Il 15 maggio 2010, in occasione dell’uscita del saggio di Piero Vassallo “Itinerari della Destra Cattolica”, si è tenuto il convegno “Le radici culturali della Destra”, organizzato dal Sindacato Libero degli Scrittori Italiani.
Pubblichiamo qui l’intervento del relatore, avv. Emilio Artiglieri

di Emilio Artiglieri

itinerari destra cattolicaLa trattazione relativa alle radici culturali della destra offre la possibilità di dire una parola di chiarezza nella confusione dominante.
E’ bene sottolineare l’importanza del riferimento non ad un vago “centrodestra”, ma alla “destra”.
Si deve infatti prendere atto di una tendenza culturale, prima che politica, che, come ben spiegava Piero Vassallo in un suo libro del 2007, Provocazioni (Suppl. alla Rivista “Tradizione”), porta a rifiutare “le vie di mezzo”.
Culturalmente, e quindi prima o poi politicamente, il “centro” è morto: “la mediazione democristiana – scriveva VASSALLO – non ha più ragion d’essere. Il centrismo dei mediatori si restringe, infatti, alla squallida manfrina degli opportunisti: oggi qua, domani là, dopodomani chissà.
Il cammino del rinnovamento a destra incomincia appunto dove finisce l’inganno del moderatismo democristiano” (p. 10).
Si tratta di una tesi coraggiosa, di quella che potrebbe appunto apparire una “provocazione”, ma che invece è, come vedremo, sostenuta da una approfondita analisi della realtà culturale e politica, oltre che dalla attuale tendenza generale del voto, che porta a premiare chi si presenta con un pensiero “forte”, con un programma deciso, con candidati coerenti.
Oggi ci troviamo di fronte ad un profondo, radicale scontro culturale, tra le ragioni dell’ordine naturale, della realtà creaturale, del buon senso, in una parola non esito a dire del bene, e le posizioni nichiliste, sostenute da una cultura di morte, e da quelli che potremmo definire autentici disvalori.
Riprendendo ancora da Piero Vassallo, “o si è con Benedetto XVI nella milizia per la conservazione dei principi conformi al diritto naturale, a cominciare dalla sacralità della vita umana, o si è dalla parte della devastazione nichilista” (ibidem).
Le posizioni quindi sono chiare, o “a destra”, ossia con il diritto naturale, il principio di realtà, la cultura della vita e della ragione, di una ragione che sa allargarsi verso la trascendenza, o “a sinistra” con gli avversari del diritto naturale, della dignità razionale della persona, con gli “sconvolti”, con gli insofferenti dell’ordine, gli ingannati dall’utopia, dallo sciagurato mito di un immanente “mondo nuovo”, che poi sarebbe, anzi è stato in tante parti del mondo, ed ancora da qualche parte è,  nient’altro che l’inferno sulla terra.
O con la vita o con la morte (aborto, eutanasia….);
o con la famiglia o contro la famiglia (legalizzazione delle unioni di fatto, delle unioni omosessuali, divorzismo, pornografia, che è innanzitutto un attentato al matrimonio);
o con le concrete libertà che ineriscono alla stessa persona umana (libertà di impresa, libertà di educazione, libertà religiosa), libertà certamente non assolute, ma positive e reali, o con il totalitarismo, più o meno dissimulato, che nega, attraverso un’ingiusta tassazione ed una burocrazia esagerata, retaggio di una mentalità statalista e collettivista, la libertà di impresa, che nega, attraverso difficoltà poste alle scuole non statali, la libertà di educazione, che nega, attraverso la discriminazione sociale, culturale e politica la libertà di essere coerenti con il credo religioso che si professa, configurando addirittura scenari di persecuzione giudiziaria nei confronti di chi, ad esempio, osasse, pur nel rispetto delle singole persone, avanzare qualche dubbio circa l’assoluta bontà delle unioni omosessuali.
Oggi possiamo dire che il “centro” è sempre stato il paravento dietro cui si nascondeva il traghettamento della cultura e della politica verso derive nichiliste: come dimenticare, ad esempio, che la legge che legalizza l’aborto porta la firma di illustri esponenti democristiani?
Ebbene, dobbiamo dire che questo inganno è finito, deve finire.
La mano tesa dei cd. centristi (intendo per tali quanti si sentono ancora suggestionati dagli incanti della mediazione democristiana), quando non sia solo la ricerca disperata di aggrapparsi a posti di potere, non è che una trappola culturale, da cui la destra autentica, di cui cerchiamo le radici, deve ben guardarsi.
E’ una mano che trascina verso il basso, che trascina verso la confusione delle idee, inutile orpello del fango della corruzione.
Con ciò non si intende affermare che la destra debba svolgere le funzioni di “chierichetto” della politica, ma che, coerentemente alle sue radici, debba caratterizzarsi per l’adesione a quei valori “non negoziabili”, che sono innanzitutto di diritto naturale, con Antonio Livi verrebbe da dire del “senso comune”, anche se trovano poi, di fatto, il loro maggior presidio nella Chiesa Cattolica (cfr. A. Livi, Pluralismo e relativismo secondo la Chiesa in AA.VV., Pluralismo contro relativismo. Filosofia, religione, politica a cura di R. Di Ceglie, Milano 2004, pp. 274-287).
Difendere l’unità della famiglia non significa fare una politica confessionale, significa difendere la libertà della persona dalla piaga del divorzio facile (cfr. A. de Fuenmayor, Ripensare al divorzio. La tutela della indissolubilità matrimoniale in uno Stato pluralista, Milano 2001), significa difendere l’equilibrio psicologico dei bambini, degli adolescenti troppo spesso turbati dallo sfascio e dal disordine delle loro famiglie.
Rifiutare l’aborto e l’eutanasia, non significa fare una politica confessionale, significa piuttosto riconoscere la dignità e la sacralità della vita, e soprattutto della vita debole ed innocente, su cui nessuno, come contro i nazisti ricordava il Beato von Galen, nemmeno lo Stato, ha potere (cfr. S. Falasco, Un vescovo contro Hitler. Von Galen, Pio XII e la resistenza al nazismo, Cinisello Balsamo 2006; il riferimento è soprattutto alle grandi prediche dell’estate 1941).
Combattere la droga non significa fare una politica confessionale, ma significa difendere la dignità razionale della persona umana, la sua integrità psicofisica, la sua capacità di bene.
Valorizzare la tradizione religiosa cattolica del nostro popolo non vuol dire asservirsi al Vaticano, ma riscoprire il maggior elemento di coesione e di grandezza della nostra meravigliosa Patria.
Sui temi della vita, della famiglia, sui temi delle libertà concrete della persona umana (libertà di educazione, libertà economica, libertà religiosa), sul tema dell’identità cattolica della nostra Patria, che poi sono i temi qualificanti della politica, non ha senso parlare di mediazione: ogni mediazione non è altro – ripetiamo – che uno scivolamento “a sinistra”, ossia verso il nichilismo, che è il rinnegamento della vita, della ragione, delle concrete libertà della persona umana, della autentica dignità storica del nostro popolo (sulle difficoltà di Pio XII e del mondo cattolico nei confronti della Democrazia Cristiana già dai tempi di De Gasperi; cfr. A. Riccardi, Pio XII e Alcide De Gasperi. Una storia segreta. Bari 2003).
Non solo con il suo ultimo libro Itinerari della destra cattolica (Chieti 2010), ma con tutte le sue pubblicazioni da oltre trent’anni Piero Vassallo, seguendo la scuola di grandi maestri, come il Cardinale Giuseppe Siri, padre Cornelio Fabro e il migliore Baget Bozzo, ci ha offerto strumenti culturali di alto profilo per uscire sia dall’inganno della mediazione democristiana, sia dal non minore inganno di una pluralità di destre, ricettacolo di tutte le contraddizioni.
Non si può certo negare la pluralità delle opzioni, la diversità culturale, la varietà delle esperienze, ma occorre, per onestà intellettuale, ma anche per recuperare una certa lucidità politica, ricondurre ciascuna opzione, ciascuna posizione culturale, ciascuna esperienza sotto l’etichetta che è loro propria.
Entriamo così nel cuore della questione: qual è il discrimen, la linea di demarcazione, il criterio sommo di distinzione tra “destra” e “sinistra”?

Prima di affrontare più dettagliatamente l’aspetto teorico, o per meglio affrontarlo, credo che sia opportuna una riflessione su alcuni esempi storici, che ci dovrebbero aiutare ad evitare affrettate e semplicistiche conclusioni.
I regimi assolutisti dell’Ancien Regime erano di “destra” o di “sinistra”?
Io credo che solo parzialmente, molto parzialmente, nella misura in cui conservavano alcune tracce dei valori tradizionali, si possano qualificare “di destra”, ma sotto più numerosi e più ampi profili si dovrebbero definire – e non sembri un paradosso – “di sinistra”, per la persecuzione religiosa che praticarono (episodio esemplare fu la cacciata dei Gesuiti dai regni europei), per la disgregazione del sistema sociale ed economico comunitario, delle libertà concrete e di tutela dei più deboli, disgregazione che sarà perfezionata dalla Rivoluzione Francese e dai successivi regimi liberali.
Il termine “destra” nascerà ai tempi della Rivoluzione Francese per indicare gli oppositori alla condanna capitale del Re, ma prima ancora alla Costituzione civile del clero, ossia a quella legge che asservendo la Chiesa allo Stato, soffocando l’autonomia della Chiesa e del potere spirituale, avrebbe aperto la strada al totalitarismo moderno.
Ma la Costituzione civile del clero non fu che lo sviluppo dei precedenti gallicani e giurisdizionalisti, ugualmente ostili alla libertà della Chiesa ed al Papato.
La “destra” nasce per difendere la libertà della Chiesa, le residue libertà concrete del popolo, in opposizione ad un progetto totalitario, ma non era certo dalle dottrine dell’assolutismo che poteva trarre le risorse adeguate per la lotta.
Sarebbe piuttosto servita la lezione, che ci ha ricordato Vassallo in un testo del 2008 (La cultura della libertà. L’opposizione italiana ai poteri forti, Suppl. alla rivista “Tradizione”,  p. 21), del domenicano Francisco de Vitoria, il quale, approfondendo il pensiero di san Tommaso, aveva stabilito che Dio comunica l’auctoritas prima al popolo che al sovrano, formulando la teoria della translatio auctoritatis verso il principe, dalla quale era discesa la magistrale sentenza: “creat respublica regem”.
La rivoluzione servì a mettere in luce i gravi limiti dell’assolutismo monarchico e ad evidenziare le profonde differenze tra questo ed il pensiero politico tradizionale, sostanziato di libertà concrete, differenze che appariranno, ad esempio, nelle vicende del Principe di Canosa, bene illustrate da Angelo Ruggiero (La leggenda nera del Principe di Canosa. La guerra perduta dalla controrivoluzione napoletana, Milano 1999), in particolare nel suo contrasto con Metternich.

Passando ad un altro scenario storico, non vi è poi alcun dubbio che l’essenza politica e culturale del nazismo fosse nichilista, attingendo all’odio gnostico per la creazione, per il Dio Creatore, per la Sua Legge, per il popolo che per primo fu il destinatario di quella Legge, il popolo ebreo, ed infine per il Cristianesimo.
Ricordo il titolo di un articolo comparso su un vecchio numero della rivista Traditio, diretta da Vassallo, e che per alcuni anni fu un eccellente strumento di chiarificazione nel mondo della destra, titolo assai significativo: Il nazismo è rosso.
Con ciò si indicava l’autentica natura del nazismo, che nulla aveva a che fare con il pensiero politico tradizionale, fondato, come si è detto, sul rifiuto dell’idolatria del potere assoluto dello Stato.

A questo punto, possiamo approfondire l’aspetto filosofico, chiarendo che la destra è custode dell’ordine naturale, mentre la sinistra rimane sulle tracce gnostiche del mito del mondo nuovo, più o meno aggiornato.
Qui la citazione non può che essere per Eric Voegelin, autore di alcuni saggi, riuniti in un celebre libro edito negli anni ’70 da Rusconi proprio con il titolo: Il mito del mondo nuovo.
E’ questa fede in un “mondo nuovo”, che accomuna le ideologie e i movimenti di massa del secolo XX, dal marxismo al progressismo neo-positivista e allo stesso nazismo.
Il contenuto dell’espressione “mondo nuovo” varia secondo le ideologie, ma identica è la speranza di una possibile redenzione affidata all’uomo nella storia, identica è la fede nella rivoluzione intesa come grazia santificante, identica è l’attesa del Regno.
Già si è detto come la storia abbia dimostrato la tragicità di questo abbaglio: le vittime non sono soltanto i morti ad Auschwitz o dei lager sovietici, ma anche i giovani dallo sguardo allucinato, che per diversi decenni hanno brancolato e ancora brancolano nelle nostre strade sotto l’effetto della droga.
Oggi il “mondo nuovo” non ha i contorni del Reich millenario o della società senza classi, e forse sta anche riducendosi il fascino dei modelli di vita “alternativi”, anche se decine, centinaia di giovani perdono ancora la vita nei riti scomposti del “sabato sera”; oggi il “mondo nuovo” è quello che si vorrebbe creare con l’ingegneria genetica, con l’attacco diretto alla famiglia “naturale”, con l’equiparazione alla stessa delle unioni omosessuali, con l’ideologia cd. di “genere”, “gender”, che praticamente riduce la distinzione dei sessi ad una pura variabile culturale, con il rifiuto della vita, attraverso la promozione ed anzi l’esaltazione, che non ammette critiche, della contraccezione (a tutto vantaggio delle potentissime case farmaceutiche) e la sempre più ampia liberalizzazione dell’aborto, ora anche farmacologico (ancora a tutto vantaggio delle case farmaceutiche), con l’eutanasia, più o meno dissimulata, ed infine, ma non per ultima, con la distruzione della figura morale e giuridica del padre.

Se tutto questo è “sinistra”, quali sono le radici culturali della destra?
Sono allora in alcuni punti fermi che derivano dal rifiuto del “mito”, non solo e non tanto nelle sue contingenti manifestazioni, ma nelle sue origini profonde di contestazione dell’ordine creato.
Possiamo individuare il primo punto fermo nell’allontanamento da uno stato d’animo, quello che Voegelin definisce come “l’esperienza del mondo come una terra ‘straniera’, nella quale l’uomo si è smarrito e deve ritrovare la strada che lo riconduca alla sua vera patria, all’altro mondo della sua origine…. Il mondo – nello gnosticismo – non è più quel tutto bene ordinato, quel cosmo nel quale l’uomo ellenico si sentiva a suo agio; e non è neppure il mondo giudeo-cristiano che Dio ha creato e riconosciuto buono. L’uomo gnostico non desidera più contemplare con animo pieno di ammirazione l’ordine intrinseco del cosmo. Per lui il mondo è diventato una prigione dalla quale vuole fuggire” (Il mito del mondo nuovo, 1976, p. 64).
Una politica di destra parte invece da un sano ottimismo, da uno sguardo sereno, anche se non ingenuo, sulla vita e sulla storia, da un desiderio di progresso ordinato, di crescita autentica, di sviluppo, inteso come continuità di studio, di lavoro, di impegno con le generazioni precedenti.
Una politica di destra parte da un sorriso sul mondo, da un desiderio di sana, semplice “normalità”: ad essa devono essere estranee le suggestioni primitiviste, regressiste, tribaliste, che sottindendono la negazione della bontà del progresso tecnico, delle stesse potenzialità razionali dell’uomo.
Ad una politica di destra non appartiene l’insofferenza per la gerarchia sociale necessaria (come ci ricordano Suarez e Bellarmino, sulla scorta di San Tommaso: cfr. S. Quadri, Dottrine politiche nei teologi del ‘500, 1962 p. 49) anche in uno stato di innocenza, e strumento ed occasione di amicizia e di carità, non appartiene l’insofferenza per l’ordine civile e familiare, per gli effetti benefici della civiltà.
La politica di destra non va alla ricerca del “paradiso perduto”, né intende costruire nella storia la “città futura”, che appartiene ad una dimensione metastorica.

Il secondo punto fermo è il riconoscimento di una antropologia, ossia di una visione dell’uomo, spiritualista, nel senso che considera l’uomo nella sua composizione di corpo e di spirito, e dà il primato a quest’ultimo, se non altro per essere l’elemento distintivo rispetto agli altri esseri viventi.
L’intelligenza e la volontà, pur potendo essere sotto alcuni aspetti, e soprattutto in certe circostanze, condizionati dal corpo, sono ad esso irriducibili.
Nell’uomo esiste un libero arbitrio, che fonda la sua responsabilità: le sue azioni non possono essere tout court imputate alla famiglia, alle esperienze, all’ambiente sociale, alle condizioni economiche, secondo criteri di determinismo psicologico o sociologico.
Non possiamo rassegnarci a pensare di vivere in un mondo di burattini.

Il terzo punto fermo si riferisce ancora alla dignità spirituale della persona umana, di ogni persona umana, per affermare che essa, da una parte, trascende la sfera della materialità, delle logiche puramente economiciste (sull’ossessione dell’utile e sul non primato dell’economia Vassallo ha scritto pagine interessantissime: cfr. Itinerari… pp. 129-133), e, dall’altra, gode di diritti e di libertà prima ancora che lo Stato le riconosca.
Il diritto alla vita, a formarsi una famiglia secondo l’ordine naturale, ad educare i figli, a mettere a frutto le proprie capacità e a trarre da ciò un legittimo guadagno, a trasmettere ai figli i propri beni, il diritto a costituire e ad aderire ai gruppi cd. intermedi, il diritto a professare la propria fede e ad agire in modo coerente con essa, sono diritti che vengono prima dello Stato e non dipendono da una graziosa concessione dello Stato.
Con ciò vengono meno le basi di qualsiasi pretesa totalitaria.
Sviluppando questi concetti, si arriva ad affermare con Piero Vassallo, la dottrina della precedenza della società, intesa nella concretezza delle persone che la compongono, sullo Stato, secondo la grande lezione di Giambattista Vico, lezione che, nel secondo dopoguerra, è stata confermata dal filosofo del diritto Giorgio Del Vecchio: “il tradizionale compito della politica – scrive Vassallo – è riconoscere, difendere, sviluppare e applicare i principi del diritto naturale, emergenti e attivi prima che la storia ponga la necessità dello Stato, coordinamento politico dei corpi sociali…. La dimostrazione che la società nasce prima dello Stato è il preambolo alla confutazione dell’assolutismo monarchico e democratico, dunque la condizione per avviare la conquista della libertà dall’alienante principio secondo cui la morale è il prodotto della decisione politica” (Itinerari della destra cattolica, p. 92).
E’ bene ancora un volta ribadire che la cultura politica di “destra” non ha nulla a che fare con l’assolutismo, con la statolatria, con il totalitarismo, ma neppure con forme estreme di autoritarismo, che appartengono piuttosto alla pretesa di “sinistra” (giacobina prima e totalitaria poi, fino alla recente versione del totalitarismo democratico, di cui ha parlato Giovanni Paolo II) di imporre un radicale cambiamento all’ordine naturale, fino al suo completo sovvertimento.

Il quarto punto fermo di una cultura di destra è il rifiuto dell’astrazione, per dare invece attenzione alla dimensione storica, concreta delle comunità che costituiscono una nazione.
Se è vero che la società viene prima dello Stato, dobbiamo tener conto che essa si configura come una realtà concreta, storicamente ed organicamente definita, non come un puro insieme di numeri, come una somma di individui.
Inconfutabile è la lezione di Jacques Ellul, secondo cui è stato l’individualismo liberale ad aprire alla “società di massa”: “l’individuo – spiega Ellul – non è opposto alla massa. E’, al contrario, l’elemento costitutivo della massa. Perché una società non sia di massa, bisogna che abbia una struttura organica: gruppi intermedi potenti, una gerarchia precisa e che l’uomo sia in relazione con il gruppo locale prima ancora di esserlo con lo Stato” (Storia delle Istituzioni, III, p. 355).
Mi piace riprendere tali concetti in questo momento in cui è vivace la discussione sui temi relativi all’unità d’Italia e al federalismo.
A me pare che preziosi suggerimenti per la nostra attualità possano venire anche da un celebre studioso spagnolo, Francisco Elias de Tejada, il quale, occupandosi della dottrina carlista, scriveva: “Per il carlismo, le regioni non sono nazioni, ma rappresentano i diversi popoli riuniti organicamente nell’unica nazione spagnola…. Per questo il regionalismo forale (ossia con riferimento ai fueros, norme giuridiche che avevano incorporato le istituzioni peculiari dei vari popoli spagnoli) significa che le Spagne sono al tempo stesso unità e varietà.
Unità, perchè esiste solo una nazione, la Spagna.
Però, esistono anche le varietà regionali, e le loro personalità, coniate dalla storia, valgono in funzione dell’integrazione di ogni regione nella patria comune.
Ne consegue che non si può confondere il regionalismo forale con i nazionalismi regionali” (Il carlismo, Palermo, p. 73).
Prosegue De Tejada: “Esistono due concezioni opposte del regionalismo, in quanto riferiscono la nazione alla regione, o la regione alla nazione…. Quelli che riferiscono la nazione alle regioni, considerano queste come assolutamente indipendenti, con vita e personalità proprie ed esclusive tali da mantenerle integre, non condividendo né lanciando una parte di esse in una vita superiore e comune a tutte le regioni.
Quelli che riferiscono le regioni alla nazione, le considerano relativamente indipendenti, con una vita propria peculiare da un lato, protesa però dall’altro verso l’unità condivisa dello spirito nazionale comune” (ibidem).
Si tratta di una dottrina molto equilibrata e concreta, rispettosa della realtà storica, che sa coniugare unità nazionale e varietà regionale, su cui varrebbe la pena di riflettere, anche per uscire dal dilemma tra separatismo e centralismo.
Senz’altro non si può equiparare la situazione originaria dell’Italia a quella della Spagna, o, come diceva De Tejada, delle “Spagne”, ma quello che si vuole evidenziare è il criterio che fa salve le diverse esigenze dell’unità e del localismo.
Infine, non posso tacere che, a mio parere, risulta molto insufficiente la considerazione dell’unità di Italia come semplice unità territoriale.
La vera unità d’Italia si è realizzata non con la creazione del regno d’Italia, ma quando si è superato il dissidio tra Paese reale e Paese legale, tra il popolo italiano, portatore di una straordinaria tradizione, e la sua classe dirigente, che quella tradizione aveva invano cercato di conculcare e di distruggere.
Questa unità si è realizzata in un momento ben preciso, ossia l’11 febbraio 1929 con la firma dei Patti Lateranensi e la fine della Questione Romana (cfr. F. Olgiati, La questione romana e la sua soluzione, Milano 1929).
Prima di questa data, non solo sull’unità d’Italia gravava l’ipoteca del non riconoscimento da parte della Santa Sede, ma soprattutto, anche se con il tempo si erano avuti tentativi di avvicinamento delle posizioni, era insopportabile l’emarginazione di quella cultura cattolica, che maggiormente aveva contribuito all’identità nazionale, ed anzi rappresentava l’anima del popolo.
Sullo spirito religioso del popolo italiano, a confronto con quello tedesco, ha scritto pagine bellissime Balbino Giuliano, autore spesso citato da Vassallo, in particolare nell’opera Latinità e Germanesimo (Bologna 1941), in cui quale eroe latino, ma più propriamente italiano, è presentato il pio Enea (p. 145): nella sua pietas, nell’ossequio alla provvidenza divina, è il suo destino, è la sua grandezza.
Possiamo dire che il popolo italiano è un popolo ancora oggi, nonostante tutto, naturaliter religioso, ma io direi meglio, naturaliter cristiano e cattolico.
Di questo la destra non può non tenere conto, se non altro per rispetto al dato storico.

Per concludere, penso, almeno spero, che da quanto esposto possa emergere la necessità che la destra rivendichi con orgoglio le proprie radici, che non sono nel terreno dell’assolutismo, e tanto meno del totalitarismo, strumenti diabolici di sovversione dell’ordine naturale, ma nel campo, mai abbastanza coltivato, delle libertà concrete delle persone, delle famiglie, delle comunità che costituiscono il popolo italiano.
Per questo sarebbe auspicabile che il soggetto politico che oggi rappresenta la destra abbandonasse ogni riferimento alle ideologie astratte ed assumesse, coinvolgendo tutte le forze autenticamente popolari ed identitarie, il nome più felice ed appropriato di POPOLO DELLE LIBERTA’.

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Le radici culturali della destra – di Emilio Artiglieri