provate a immaginare quanto fosse amato nella sua Inghilterra quando si professava fieramente “cattolico romano”! Eppure la convinzione che egli aveva di questi legami latini non era campata in aria ed era suffragata anche dall’analisi storica di Belloc, suo fraterno amico, autore quest’ultimo di ben 150 titoli di saggi di carattere storiografico e, purtroppo, tradotti pochissimi in italiano.

Chesterton partiva nel distinguere le “leggende” dalle “cronache” e sappiamo che egli prediligeva le prime alle seconde, al punto che nel 1911 scrisse il poema epico: “La ballata del cavallo bianco” andando a raccogliere le tradizione orali e le leggende popolari su Re Alfred e le battaglie del IX secolo direttamente sul posto, ad Uffington, luogo-teatro dello scontro tra i cristiani inglesi ed i pagani danesi. Egli osteggiava l’insegnamento ideologico nelle scuole privilegiando il racconto popolare: “Le nostre cronache ci hanno raccontato che siamo stati teutonici, mentre le nostre leggende che siamo stati romani e, come al solito, le leggende dicono la verità”.

Egli infieriva così contro quella scuola di storici che, nel dimenticare la portata delle leggende popolari, aveva falsificato la reale storia d’Inghilterra: “E’ davvero un peccato che per un certo periodo il nostro insegnamento della storia sia consistita nel disimpararla, costringendoci a dimenticare la tradizione”. Era convinto così che l’alleanza con i francesi e gli italiani andasse sostenuta e rinsaldata grazie a eventi millenari che la presupponevano. Non intendeva soltanto,come debolmente sosteniamo noi europei oggigiorno, il riconoscere le comuni “radici cristiane” ma piuttosto il promuovere la storia della nostra Fede (con la F maiuscola): “Mille filastrocche infantili e sciocchi ritornelli attestano una grandissima tradizione popolare che dimostra come l’Europa meridionale fosse il mondo al quale noi appartenevamo. Facevamo parte di un sistema di cui Roma era il sole e le vecchie province romane erano i pianeti”.

Pensate quale effetto avrebbe, anche attualmente, una frase così coraggiosa! Quanto sarebbe “inopportuno” e scomodo per i burocrati e massoni del Parlamento europeo un personaggio come Chesterton! Egli continuava: “La verità è che le antiche tradizioni inglesi, erudite e leggendarie, cavalleresche e plebee, rinviavano tutte alla cultura romana finché sopraggiunse nel XIX secolo una nuova razza di sofisti non sofisticati”. Egli rimproverava così gli storici e li richiamava a rivolgersi ad altre fonti ed a perseguire altre finalità: “La storia ha due fini nettamente distinti, quello superiore, ossia il suo utilizzo a beneficio dei bambini, e quello secondario e inferiore, il suo utilizzo a beneficio degli storici”. Osservate lo stile, mai volgare, nel menare questi fendenti, nello scoccare queste frecce ironiche e costruttive!

Per chi ha letto qualcosa del grande Tolkien è abbastanza facile rinvenire il pensiero di Chesterton fra le sue righe (come, del resto, lo stesso Tolkien aveva ammesso nel suo splendido saggio : “Sulle fiabe”). Entrambi non ritenevano in contrasto il mondo delle fiabe e del mito con la conoscenza storica: questi mondi, seppur fantasiosi o leggendari, non si contrapponevano alla ragione, come sottolineava ancora Chesterton: “La qualità migliore e più nobile della storia è essere una buona storia. Allora attrae l’anima eroica di ogni generazione, l’eterna infanzia dell’umanità…se è presente questa funzione tipica di una bella storia, la si racconta ai bambini proprio perché è tale. Giovanna d’Arco che bacia la croce astile o Nelson colpito con tutte le sue stellette, tutto questo infiamma in ogni bambino l’animo antico della sua specie”.

Per Chesterton questi semplici racconti eroici facevano parte dell’educazione religiosa ed il loro intento (sempre citando sue testuali parole) era insegnarci che abbiamo un’anima e che, se quindi abbiamo un’anima, dobbiamo preoccuparci di salvarla. Al contrario, come osservava il grande scrittore di Beaconsfield, agli storici spettava un altro compito, che era quello di rilevare quanto l’umanità fosse stata debole e sciocca: “Le ricerche degli storici sulle stravaganze di ogni epoca fanno semplicemente parte dell’educazione politica; servono a insegnarci a evitare determinati pericoli o a risolvere determinati problemi nella complessità delle questioni pratiche”. Gli storici, concludeva Chesterton, devono spiegare il terribile mistero di come le mode sono state di moda.

 

 

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2 Responses to L’angolo di Gilbert K. Chesterton ––– Grandezza e attualità di uno scrittore cattolico – rubrica quindicinale di Fabio Trevisan

  1. roberto ha detto:

    carissimo direttore

    Quando si stampano gli articoli,un quadretto i bianco in parte li copre.Possibile evitare
    grazie

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L’angolo di Gilbert K. Chesterton ––– Grandezza e attualità di uno scrittore cattolico – rubrica quindicinale di Fabio Trevisan