Sono tre le rivoluzioni che hanno segnato la nostra vita e che minacciano di sommergere e spazzare via la nostra società: tutti quelli che sono nati dopo la metà del XX secolo le hanno viste, le hanno sperimentate, ne hanno assorbito l’influenza; pochi si sono accorti del veleno che era stato loro somministrato, hanno rigettato con sdegno le tossine che hanno assorbito e si sono impegnati nel dare l’allarme e nel mobilitare la coscienza critica delle persone, e sono quei pochi che, oggi, resistono e non si lasciano “normalizzare” dal politicamente corretto e, più in generale, dagli stili di vita che sono propri della modernità avanzata.

Come è noto, una rivoluzione ha la proprietà di mutare radicalmente e irreversibilmente il quadro di riferimento complessivo, intellettuale, spirituale e morale, di un’intera società, con possibilità di espansione pressoché illimitate: è ben raro, infatti, che una rivoluzione non diventi merce d’esportazione e non finisca per dilagare ben oltre i confini materiali della società che l’ha generata.

In altre parole, le rivoluzioni cambiano il paradigma; e, una volta che il paradigma è stato cambiato, la società, nel suo complesso, e salvo qualche rara eccezione individuale, smarrisce non solo i contenuti dello stato di cose precedente, ma anche i criteri di giudizio e, pertanto, la possibilità di comprendere quel che è successo: se comprendere significa fare un confronto obiettivo e non dare per scontato che si sta vivendo nel migliore dei modi possibili, e che, anteriormente al presente stato di cose, regnavano solo le tenebre dell’ignoranza e della superstizione.

In questo senso, la modernità non riesce più a comprendere il medioevo, cioè, non riesce più a comprendere l’epoca della civiltà cristiana, con i suoi valori, le sue certezze, il suo paradigma fondamentale, perché la modernità è stata una rivoluzione e le rivoluzioni distruggono i ponti con la tradizione e mirano a far obliare il passato, proprio perché, alle nuove generazioni, venga sottratta la possibilità di fare dei confronti. Le rivoluzioni, cioè, devono fare in modo che le nuove generazioni crescano senza neppure chiedersi se sia giusto l’assetto presente, tanto nell’ordine intellettuale, che spirituale e morale; possiamo anche dire, purché non prediamo paura per l’uso coerente delle parole, che le rivoluzioni sono, tutte, totalitarie, e che la società che esce da una rivoluzione è fondamentalmente totalitaria.

Non bisogna lasciarsi ingannare dalla forma esteriore di una società: una società può anche essere democratica, ma al tempo stesso, nella sua essenza, totalitaria; di fatto, l’epoca in cui stiamo vivendo si caratterizza, per molti aspetti, come l’epoca della democrazia totalitaria. E ciò si può osservare sia sul piano delle relazioni esterne, dove si moltiplicano le guerre e le minacce di guerra – non solo militare; anche economica e finanziaria – da parte delle democrazie contro i regimi non democratici; sia sul piano interno, dove i cittadini sono sottoposti a una pressione sempre più forte affinché scompaia ogni senso critico e ogni eventuale dissenso, almeno sui fondamenti del sistema vigente, mentre viene lasciata, come valvola di sfogo, una certa libertà individuale per quel che riguarda le cose materiali e complessivamente ininfluenti o, meglio ancora, tali da rinsaldare il sistema esistente: vedi il consumismo, che lascia facoltà ai consumatori di sbizzarrirsi nei dettagli dei prodotti da acquistare e da adorare (il che vale anche per i prodotti culturali, essendo anche la cultura ridotta a merce).

Le tre rivoluzioni sono state quella religiosa, quella educativa, e quella dei costumi e della morale. Si sono ampiamente intrecciate e mescolate e sono state rivoluzioni di portata globale, anche se in Italia hanno trovato, per svariate ragioni, un terreno ideale per svilupparsi; in ogni caso, nascono in maniera indipendente l’una dall’altra, e finiscono per confluire in un unico bacino collettore a causa di una tendenza complessiva della civiltà moderna, tanto nell’ordine economico-finanziario e tecnologico, quanto nell’ordine psicologico, sociologico e spirituale.

La rivoluzione religiosa è culminata – si badi: non è nata; è culminata – con il Concilio Vaticano II e, in misura ancor maggiore, con la cosiddetta riforma liturgica di Paolo VI, attuata con l’introduzione del Novus Ordo Missae, nel 1969. La rivoluzione educativa è culminata nel ’68 studentesco e, in Italia, nell’autunno “caldo” del 1969, e ha investito non solo la scuola, ma anche la famiglia e, appunto, la vita ecclesiastica. La rivoluzione morale ha investito la società nel suo insieme, sia a livello delle istituzioni organizzate, prima fra tutte – di nuovo – la famiglia, sia al livello delle masse, nelle quali l’individualità personale è stata sbriciolata e dissolta, dissoluzione dalla quale difficilmente le persone riusciranno a tornare ad essere se stesse, cioè individui distinti e ben coscienti di sé.

La rivoluzione religiosa continua tuttora e ha traghettato i cattolici dalla fede in Gesù Cristo alla “fede” negli stessi idoli della modernità, quelli elaborati a suo tempo dall’illuminismo e dalla Rivoluzione francese: i diritti dell’uomo e del cittadino, la libertà, la fraternità (massonica) e l’uguaglianza, senza che essi abbiano percepito di essere approdati nella piena apostasia.

La rivoluzione educativa ha colpito al cuore il progetto educante della società, a partire dalla famiglia e dalla scuola; ha colpito al cuore l’autorità del padre, e ha minato irreparabilmente il principio dell’ordine; unita alla sub-rivoluzione femminista, ha incrinato in maniera decisiva il ruolo del maschio e ha creato una situazione di conflittualità permanente fra i due sessi, conflittualità di cui il dilagare dell’omofilia non è che uno degli effetti collaterali. Il suo risultato è stato generare milioni di studenti ignoranti e presuntuosi e di professori altrettanto ignoranti e presuntuosi (logico: i secondi sono i primi, visti a vent’anni di distanza), dei figli che non riconoscono l’autorità dei genitori, che non li onorano, né li rispettano, ma nondimeno li sfruttano materialmente il più a lungo possibile, perfino dopo essere andati via di casa e aver avuto dei figli (facendo fare ai genitori i baby-sitter permanenti dei nipotini).

La rivoluzione morale si è svolta assestando il colpo di grazia alla moribonda civiltà contadina, che era l’ultimo baluardo dei valori tradizionali – Dio, patria e famiglia – e sostituendo al modello del dovere/sacrificio il modello del piacere/consumo, e soprattutto instaurando ovunque il dogma della libertà assoluta del singolo individuo (peraltro atomizzato e disciolto, come si è detto, nella massa) e del suo diritto a “realizzarsi”, intendendo con ciò la soddisfazione del suo piacere e il rifiuto sistematico di ciò che non dà piacere o che implica sforzo, sacrificio, attesa e risparmio. Il risultato è che una società la quale, fino a non molti anni fa, era prevalentemente orientata a considerare l’aborto, l’eutanasia, l’omosessualità e la droga come piaghe sociali, ora le considera come forme legittime e rispettabili di auto-determinazione, e pretende la massima libertà per quanti vogliono praticarle.

Se, dieci anni fa, qualcuno avesse chiesto all’uomo della strada cosa ne pensava della possibilità di riconoscere dei “matrimoni” fra persone dello stesso sesso, nove volte su dieci costui avrebbe trasalito; ora quasi nessuno si stupisce se vi sono delle persone che decidono di sposarsi perfino da sole o con un animale domestico. Se, dieci anni fa, avessero chiesto a un cattolico se è concepibile un prete che sia omosessuale dichiarato, in novantanove casi su cento la risposta sarebbe stata un “no” inorridito; oggi, in molti casi, la risposta è un laico: “e perché no?”. E se, dieci anni fa, avessero chiesto a una persona qualsiasi cosa ne pensasse delle eventuali adozioni di bambini da parte delle coppie omosessuali, molto probabilmente avrebbe trovato una chiusura totale; mentre oggi, in moltissimi casi, l’atteggiamento su questo tema è di benevola apertura. Tutte e tre le rivoluzioni sono tuttora in corso, per completare  la loro opera ed estendere ulteriormente il loro raggio d’azione; tutte e tre hanno creato dei nuovi paradigmi di pensiero e di comportamento pratico, dai quali sarà praticamente impossibile tornare indietro.

Le tre rivoluzioni a un certo punto si sono intersecate, si sono sommate, si sono esaltate a vicenda e si sono perfino scambiati i ruoli; il che, fra le altre cose, dimostra che all’origine di esse vi è una regia unica; a meno che ci sia ancora qualche inguaribile romantico il quale pensa che le rivoluzioni scoppiano, impreviste e inarrestabili, quando l’esasperazione popolare oltrepassa la soglia della sopportazione e non hanno invece a che fare con la grande finanza, con la massoneria e con altre società segrete dai fini inconfessabili e non troppo lodevoli, la cui punta di diamante è costituita da gruppi di satanisti estremamente potenti.

Così, ai nostri giorni, i fini della rivoluzione morale sono stati largamente ereditati dalla rivoluzione religiosa, mentre i fini della rivoluzione educativa sono stati ereditati dalla rivoluzione morale. In altre parole: a portare avanti il programma radicale e massonico di distruzione della famiglia, della religione e della patria è soprattutto la sedicente chiesa del signor Bergoglio; a portare avanti il programma di appiattimento delle coscienze e del senso critico delle persone sono la scuola, l’università e i grandi mezzi d’informazione; a portare avanti il programma della globalizzazione consumista e della democrazia totalitaria sono proprio le famiglie del nuovo modello, se famiglie si possono chiamare delle aggregazioni temporanee di qualunque genere di persone, con qualsiasi genere di rapporto reciproco, anche le coppie d’invertiti smaniose di adottare bambini o procurarseli in qualsivoglia maniera, lecita o illecita, affiancate da alcune grandi agenzie pubbliche, come la sanità statale, attualmente impegnata nella nobile impresa di garantire il cambiamento di sesso a spese dell’intera comunità nazionale.

Ma tutto è iniziato con la crisi e la successiva distruzione – distruzione, non scomparsa – della società contadina. Finché sopravviveva la società contadina, i valori tradizionali, benché indeboliti e alterati, erano ancora in condizioni di sopravvivere; inoltre, permaneva il legame tra le persone e il territorio, e tale radicalmento comportava l’esistenza di una chiara identità. La società contadina è stata distrutta, in Italia, fra gli anni ’50 e gli anni ’60 del Novecento: guarda caso, gli anni in cui si sono messe in moto le tre rivoluzioni.

A seguito di ciò, il legame fra le persone e il territorio si è indebolito e ha cominciato a dissolversi: oggi, ad esempio, è considerato normale che un giovane progetti di costruirsi all’estero il suo futuro, beninteso dopo aver conseguito il diploma e la laure in patria. Molti dei giovani laureati che emigrano non torneranno più; in compenso, il loro posto viene occupato da masse crescenti di giovani africani semi-analfabeti, in gran parte islamici niente affatto disposti ad integrarsi, semmai decisi a convertire ed integrare noi nel loro sistema di civiltà; e sarebbe interessante vivere abbastanza per vedere che succederà quando, entro pochi decenni, i fautori dell’immigrazione e dell’accoglienza indiscriminata, che sono anche fautori del femminismo e dell’omosessualismo, dovranno fare i conti con una società islamizzata, ove la vita non sarà tanto facile né per le femministe, né per gli omosessuali.

Avete mai provato a osservare le persone in fila davanti allo sportello d’un ufficio postale? Ogni tanto capita una donna islamica con il volto interamente coperto, immancabilmente accompagnata da un uomo: se non è il marito, il figlio, magari un bambino di otto anni. È il bambino che si rivolge all’impiegato; è il bambino che, a un certo punto, dice a sua madre di scoprire il volto per farsi riconoscere, al momento della necessaria identificazione; ed è sempre il bambino che paga e mette il resto nel portafogli.

Questo è il futuro che attende anche le nostre donne, nel momento in cui questo di tipo di immigrati saranno la maggioranza, o una minoranza abbastanza significativa e aggressiva da imporre le loro usanze a tutta la popolazione. Ma pare che le nostre anime belle della sinistra radical-femminista, le nostre Boldrini e Cirinnà, le nostre Gruber e Merlino, queste cose di ordinaria follia non le vedano neanche, tanto è vero che continuano imperterrite a blaterare e farneticare di accoglienza, inclusione e integrazione, come dei dischi rotti, quasi vivessero su un altro pianeta.

E questo perché, per loro, non conta la realtà effettuale della cosa, come direbbe messer Niccolò Machiavelli, segretario fiorentino, ma contano solo le loro astratte e balordissime teorie russoviane e marxiste, basate sulla mitologia del Buon Selvaggio e del Buon Rivoluzionario. Con la rivoluzione dei costumi, infatti, e con la civiltà contadina, è andata perduta anche la qualità fondamentale che possedevano i nostri nonni: il buon senso. E così sono andati al potere – economico, politico, mediatico e culturale – dei poveri ometti che non capiscono nulla della realtà, anche perché, essendo dei privilegiati, oltre che dei parassiti sociali, non sanno nulla della quotidiana fatica del vivere.

La via d’uscita da questa situazione, se ancora è possibile, evidentemente consistere nel percorrere la strada inversa a quella fin qui seguita. Ripristinare la serietà e la coerenza nell’educazione dei giovani, il principio del merito nella scuola, il principio della responsabilità nella famiglia, il valore del sacrificio in ogni circostanza della vita; ripristinare la vera dottrina, la vera morale cattolica, la vera pastorale, la vera liturgia nella Chiesa, per riportare le anime a Dio, dopo anni e decenni che si è fatto di tutto per confonderle e allontanarle da Lui, anche a loro insaputa; ripristinare l’autorità paterna (che è cosa ben diversa dalla tirannide vigente presso alcune società islamiche), il rispetto delle vere qualità femminili (che è l’opposto di quanto starnazzano le signore femministe), l’amore per i bambini inteso non come brama di possesso, ma come dono e servizio dei genitori (il che esclude ogni forma di mercimonio dell’infanzia da parte delle coppie d’invertiti). Questa è la strada da intraprendere: non ce ne sono altre. E soprattutto non vi sono scorciatoie. Come avete detto? Che è una ricetta troppo dura? In tal caso, preparatevi a perire: il paziente che rifiuta la cura è già morto…

 

(fonte www.accademianuovaitalia.it – per gentile concessione dell’autore)

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4 Responses to Le tre rivoluzioni che ci stanno distruggendo – di Francesco Lamendola

  1. Andrea ha detto:

    Grazie Dott. Lamendola, analisi chiara, limpida, trasparente e soprattutto ineccepibile.

  2. Ivan ha detto:

    condivido appieno. La falsa soglia sull’infinito di possibilità che fornirebbe la tecnologia come “braccio ammaliatore” della dittatura democratica moderna, sta dando il colpo di grazia alla nostra umanità, sta progressivamente erodendo lo spazio pubblico di decisione morale-esistenziale definiti anche dalla nostra capacità di essere in relazione con i nostri Simili. Parallelamente sta aumentando il senso di vuoto di paura e di insicurezza perché la forza centripeta generata dal falso perseguimento die diritti individuali ci sta isolando sempre più e minaccia di snaturare per sempre il nostro essere Creatura in relazione con il Creatore.

  3. wisteria ha detto:

    Mi associo. Mi capita spesso di pensare che nel Novecento ci sono sta tre tre guerre mondiali, la Terza è stata la contestazione del Sessantotto, col suo seguito di terrorismo , terzomondismo, rivoluzione proletaria, ecc. Sono state tre guerre perse dalle persone perbene, che ormai dono in via di estinzione.

  4. wisteria ha detto:

    Errata corrige.
    Cibsonobstatre tre guerre mondiali…
    Sono in via di estinzione

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