Quando sento parlare di linguaggio, invece che mettere mano alla pistola, torno a leggere quanto scriveva Attilio Mordini oltre quarant’anni fa: “Dall’unità di Dio muove il molteplice nello spazio e nel tempo per tornare all’uno nell’atto della Sua eternità; (…). In Dio, causa efficiente e causa finale sono una cosa sola, sono Carità. Creare è evocare dal nulla; l’atto di Dio che dona la vita è lo stesso atto che chiama la vita al suo unico fine. Il comando all’abisso vuoto e informe e l’appello amoroso alle creature è una sola parola, il Verbo, il Figlio; e ascoltare questa parola è contemplare”.

Inizia così Verità del linguaggio, con un incipit bello come poche volte lo sono quelli posti in capo ai libri di saggistica. Così caritatevolmente inesorabile da essere un colpo diretto al cuore dei corruttori di intelligenze, più risolutivo di una revolverata. Bellezza di altri cieli, se si pensa cosa sia divenuta oggi la nostra lingua e quali abissi evochi ogni volta che venga pronunciata secondo le regole della reductio ad infernum che ormai la governano. E viene alla mente un altro incipit, poetico questa volta, quello del Diario Bizantino di Cristina Campo: “Due mondi – e io vengo dall’altro”.

IN PRINCIPIO FU LA NEOLINGUA Quando sento parlare di linguaggio, non metto mano alla pistola, poiché la mise un inarrivabile Orwell, con 1984. Nel suo romanzo, settant’anni fa, lo scrittore inglese descriveva il dominio del Grande Fratello esercitato sui cervelli e sulle anime attraverso l’invenzione della neolingua e l’esercizio del bipensiero: questo ordito per indurre gli uomini a ritenere possibile contemporaneamente una cosa e il suo contrario, quella per consentire solo articolazioni vocali gradite al partito.

Era il 1949 quando Orwell raccontava un universo in cui il potere governa un eterno presente in nome di un futuro illusorio e grazie alla manipolazione del passato. Un inferno reso possibile dalla devastazione delle parole. Quasi contemporaneamente, nel 1947, ne parlava Thomas Mann nel Doctor Faustus, con un’intuizione visionaria capace di andare anche più lontano, là dove la parola è sul punto di spegnersi: “Questa è, precisamente, la gioia segreta, la sicurezza dell’inferno: che non è enunciabile, che è salva dal linguaggio, che esiste semplicemente, ma non la si può mettere nel giornale, non la si può rendere pubblica, non se ne può dare una nozione critica con parole, poiché le parole sotterraneo, cantina, mura spesse, silenzio, oblio, mancanza di salvezza sono solo deboli simboli (…) là tutto finisce, ogni pietà, ogni grazie, ogni riguardo e fino all’ultima traccia di comprensione per l’obiezione incredula e scongiurante: ‘Questo voi potete, eppure non potete fare di un’anima’. E invece sì, lo si fa e avviene senza il controllo della parola, in cantine afone, laggiù in fondo dove Dio non ode, e per tutta l’eternità”.

Ma la realtà è sempre in grado di mettere in mora anche l’immaginazione più feroce. Nel fondo dell’inferno, dove la luce della Carità divina giunge solo come tormento, non è in atto semplicemente una guerra al Santo, Santo, Santo Signore Dio degli Eserciti. Laggiù, l’opera al nero della scimmia e dei suoi seguaci persegue il disegno di impedire, anche solo come idea, la santità dell’uomo producendo alchemicamente il silenzio delle parole.

Se per un momento siamo entrati in chiesa, è già il momento di uscirne per tornarvi più tardi, quando verrà celebrato il culto delle tenebre. Adesso accomodiamoci a una conferenza sulla “Lingua di genere”.

MINISTRA, SINDACA, INGEGNERA & C. NON C’È NIENTE DA RIDERE Da qualche anno, l’Italia, come gli altri Paesi cosiddetti sviluppati, è percorsa da agguerrite compagnie di giro che spiegano al colto e all’inclita come sia ben fatta cosa dire “ministra”, “sindaca”, “ingegnera”, via via declinando al femminile tutto quanto venga toccato da una donna, come in una nuova creazione dove è una Eva politicamente corretta a dare finalmente il nome giusto alle cose.

Vado volentieri a questi incontri, specialmente a quelli che mi segnalano le colleghe più radical e più chic, perché alla fine c’è sempre modo di parlare con qualche relatore, che poi sarebbe una “relatora”. “Ti presento la professoressa A B, è docente dell’univresità di C, autrice per l’editore D e scrive da anni su questi argomenti. Magari ti convince”. Sono un irrecuperabile, ma simpaticamente garbato, dunque vengo tenuto sotto benevola osservazione. Non si sa mai

La professoressa A B, in genere, è di alto livello, studia da anni la materia e ha una competenza notevole. Fuori onda, opportunamente sollecitata, spiega ancora più precisamente l’obiettivo del suo lavoro, che non è quello di denunciare la profanazione maschilista della lingua per bilanciare democraticamente i poteri linguistici. “Questa” spiega la professoressa A B “è roba da femministe degli anni Settanta. Non è la quota rosa nel vocabolario che ci interessa. Noi il vocabolario lo dobbiamo riscrivere perché vogliamo che si parli una nuova lingua, anzi la vera lingua che è sempre stata occultata da una sovrastruttura ideologica”.

Il linguaggio della professoressa A B, come il suo nome, non mi è nuovo e azzardo un’osservazione a cui magari non avrebbe risposto in pubblico “Insomma, si tratta di tornare a uno stato di natura della lingua, una lingua pura…”. Un momento di silenzio. “Ma, allora, siamo fatti per intenderci…”. Per intenderci, forse no, però per capire quanto stiamo dicendo, forse sì. Cerco di vederci chiaro fino in fondo, “Quindi, voi siete almeno un passo avanti ad Alma Sabatini”.

Ho pronunciato il nome magico, tanto più che ho anche aggiunto Il sessismo nella lingua italiana, 1986. Alma Sabatini è stata femminista, militante radicale e si è battuta per tutti i diritti immaginabili, civili e, a mio modo di vedere, incivili. Ma, soprattutto, è stata la linguista che ha tracciato il solco della “lingua di genere” oggi difeso dalle spade delle varie professoresse A B. Il sessismo nella lingua italiana, uscito appena due anni dopo il fatidico anno 1984 immaginato da Orwell come apogeo del Grande Fratello, fu scritto su richiesta della Commissione Pari Opportunità istituita dal governo Craxi e divenne la pietra angolare degli studi linguistici di genere.

Va riconosciuto che chi lavora per le forze degli inferi, in genere, ha doti intellettuali di tutto rispetto e produce opere in grado di contenere almeno in nuce tutto quanto verrà nei decenni successivi. È caso di Alma Sabatini. Lo riconosco senza remore e riserve mentali anche parlando con la professoressa A B, la quale mi ricompensa con un cortese sorriso e la conferma che “sì, il nostro compito è quello di ritrovare lo stato di natura della lingua, perché lì sono contenuti tutti i femminili di qualsiasi parola che possa essere riferita anche a una donna. Se esiste il femminile è obbligatorio usarlo per dimostrare che l’essere donna è superiore a qualsiasi altra determinazione”. E questa non sarebbe ideologia.

LA PREVALENZA DEL FEMMININO Nei teoremi della professoressa A B non esiste il minimo dubbio su chi debba prevalere al termine della tenzone lessicale. Riprendo quindi una domanda su cui in sala la risposta non è stata molto chiara. Se il compito principale affidato alla lingua consiste nell’identificare e certificare l’identità sessuale, anche quando non è necessario, dovrà essere adottato un genere anche per gli omosessuali… “Niente affatto” spiega la professoressa A B. “Esistono solo il genere femminile e quello maschile. Gli orientamenti sessuali dei singoli individui possono solo essere descritti. Questo non significa che non abbiano dignità, e io personalmente mi batto per i diritti di qualsiasi scelta, ma non sono riconosciuti dalla lingua”.

In altre parole, la lingua di genere ha come obiettivo ideologico la femminilizzazione del linguaggio, dunque della società, compreso il cosiddetto “immaginario spirituale”. Va da sé, con tale impostazione, che l’omosessualizzazione è solo una tappa intermedia di un processo di inversione totale destinato a compiersi con la prevalenza del femminino.

Questo argomento meriterebbe un saggio a sé. Ma, visti i tempi, non si può comunque non applicare lo schema a quanto sta accadendo nel mondo cattolico. Siccome il processo rivoluzionario tende sempre al suo effetto estremo, il capovolgimento totale, l’esito finale di quello in atto nella chiesa può essere solo la sostituzione del sacerdote maschio con il sacerdote femmina o, per usare la “lingua di genere”, del sacerdote con la sacerdotessa. Da questo punto di vista, la pandemica omosessualizzazione del clero cattolico è la via più rapida, efficace e inesorabile alla femminilizzazione della chiesa: l’inversione sessuale del maschio diventa agente dell’inversione spirituale della neochiesa, che ha come mito fondatore un Eden in cui regna un’Eva ribelle e come fine ultimo una Gerusalemme celeste in cui angeli femmina, o meglio “angele”, cantano incessantemente le lodi di un dio donna.

A questo punto, mi prendo la libertà di saltare le argomentazioni esibite dalla nostra studiosa come apodittiche e, in quanto tali, nemmeno passibili di revisione scientifica. Sono tutte opinabili, una per una, ma la professoressa A B non si muove nel campo della scienza, detta dogmi in quello della teologia, anche se non lo sa o finge di non saperlo. Sono tentato di salutarla chiamandola professore, poi ricordo che, più o meno quarant’anni fa, all’università chiamavamo professoressa il Chiarissimo Professor Sofia Vanni Rovighi e soprassiedo.

RITORNO ALLO STATO DI NATURA DELLA LINGUA, L’EDEN DELLA FOLLIA Ho impegnato un’ora di viaggio, un’ora di conferenza, un’ora di chiacchiera informale e un’altra ora di viaggio, ma ne valeva la pena. Mi sono portato a casa l’esplicita dichiarazione d’intenti di “isolare il femminile da maschile e renderlo indipendente dall’ordine tradizionalmente istituito”.

Bisogna riconoscere che l’hanno studiata proprio bene. Basta dire “ministra” invece che una “donna è ministro” e, se mi si passano i termini inventati sul momento, la “donnità” ha il sopravvento sulla “ministrità”. Affermare la superiorità dell’identità sessuale sul significato di una carica pubblica porta proprio al punto in cui le varie professoresse A B vogliono arrivare: la separazione della donna dall’uomo là dove dovrebbero invece essere uniti e sullo stesso piano nel riferirsi a un ordine superiore rappresentato dalla funzione svolta.

A questo punto, lo stato di natura della lingua, se non è raggiunto, è comunque alle viste e basta un passo per entrarvi. Ma è l’Eden della follia, in cui le parole non sono più in grado di dire niente per il semplice motivo che sono pensate per essere afone. Più di un secolo fa, tutto questo è accaduto all’arte. Ne parlo con un amico, l’architetto E, che conosce a memoria tutta l’opera di Sedlmayr. “’Perdita del centro’, pagine 221 e 222”. Mi alzo, prendo Perdita del centro dallo scaffale in cui tengo le opere di liturgia, anche se questa parla di arte, e apro alle pagine 221 e 222. “Leggi, leggi e vedrai se quel genio di Sedlmayr, quando parlava della tragedia dell’arte moderna non descriveva anche quello che mi stai dicendo sulla lingua pura”.

Leggo: “Le manifestazioni dell’arte indicano però anche – e chiaramente – in quale zona si debba ricercare l’origine del turbamento, ossia il nucleo più intimo. Nell’arte, il fattore primario è evidentemente lo sforzo verso l’autonomia, verso la purezza sia dell’arte in genere sia delle singole arti in specie. Con ciò possono essere facilmente spiegati lo slittamento dell’arte e, insieme, di tutte le arti nel subartistico e una quantità di altri fenomeni. Dall’aspirazione verso l’architettura pura deriva il dissolvimento dell’architettura stessa e la sua sostituzione con la pura e semplice edilizia, come anche la sua mancanza di una base. Dall’aspirazione alla pittura pura consegue l’abbassamento dell’uomo al livello delle cose morte e la rinuncia all’oggettività in genere. (…) L’aspirazione a un’arte presumibilmente pura ha come conseguenza la separazione del contenuto intellettuale e la degradazione dell’arte nella zona del subrazionale, il suo decadere nella costruzione, nella fotografia, nel sogno, ossia nell’oggetto estetico”. (…) Nel medesimo ambiente storico dal quale ha origine l’arte moderna tendente all’autonomia, e nella medesima epoca (un po’ prima, però, come del resto ci si poteva aspettare) si è giunti alla scissione fra l’uomo e Dio, scissione che qui può essere desunta soltanto dalle manifestazioni dell’arte: si è giunti alla proclamazione dell’uomo autonomo”.

ESSERE O NON ESSERE Alla fine, e anche in principio, si riduce tutto a questo, alla separazione dell’uomo da Dio. Ma l’architetto E vuole che ci si arrivi per gradi. “Se l’architettura pura si trasforma in edilizia, se la pittura pura porta all’abbassamento dell’uomo al livello delle cose morte, a cosa porta la lingua pura? A questo devi rispondere tu, e non puoi saltare i passaggi arrivando subito alla proclamazione dell’uomo autonomo”.

Eliminazione della copula che unisce soggetto e predicato. “Ma qui stiamo parlando del femminile usato in sostituzione del maschile…”. Eclisse del verbo essere. “Dicendo ministra invece che ministro?”. No, dicendo “ministra” invece che “quella donna è ministro”. L’attacco finale non è quello mosso alla particella “o” eliminata per far luogo alla particella “a”: viene mosso al verbo “è”. Di più, l’attacco viene mosso al Verbo. Seguimi su questo schema come fossimo alla lavagna.

Dire che “A è A” è cosa priva di ogni possibile svolgimento discorsivo, è sterile. Rispetto a quanto dicevamo prima, corrisponde a dire “ministra”, poiché questo si riduce a ribadire che la “donna è donna”. Dire invece che “A è B”, ad esempio che “la donna è ministro”, mette in evidenza un rapporto dinamico e fecondo tra soggetto e predicato espresso dalla copula “è”. Ma la natura intima di quel legame rimane un mistero, radicato nella percezione ineffabile dell’essere.

Adesso tocca a me citare: Attilio Mordini, Verità del linguaggio pagine 43-45: “Tanto il linguaggio quanto il pensiero razionale si fondano dunque sull’ineffabile; l’uomo pensa e parla in un continuo bisogno di esprimersi, e in realtà si esprime sempre con maggiore efficacia senza mai raggiungere quell’esattezza che è, e rimane, mistero della parola divina operante in lui. Per indicare le cose nello spazio potrebbe forse essere sufficiente l’urlo o il barrito della bestia, mentre il linguaggio articolato dell’uomo è espressione sempre nuova e varia del Verbo inesauribile nel pensiero umano come nelle creature dell’universo intero. (…) Diremo perciò che la copula medesima non è se non un segno, un riflesso, del Verbo di Dio nel linguaggio dell’uomo”.

VA IN SCENA LA LITURGIA DI GENERE La compagnia di giro che porta nelle piazze d’Italia le meraviglie della “lingua di genere”, a diversi livelli di consapevolezza, intende arrivare all’oblio dell’essere. “Dunque, siamo all’atto finale?”. No, l’atto finale è un altro, ancora più infernale, e si recita in chiesa da lungo tempo: palesemente dall’avvento della riforma liturgica di Paolo VI, occultamente molto prima. Lo schema è lo stesso adottato nella rivoluzione della “lingua di genere”, quello della separazione, tanto da poter parlare di “liturgia di genere”. Bisogna solo considerare che i termini in gioco, qui, non sono più “uomo” e “donna”, ma “sacro” e “profano”, “sacerdote” e “laico”.

Come sempre, in caso di reato, serve un testimone. Per questo vado a trovare don F, un vecchio sacerdote che decenni fa ha intrapreso un burrascoso viaggio dalla vecchia Messa alla nuova e ritorno. Voglio che mi confermi quanto mi confidò a proposito del disagio provato durante la celebrazione della neoliturgia. “Ti ripeto volentieri quanto ti ho già detto. Ciò che mi ha fatto definitivamente tornare al messale antico, affrontando la persecuzione e l’isolamento che sai bene, è stato il fatto che non mi sono mai sentito così solo come quando celebravo la messa di Paolo VI. Lo facevo secondo il massimo rigore, mettendo tutto quello ci potevo mettere, eppure ognuno rimaneva ognuno per conto suo, il sacerdote, i fedeli e persino Dio, se così mi permetti dire, magari con un po’ di imprecisione teologica. In altre parole, rimaneva tutto qui sulla terra, senza che nessuno sentisse il bisogno di salire verso il Signore e diventare santo”.

Ma lei, don F, mi ha detto che una sensazione un po’ opaca la provava anche prima… “Sì, con l’andare del tempo sentivo i legami farsi meno saldi. Ma non era una questione di rito, era una questione di fede. Non bisognava cambiare la vecchia Messa, bisognava ridare vigore alla fede dei sacerdoti e dei laici, bisognava rinvigorire il desiderio di santità. Con il nuovo culto, che non riesco neanche a chiamare liturgia, è finito tutto in un batter d’occhio, ognuno è andato per conto proprio lungo le strade del mondo. Io non sono durato neanche un anno perché, in coscienza, non potevo officiare un rito che non rende santi e quindi, se due più due fa sempre quattro, può solo portare all’inferno. Oggi non capisco proprio quei sacerdoti che celebrano sia l’antico che il nuovo rito… Vuol dire che, per loro, paradiso e inferno sono la stessa cosa. Perdonami se ogni volta mi lascio prendere dalla foga, ma tu sai che secondo me avviene tutto nella liturgia e l’uomo potrebbe vivere anche solo di quella”.

IL VIZIO SOLITARIO DELLA NEOLITURGIA Devo alle lunghe chiacchierate con don F la messa a punto della definizione dell’uomo come “animale liturgico”. Avevo cominciato a lavorarci riflettendo sul detto di padre Pio secondo cui il mondo potrebbe stare senza il sole ma non senza la Messa, poi fu il vecchio sacerdote renitente alla leva montiniana a mettermi sulla strada buona. “Secondo me, tu dovresti leggere Alexander Schmemann. Il nome può suonare come quello di un modernista, ma non allarmarti inutilmente, è un teologo ortodosso”.

In un libro di Schmemann, Per la vita del mondo. Il mondo come sacramento, ho effettivamente trovato la conferma che cercavo nella definizione dell’uomo “come homo adorans: colui per il quale l’atto liturgico è l’atto essenziale che allo stesso tempo ‘pone’ la sua umanità e la compie”.

Per l’uomo, essere “animale razionale” non è complementare all’essere “animale liturgico”, non lo precede, non lo segue e neppure gli è contemporaneo: semplicemente vi è contenuto ricevendone nutrimento. Ciò perché l’intelligenza umana, che pure ha come oggetto l’essere, lo percepisce come mistero: sia che lo incontri troppo ricco di intelligibilità, troppo puro per le sue possibilità, come nelle cose spirituali, sia che vi scorga una certa resistenza all’intelligibilità, testimonianza in sé del non-essere, come è il caso della materia. È l’intima adesione dell’uomo all’atto liturgico a preservare la natura eccedente di Dio, la sua infinita distanza e alterità rispetto alla ragione puramente logica, facendo sì che il mistero, misteriosamente, diventi eloquente. In virtù di questa apertura originaria dell’uomo alla contemplazione, la ragione è forte al punto di accedere a certezze assolute.

Devo ammettere che il tuo ‘animale liturgico’, alla fine, mi convince” dice don F. “In qualche modo spiega la solitudine infernale generata dal nuovo rito cattolico e pure la sensazione inquieta provata durante la Messa vera celebrata dentro una chiesa che si avviava a mutarla praticamente senza incontrare resistenze. Se l’uomo è un ‘animale liturgico’, nella liturgia si compie la sua umanità, cioè si santifica. Ma la messa nuova non è fatta per questo e quella antica non sempre veniva celebrata a tale fine. È faticoso diventare santi. Ma, se non ci si santifica, non si dà compimento alla propria umanità. E, se non c’è vera umanità, non c’è vero discorso, ognuno rimane un ente isolato da tutti gli altri”.

RITORNO ALLO STATO DI NATURA DEL CULTO Come tutte le rivoluzioni, anche quella liturgica è fondata sul ritorno alle origini, allo stato di natura, che è tutt’altra operazione rispetto al ritorno alle fonti della Tradizione. Lo schema e il fine sono identici a quelli adottati per il ritorno allo stato di natura della lingua e dell’arte, che li seguono logicamente e cronologicamente: separare per chiudere le Porte Regali del Cielo.

La liturgia, che è solo cristiana, non è da confondere con il semplice culto, inteso come un rito compiuto per stabilire un contatto tra una comunità e una divinità. L’azione di culto presuppone la distinzione radicale tra “sacro” e “profano” e, al suo termine, il sacro rimane sacro e il profano rimane profano, senza che vi sia stato mutamento. L’atto liturgico invece, celebrato da un sacerdote e partecipato dal laico, è di altra natura in quanto è manifestazione della santità della chiesa. Il sacerdote e il laico, pur nella distinzione dei rispettivi stati e dei rispettivi ruoli, vi sono uniti in quanto vivono della stessa santità, dell’appartenenza allo stesso Corpo di Cristo.

È proprio questo ciò che mancava durante la celebrazione della messa nuova” dice don F. “Invece che dischiudersi le Porte Regali, si spalancavano i cancelli dell’inferno perché quel culto è pensato allo scopo di separare gli uomini dalla santità separandoli uno dall’altro. Non bisogna farsi ingannare dalle panzane raccontate sullo spirito comunitario, sul ruolo dei laici, sulla partecipazione all’assemblea. Non ho mai visto nessuno così solo come in quelle chiese e a quelle messe. Se c’era comunione, ma non sono così certo che ci fosse, non era comunque con il Corpo di Cristo misticamente presente sulla terra”.

In chiesa è dunque già avvenuto ciò che ora sta accadendo nelle scuole di ogni ordine e grado, nei giornali, nella politica e ovunque sia usata la lingua parlata o scritta. Qui, isolando il genere femminile da ogni rapporto con quello maschile, attraverso il prevalere della femminilità, si persegue la sterilità del linguaggio e l’oblio della ragione. Là, isolando il laico dal sacerdote, attraverso il prevalere della laicità, si persegue la sterilità della liturgia e l’oblio della santità.

È questo, in definitiva, l’esito dell’opera al nero condotta sulla Messa che ha visto solo come ultimo atto la riforma liturgica: il ritorno allo stato di natura del culto, concetto quanto mai adeguato se l’obiettivo è quello di oscurare la sopranatura. Il sacerdote torna a essere “agente del sacro” e il laico torna a essere passivamente “profano”, anche se la pantomima inscenata alla tavola calda di un presbiterio aperto al pubblico illude il sacerdote di essere quasi un laico e il laico di essere quasi un sacerdote. In realtà, così come nella “lingua di genere” si è costretti a dire “donna è donna” oppure “uomo è uomo”, nella “liturgia di genere” si può solo dire “laico è laico” oppure “sacerdote è sacerdote”. Come sempre, l’illusione è più rivoluzionaria della realtà.

Anche in questo caso, come in quello del ritorno allo stato di natura della lingua, l’aggressione ultima viene condotta contro l’essere, oscurando nelle formule ed eliminando nella realtà la copula “è”. Il passaggio dalla lapidaria formula di consacrazione del rito cattolico antico a quella discorsiva del rito riformato è solo l’inizio del definitivo tramonto del terribile “est” in cui Dio si fa presente sull’altare: tra poco, con la definitiva luteranizzazione del messale, non se ne troverà più traccia.

E sarà solo la ratifica di un processo ormai giunto alla sua inesorabile conclusione, poiché la liturgia riformata, ridotta a semplice culto, non ha più il potere di profferire verbo, di essere atto del Verbo misticamente presente sulla terra e, dunque, di dire il vero significato delle cose. Non a caso, l’offertorio è ormai diventato un bazar pieno degli oggetti più diversi, malinconici simboli di se stessi buoni per il più profano dei culti.

La vera liturgia, invece, ha bisogno del pane e del vino perché i fedeli, sacerdoti e laici, possano essere in comunione con Dio e conoscerlo. Ed è proprio questa comunione con la Divinità ottenuta attraverso la materia a dire ciò che il pane e il vino sono realmente: Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo. Una realtà misticamente tangibile che si può esprimere solo grazie al verbo essere: “il pane è Corpo di Cristo”, “il vino è Sangue di Cristo”, “Hoc est enim…”.

Eppure, nelle chiese le cui porte sono spalancate sull’inferno si crede e si pronunciano uno sterile “il pane è pane”, “il vino è vino”… Si indica una cosa con un semplice urlo, con il barrito di una bestia. Non si dice niente. E si canonizzano santi che non sono santi, che celebrano una messa che non è Messa, che appartengono a una chiesa che non è Chiesa.

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21 Responses to Lingua di genere & Liturgia di genere: l’ultima frontiera della dissoluzione (Romanzo infernale) – di Alessandro Gnocchi

  1. angela ha detto:

    ….e dove sta la Chiesa nella liturgia? Gradirei saperlo perché io non la trovo, il n.o. ormai sarà nullo quasi, ma neppure basta l’apparenza gratificante v.o. per fare una Messa: qualcuno ha il coraggio di dire “est”? Questa è la Chiesa? Don F celebra in comunione Bergoglio?

  2. Andrea ha detto:

    Trovo illuminante questa analisi e ci fa capire perché, nonostante la bruttezza delle nuove espressioni coi sostantivi al femminile, esse si diffondano velocemente, così come la moneta cattiva caccia la buona! Parimenti si comprendono perché ci si sia incamminati su questa strada da decenni e si veda una certa intellighenzia molto determinata a seguirla. È l’attacco all’Essere che interessa. Colpire Dio e sostituirlo…; sono tanti i fronti e quello del linguaggio non poteva mancare… La gnosi perseguita il cattolicesimo e il Mondo Nuovo deve essere anti-cristiano.
    Reagire, stare nella Tradizione, trasmettere ciò che abbiamo ricevuto, non cambiare nemmeno uno iota e pregare. Pregare tanto… riscoprire la possibilità e le modalità x santificarsi nel solco dei doveri del nostro stato.
    Grazie dott. Gnocchi.

  3. maria ha detto:

    “Don F…. ha intrapreso un viaggio burrascoso dalla vecchia Messa…mi confidò il disagio durante la celebrazione della neoliturgia… ( anche se “vecchia Messa” non mi piace, la Messa è.. Cristo, ieri, oggi, sempre)… Nell’articolo su UNAVOX leggo un altro motivo di disagio della neoliturgia a firma di G. Servodio: “L’orientamento dell’altare del celebrante e dei fedeli” – “ È indubbio che l’orientamento spirituale e interiore del celebrante e dei fedeli, al pari di quello di tutta la Chiesa, debba essere volto versus Deum, e dovrebbe far riflettere parecchio il fatto che la Congregazione si veda costretta a ribadirlo dopo 30 anni di postconcilio e dopo 30 anni di conclamata “piú ampia comunicazione” e piú “profonda partecipazione”. Ma è altrettanto indubbio che si commette una grave leggerezza quando si afferma che, a tal fine, la posizione del celebrante sia influente. Si può avere tutta la buona volontà di questo mondo, si possono fare tutti gli sforzi di questo mondo, ma quando il fedele è costretto a guardare in faccia il celebrante, quando sente la sua voce tonante, ..continua..

  4. maria ha detto:

    continua… quando segue i suoi gesti tutti rivolti nella sua direzione, sfidiamo chiunque, che non sia un santo, a dimostrare che non sia il celebrante stesso al centro della celebrazione, piuttosto che la croce e l’altare. E questo esser divenuto centro trasforma il celebrante nell’unico agente attivo di tutta la celebrazione, con l’aggravante che il fedele finisce col concedere eccessivo spazio all’idea che, in fondo, in tutta la S. Messa, non v’è un gran che di misterioso: ogni cosa cade sotto i suoi sensi, attrae la sua attenzione, lo distrae da ogni possibile concentrazione; determinando uno stato d’animo e una disposizione di spirito nei quali l’orientamento spirituale ed interiore divengono davvero una cosa del tutto relativa e residua, ancorché possibile. Per quanto riguarda il celebrante, poi, non v’è alcun dubbio che subisca una prepotente stimolazione a confrontarsi con gli astanti. Egli si trova al cospetto di una vasta platea multiforme e variegata, composta peraltro anche da persone, in carne e ossa, di cui conosce aspettative e disposizioni mentali….continua…

  5. maria ha detto:

    ..continua..E tutta questa platea egli la osserva senza neanche il conforto di potersi rivolgere alla sola croce, che nella migliore delle ipotesi gli sta di fianco; e da questa platea spesso fluttuante, e colorita, e bisbigliante egli non può impedire di rimanere condizionato, nei suoi gesti, nel tono della sua voce, perfino nelle espressioni del suo viso. È quasi inevitabile che egli inavvertitamente tenda a recitare in favore del suo pubblico, non tanto per compiacerlo, come tante volte purtroppo accade, ma anche solo per non dispiacerlo: mandando cosí in soffitta ogni sforzo possibile in vista del suo “orientamento” versus Deum.
    E per il celebrante la cosa è ancora piú grave che per i fedeli, perché egli “deve” svolgere la funzione di strumento di Cristo, “deve” assolvere al suo ufficio in perfetta aderenza col canone della S. Messa e “deve” officiare con le stesse intenzioni della Santa Chiesa”…

    ….. Il mondo potrebbe stare senza il sole ma non senza la Messa… padre Pio insegnava soprattutto a vivere i momenti del Mistero Eucaristico ai suoi figli spirituali… continua…

  6. maria ha detto:

    … continua… perché voleva indirizzarli alla sostanza della Liturgia Massima: “Nell’assistere alla Santa Messa rinnova la tua fede e medita quale vittima s’immola per te alla Divina Giustizia per placarla e rendertela propizia. Non allontanarti dall’altare, senza versare lacrime di dolore e di amore per Gesù crocefisso per la tua eterna salute. La Vergine Addolorata ti terrà compagnia e ti sarà di dolce ispirazione”.

  7. edoardo ha detto:

    In effetti esiste il problema della celebrazione una cum…
    Trovo l’articolo estremamente interessante, ma anche parecchio ostico. Può il gentile Alessandro approfondire il discorso?

  8. jb Mirabile-caruso ha detto:

    Don F. : “…in coscienza, non potevo officiare un rito che non
    …………rende santi e quindi, se due più due fa sempre quattro,
    …………può solo portare all’inferno… Invece di dischiudersi
    …………le Porte Regali, si spalancavano i cancelli dell’inferno
    …………perché quel culto è pensato allo scopo di separare
    …………gli uomini dalla santità…”.

    A. Gnocchi: “Eppure, nelle chiese le cui porte sono spalancate
    ………………sull’inferno… si canonizzano santi che non sono
    ………………santi, che celebrano una messa che non è Messa,
    ………………che appartengono ad una chiesa che non è Chiesa”.

    Suppongo, dr. Gnocchi, che Lei sottoscriverebbe la frase “che accettano papi che non sono papi” se io mi permettessi la libertà di aggiungerla al Suo paragrafo di sopra riportato.

    Ma supporre non posso cosa il Suo vecchio sacerdote don F. – dovesse Egli leggere questo Suo articolo fino al suo conclusivo paragrafo – penserebbe di Lei che mette in discussione la legittimità e di santi e di messe e di chiese e pure di papi da me…

  9. Massimo ha detto:

    Analisi brillante ed acuta come sempre, però viziata nella conclusione del discorso sulla liturgia di genere, laddove dice ” non potevo officiare un rito che non rende santi e quindi, se due più due fa sempre quattro, può solo portare all’inferno” e ancora “Eppure, nelle chiese le cui porte sono spalancate sull’inferno si crede e si pronunciano uno sterile “il pane è pane”, “il vino è vino”…
    Poichè si da il caso che, ad oggi, le parole del Signore pronunciate dal sacerdote sul pane e sul vino all’interno delle preghiere eucaristiche non siano ancora state alterate o abolite, conseguentemente – nonostante la Chiesa appaia correre sempre più risolutamente verso quella fine – la Messa in N.O. rimane integra nel suo nucleo fondante e atta quindi alla santificazione delle anime. Questo nonostante il fatto che il resto della celebrazione tenda più o meno, come giustamente rilevato, a separare i fedeli da Dio e fra loro stessi. In questa tensione contrappositiva tra l’agire umano e quello divino ancora prevale la potenza divina espressa nella transustanziazione.

    • jb Mirabile-caruso ha detto:

      Massimo: “…nonostante la Chiesa appaia correre
      ……………sempre più risolutamente verso quella
      ……………fine…”

      È Lei proprio certo, signor Massimo, che la Chiesa sia a tutt’oggi il “Soggetto che fa l’azione”? E non, invece, – ormai da sessant’anni – “l’Oggetto che subisce l’azione”?

      Le consiglio di ascoltare – o di leggere in trascrizione – la recente omelia fatta da “Fr. Robert Altier’s truthful homely about the current crisis in the Church”. Entrambe sono in Inglese, ma Lei saprà ottenerne una qualche traduzione automatica nel caso non possedesse di già una buona conoscenza della Lingua.

  10. angela ha detto:

    https://www.maranatha.it/Miscel/docum/qpt.htm
    Quo primum tempore stabilisce che il rito, qui confermato (non inventato da Papa san PioV) e nel nucleo risalente al tempo apostolico, sia eternamente valido, anatema a chi lo modifica. Paolo VI lo ha modificato invece e anche la formula consacratoria è stata modificata, c’è il tutti al posto di molti anche. Io la Presenza non la sento proprio più ormai. Non può esserci transustanziazione per una somma di motivi tra cui la mancanza di intenzione del celebrante, la comunione con un eretico e la modifica del rito eterno sono i principali

    • Massimo ha detto:

      Mi dispiace, Angela – e lo dico di cuore – che lei non ritenga attuata la transustanziazione nella messa di Paolo VI; tuttavia le gioverebbe riflettere sul fatto che sono le parole del Signore ” Questo è il mio Corpo…Questo è il mio Sangue” che attraverso la voce “prestatagli” dal sacerdote attuano la transustanziazione. Le restanti parti ne consegue che non sono sostanzialmente necessarie al fine specifico. Anche la mancanza di intenzione del celebrante di “fare quello che la Chiesa fa” è praticamente quasi impossibile arguire con certezza, tranne forse dei rari casi ( invero sempre meno rari purtroppo). L’effettivo stato di eresia formale di Bergoglio, poi, non è né lei né io che la possiamo stabilire e quindi, giuridicamente, il problema non si pone: finchè non vi sia un pronunciamento formale da parte di cardinali e che, tra l’altro, non è affatto detto che sia lecito, in quanto ” Prima sedes a nemine iudicatur” (1404 del vigente codice di Diritto Canonico.). La sua rimane solo una semplice supposizione non sostanziata dai fatti.

      • angela ha detto:

        Vede sig.Massimo. La Presenza si sente e NON si sente. Ma a parte ciò la formula è stata cambiata da Paolo VI ed anche i card.Ottaviani e Bacci contestarono il no affermando che costituiva un allontanamento dalla liturgia cattolica. Inoltre Papa san Pio V quando ha stabilito valore perpetuo non sapeva cosa si faceva? La mancanza di intenzione c’è sia perché non credono alla transustanziazione, nelle ipotesi migliori credono come Lutero credeva, sia anche perché intendono fare ciò che fa la chiesa di Bergoglio che manco si inginocchia (ma lo fa x lavare i piedi a non apostoli), e non la Chiesa . L’eresia di Bergoglio è l’unica cosa che un fedele può e DEVE giudicare x stabilire se deve tacere e obbedire o NO. Lei quindi che lo ritiene Papa commette un peccato mortale nel dire che è eretico formale (forse voleva dir e materiale, ma è lo stesso). Quindi lei è in colpa grave , io no perché l’ho giudicato NON Papa.Io affermo che il NO era valido tanto vero che ci furono miracoli anche, ma ormai penso in rarissimi casi lo sia…

        • Massimo ha detto:

          Angela, si capisce bene dal tono che usa e dalle sue affermazioni apodittiche quanto lei sia arrabbiata.. e in un certo senso ha anche ragione ad esserlo. Però un po’ di buon senso in questi casi sarebbe opportuno, oltre che approfondire e studiare bene certi argomenti dei quali lei sembra avere una conoscenza un po’ sommaria e soprattutto poco ragionata; così da non giungere immediatamente a formulare giudizi sommari in merito ai peccati di persone che nemmeno conosce o ai presunti delitti o peccati di eresia formale o materiale (che non sono la stessa cosa) dei vari pontefici. La virtù cardinale della prudenza, nell’attuale temperie ecclesiale, è tanto preziosa quanto difficile da coltivare e le fonti avvelenate sono presenti anche in ambiente “tradizionale”.
          Stia in pace, e sopra di tutto cerchi il Signore. Egli le farà capire. La saluto.
          In Corde Matris.

  11. Fee ha detto:

    “una Gerusalemme celeste in cui angeli femmina, o meglio “angele”, cantano incessantemente le lodi di un dio donna”

    tempo fa mi sono recata al Duomo della città austriaca dove vivo, e, complice l’impalcatura per i lavori di ristrutturazione della facciata, l’ho trovato sovrastato dalla scritta, ricamata con tulle rosa “finché Dio avrà la barba sarò femminista”. Ho subito pensato a uno scherzo e mi sono chiesta se la Diocesi ne sapesse qualcosa. Non solo lo sapevano, ma pare che abbiano SCELTO quest'”opera d’arte” fra una serie di progetti proposti. Non nomino l'”artista” per non farle immeritata pubblicità, ma ecco il link a uno dei tanti articoli, per vedere la foto (non sono abbastanza ferrata da linkare solo la foto)

    http://www.spiegel.de/kultur/gesellschaft/innsbruck-feministische-parole-verhuellt-dom-a-1220004.html

  12. Massimo ha detto:

    @ jb Mirabile-Caruso: capisco cosa intende e credo di essere sostanzialmente d’accordo con la sua obiezione. La ringrazio per il consiglio e cercherò di rintracciare le omelie citate.

  13. dopu ha detto:

    @Gentile Dott. Gnocchi,
    potrebbe consigliare qualche buon libro di liturgia?

  14. paola ha detto:

    Scusate, mi rivolgo a Massimo col quale penso di essere in sostanza d’accordo. Io non ho la possibilità di partecipare alla Messa antica e vado a Messa tutti i giorni, ovviamente Messa N.O. Mi sento sicura che, anche se questa Messa è meno ricca di grazia di quella antica, è tuttavia valida, che è presente il Signore.
    Mi pare (chiedo conferma) che tra i tanti miracoli eucaristici , ne siano avvenuti anche con Messe celebrate con novus ordo. Se è così, questa sarebbe una conferma che viene dal Cielo. Grazie molte dell’attenzione.

    • Massimo ha detto:

      Gentile Paola, a dire il vero anch’io nei giorni scorsi ho fatto la sua stessa riflessione sui miracoli eucaristici, di cui ricordo in particolare quello di Buenos Aires avvenuto, a più riprese, negli anni 90′ del secolo scorso. Ed oggi siamo in grado di comprendere anche i motivi del bassissimo profilo tenuto dall’Arcivescovo Bergoglio nella comunicazione del fatto, tanto che in Europa non si seppe nulla per molti anni…Richiese però una approfondita analisi scientifica operata “in doppio cieco” che confermò il sangue umano ed i tessuti del miocardio, se ben ricordo. Comunque sul web si possono trovare informazioni al riguardo: http://www.miracolieucaristici.org/. Poi vorrei dirle che è fortunata a riuscire a partecipare alla celebrazione quotidiana in N.O. Io e mia moglie da qualche anno non andiamo più quotidianamente alla Messa per l’eccessiva sofferenza che ultimamente ci procurava. Partecipiamo solo a quella festiva, che, se alle volte non è in Usus Antiquior, costituisce per noi un peso almeno fino al momento della Consacrazione.

  15. Silente ha detto:

    Ottimo articolo, quello di Gnocchi. Bello e profondo. Grazie. E grazie anche per aver citato due autori che dovrebbero essere ben più letti e conosciuti: Hans Sedlmayr e Attilio Mordini.
    Sedlmayr ha ben esplorato le origini della degenerazione dell’arte moderna, illuminandone le oscure origini demoniache. “La perdita del centro” è un suo libro epocale che non dovrebbe mancare nella libreria di ogni lettore di questo sito,
    Attilio Mordini, terziario francescano, fascista e volontario nella Repubblica Sociale Italiana, imprigionato e torturato dai partigiani (morì prematuramente per i postumi delle torture e dei maltrattamenti), studioso del mito, dei simboli, delle fiabe, e, come suggerito nell’articolo, del linguaggio, è stato uno degli intellettuali cattolici tradizionalisti più interessanti del dopoguerra. I suoi testi: “Verità del linguaggio”, “Il tempio del Cristianesimo”, “Dal mito al materialismo” (molti sono gli altri che non cito) rimangono esemplari per adesione alla Dottrina ma anche per visione mitica e profetica.
    Grazie a Gnocchi per averli ricordati.

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