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Memorie di un’epoca – rubrica mensile a cura di Luciano Garibaldi

biografie, eventi, grandi fatti, di quel periodo in cui storia e cronaca si toccano

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27 – martedì 31 maggio 2016

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PRETI MARTIRI IN EMILIA: UNA STORIA DA RISCOPRIRE

Un conto elementare rende una tragica pariglia: ventisei furono i preti uccisi in Emilia durante la guerra dai tedeschi nel corso di varie rappresaglie, e ventisei quelli massacrati dai partigiani comunisti per odio politico e antireligioso dopo il 25 aprile. Cinquantadue preti dimenticati che ci accingiamo a ricordare con un sentimento di amore per il loro eroismo e la loro bontà, e di angoscia e pena per i loro carnefici.

di Luciano Garibaldi

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zzzzrrfclXtUn conto elementare rende una tragica pariglia: ventisei furono i preti uccisi in Emilia durante la guerra dai tedeschi nel corso di varie rappresaglie, e ventisei quelli massacrati dai partigiani comunisti per odio politico e antireligioso dopo il 25 aprile. Cinquantadue preti dimenticati che ci accingiamo a ricordare con un sentimento di amore per il loro eroismo e la loro bontà, e di angoscia e pena per i loro carnefici.

Inizierò parlando delle vittime dei nazisti e ricordando che, tra le 1500 vittime della rappresaglia di Marzabotto, scatenata nell’autunno 1944 da una serie di imboscate e attacchi alle spalle lanciati dalle formazioni partigiane comuniste alle truppe comandate dal maggiore Walter Reder, vi furono ben otto sacerdoti: un tributo di sangue altissimo, pagato dal clero della Diocesi di Bologna alla cieca e feroce contabilità nazista (dieci a uno), un tributo in seguito sempre dimenticato. Quando andai a trovare don Angelo Carboni, parroco di Santa Maria Annunziata delle Muratelle, a Bologna, nel 1976 (ero allora inviato speciale del settimanale “Gente”), erano trascorsi 32 anni dal massacro.

«L’Emilia», mi disse don Carboni, che aveva raccolto una vasta documentazione sul martirio dei preti emiliani, «è la regione italiana che ha visto il maggior numero di sacerdoti, in assoluto, massacrati nel vortice della guerra civile. Sono stati 52 i miei confratelli emiliani caduti per mano omicida, e non parlo di quelli rimasti sotto i bombardamenti, o uccisi per disgrazia durante combattimenti, o morti in guerra mentre esercitavano il loro ministero di cappellani militari. Parlo proprio di quelli ammazzati premeditatamente da chi aveva preso alla lettera, nei fatti, la profezia divina: “Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi”».

Un martirologio sul quale, dopo oltre 70 anni, non è stata ancora pronunciata una parola ufficiale, nonostante esistano ormai opere storiche come i libri di Roberto Beretta «Storia dei preti uccisi dai partigiani», e di Andrea Zambrano «Beato Rolando Maria Rivi, il martire bambino». Vorrei ricordare, in proposito, che 14 sacerdoti uccisi dai nazifascisti in varie parti d’Italia durante la guerra civile sono stati, negli anni, insigniti di varie Medaglie al Valore. Mentre nessuno dei non meno di cento preti ammazzati su tutto il territorio nazionale dai comunisti in odio alla fede, e non perché fascisti, ha ricevuto il benché minimo riconoscimento ufficiale. Per non parlare delle cause di beatificazione. Che io sappia, a parte quella riguardante il martire bambino Rolando Rivi, non ne risultano altre, mentre ricordo che la Chiesa ha beatificato e canonizzato più di 1500 sacerdoti massacrati dai comunisti in Spagna durante quella guerra civile.

zzzzrrlbrMa torniamo a Don Carboni, al quale mi ero rivolto perché aveva dato il suo personale contributo alla ricerca storica sul sacrificio dei preti bolognesi durante la guerra civile, ricostruendo, in un libretto di 82 pagine, la cronaca della morte di don Elia Comini, un salesiano trucidato dai tedeschi all’età di 34 anni, durante le stragi di Marzabotto: la storia di un Salvo D’Acquisto in abito talare.

Il documento base di quell’edificante lavoro di pietà cristiana era un’inchiesta che don Lorenzo Bedeschi aveva condotto nel lontano 1951, e poi raccolto in un opuscolo dal  titolo «L’Emilia ammazza i preti». Bedeschi era stato il primo a mettere assieme l’elenco dei 52 martiri, con tanto di nome e cognome, e a scoprire che i due fanatismi ideologici in lotta, quello nazista e quello comunista, si erano equamente spartiti le loro prede, in una macabra contabilità dell’orrore, come ricordavo all’inizio: ventisei infatti erano stati vittime dei nazisti e ventisei erano stati immolati dall’odio comunista.

Nel tracciare un rapido quadro di questo imponente martirologio, partirò proprio dal sacrificio di don Comini, al quale don Angelo Carboni aveva dedicato la sua fatica di cronista.

«Debbo premettere», mi disse don Carboni, «che di Elia Comini, grande latinista, letterato e ottimo musicista, io fui amico personale fin dall’infanzia. Fummo infatti compagni di studi. E’ quindi con particolare amore che mi sono accinto a rievocarne il sacrificio».

Don Comini, dunque, che insegnava Lettere al collegio dei Salesiani di Treviglio ed era popolarissimo ed amato dai suoi studenti, giunse a Grizzana, uno dei paesi della vallata del Reno, non lontano da Marzabotto, per stare vicino alla mamma, vedova, che a Grizzana aveva la sua casa. Era una sua vecchia abitudine. Ogni anno, terminato il periodo delle scuole, don Elia lasciava Treviglio e veniva a trascorrere l’estate nella sua terra, dove tutti lo attendevano come un amico e un fratello. E lo attendevano particolarmente i bambini, che lo amavano per la sua affabilità, per il suo spirito allegro e festoso. Quell’anno 1944, Don Comini aveva affrettato i tempi del suo arrivo, sapendo che la zona era stata investita dal fronte tedesco in ripiegamento, ed essendo perciò in ansia per la mamma. Appena arrivato (tra l’altro giunse zoppicante, per un incidente subìto lungo la strada, nel salvare un uomo che stava per essere travolto da  una corriera), Don Elia si accorse subito che c’era gran bisogno di lui. L’arciprete di Salvaro, vecchio e solo, aveva ospitato in canonica numerose famiglie sfuggite alle razzie dei tedeschi, che avevano incominciato ad investire la zona per ripulirla – come dicevano loro – dai “banditen” che sparavano alle spalle delle colonne in marcia e poi si dileguavano nelle boscaglie. Don Comini si mobilitò e prese in pugno saldamente la situazione, unitamente ad un altro giovane sacerdote, padre Martino Cappelli, un bergamasco missionario del Sacro Cuore, capitato in quei posti nel suo peregrinare. Padre Cappelli, che aveva 32 anni, era un predicatore e andava in giro nelle varie parrocchie a portare la parola di Dio. I due giovani simpatizzarono subito e si attivarono per cercare rifugio alla gente che fuggiva terrorizzata dai casolari della vallata. Chi aveva perso il padre, chi un fratello, chi il marito. Fuggivano soprattutto gli uomini validi, tutti contadini, nel terrore di venire razziati dai tedeschi e deportati in Germania.

II 29 settembre di quell’anno maledetto – mi ricordò don Carboni – Elia Comini nascose ben 70 fuggiaschi nella canonica della parrocchia di Salvaro, mentre echeggiavano da ogni angolo della valle del Reno le raffiche di mitraglia e le urla dei feriti. Dovunque, fuoco e fiamme. I tedeschi di Reder si erano scatenati nella più furibonda razzia che sia mai stata compiuta in Italia. Mentre don Elia stava celebrando una Messa per impetrare l’aiuto divino, giunse trafelato un uomo. «Presto, don Elia, ci aiuti! Ci salvi! Alla cascina Creda i tedeschi hanno preso 69 persone e le vogliono uccidere!». Don Elia e il suo amico padre Martino deposero i paramenti sacri e inforcarono le biciclette. La signora Comini invocò il figlio: «Non andare, ti uccideranno!». Molti dei paesani e dei fuggiaschi fecero altrettanto: cercarono di trattenere i due  preti giovani e gagliardi. Senza di loro si sentivano perduti.

Ma don Elia e padre Martino sentivano, più forte, il richiamo dei fratelli in imminente pericolo. Giunsero trafelati alla cascina Creda in tempo per assistere ad uno spettacolo orrendo: i 69 prigionieri (erano in gran parte donne, bambini, vecchi) stavano bruciando vivi in una spaventosa catasta, mentre le SS di Reder azionavano i lanciafiamme. I due preti furono arrestati, accusati di essere spie dei partigiani, spogliati dei loro abiti talari, caricati come bestie da soma, messi a trasportare a spalla munizioni dalla vetta della montagna al fondo valle. A sera furono rinchiusi nella scuderia di Pioppe di Sàlvaro, assieme ad altri cinquanta infelici rastrellati nella zona. L’agonia di quel dolente gruppo di persone durò 48 ore. Da Sàlvaro, non vedendo rientrare i due preti, partirono la superiora dell’asilo suor Alberta, delle Ancelle del Sacro Cuore, e una consorella. Sfidando le guardie, si avvicinarono alla scuderia, riuscirono a parlare, attraverso un’inferriata, con don Elia. «Don Elia, resistete, vi libereremo», disse suor Alberta con le lacrime agli occhi. Il prete rispose: «No, è impossibile, non lascio questa gente. Arrivederci in Cielo!».

Il giorno dopo, il cavalier Emilio Veggetti, un autorevole personaggio di Vergato, altro paese della vallata, tentò a sua volta. Affrontò coraggiosamente il tenente che comandava le SS. “Ich bin der Bürgermeister!”, “Sono il sindaco di Pioppe”, disse mentendo. «Tra i vostri prigionieri ci sono due sacerdoti. Dovete liberarli». Il tedesco si mostrò esitante. «Va bene», disse infine, «indicatemi chi sono». Ma don Elia si fece avanti: «No, signor Veggetti, o liberano tutti o nessuno». Si affacciarono altri volti alle finestre della scuderia: «Don Elia rimane con noi, lo proteggeremo».

Calò la sera del primo ottobre 1944. In una scena apocalittica, mentre tutto, intorno, bruciava, i tedeschi spinsero i loro prigionieri verso la cisterna del canapificio di Pioppe, piazzando le mitraglie. Racconteranno poi Pio Borgia e Aldo Ansaloni, i due soli scampati alla strage (rimasti miracolosamente vivi sotto i cadaveri dei loro compagni) che Don Elia intonò, in quel momento, le litanie della Madonna: “Sancta Maria”, e la folla rispondeva: “Ora pro nobis”; “Auxilium Christianorum, “Ora pro nobis”; “Regina Marthyrum”, “Ora pro nobis”. Quindi i due preti si levarono alti sulla folla e presero a tracciare larghi segni di croce, nel gesto della assoluzione. Le mitragliatrici incominciarono a crepitare, i corpi, crivellati, cadevano sul fondo della cisterna melmosa. Sul mucchio, dove molti si muovevano ancora in un lago di sangue e di fango, i nazisti gettarono bombe a mano. Una lapide ricorderà questi 52 innocenti. Accanto ai nomi di don Elia e di padre Martino, i nomi di Cesarina, anni 7, Maria, anni 4, Anna, anni 2, Lisetta, anni 5, Tito, mesi 1, Elena, anni 3, Walter, giorni 14.

Oltre ai due eroici preti di Pioppe di Sàlvaro, trovarono la morte, nelle stragi susseguitesi nella vallata del Reno, nei Comuni di Sàlvaro, Grizzana e Marzabotto, tra il luglio e l’ottobre 1944, e passate alla storia come “il massacro di Marzabotto”, altri sei sacerdoti: don Ubaldo Marchioni, don Ferdinando Casagrande, don Giovanni Fornasini, il padre carmelitano Mario Ruggeri, don Ilario Lazzeroni, don Giuseppe Lodi.

Forse la più commovente di tutte è la storia di don Giovanni Fornasini, detto “l’angelo di Marzabotto”, ucciso a 29 anni d’età. Era l’arciprete di Sperticano. Nel luglio, era accorso a Pioppe di Salvaro, dove i tedeschi avevano catturato 30 civili. Aveva offerto la sua vita in cambio della loro, ottenendo di ridurre a 12 il numero dei fucilati. Gli altri, deportati in Germania. Il 30 luglio era saltato in aria un treno carico di benzina e due soldati tedeschi erano bruciati vivi. I tedeschi avevano preso 20 ostaggi e stavano per fucilarli. Don Fornasini, improvvisatosi poliziotto, aveva scoperto che l’esplosione era stata frutto dell’imprudenza di un ragazzino, figlio di un cantoniere. Aveva consegnato ai tedeschi le prove ed aveva ottenuto la liberazione dei 20 ostaggi. Nei giorni seguenti aveva salvato altre cento persone, a più riprese, riuscendo a convincere i tedeschi che le azioni di sabotaggio e gli attentati cui le truppe naziste venivano fatte continuamente segno non erano opera dei partigiani locali, ma di partigiani sbandati venuti dalla Toscana. Ma non era riuscito ad intervenire in tempo per impedire la strage di Corsaglia (80 donne, vecchi e bambini uccisi al cimitero; altre 70 persone, che erano rimaste in chiesa, massacrate con le bombe a mano, compreso il parroco don Ubaldo Marchioni, 26 anni, falciato per primo mentre mostrava ai tedeschi l’ostia consacrata). Per questa strage, aveva affrontato l’ufficiale responsabile, rampognandolo aspramente. Il tedesco gli aveva risposto: “Sono menzogne. Venga con me, andiamo a fare un sopralluogo”. Poi. giunti sul posto, al cospetto di tutti quei cadaveri, lo aveva freddato con una revolverata nella testa.

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E veniamo agli altri sacerdoti. Quelli caduti non per mano straniera, ma per mano italiana, per mano di coloro che avrebbero dovuto essere fratelli e invece si mostrarono belve con uno straccio rosso attorno al collo. Quelli che, con il loro sacrificio, avevano suggerito a Lorenzo Bedeschi, per la sua inchiesta, il titolo “L’Emilia ammazza i preti”.

«II movente», mi disse don Angelo Carboni nella lontana intervista che ebbi con lui nel 1976, «fu identico per tutti: liberarsi di una presenza scomoda, castigare chi predicava pace, chi sì adoperava per salvare vite umane, chi deplorava l’odio e le stragi».

zzzzrrbrttTanti preti hanno pagato con la vita una semplice espressione di dissenso pronunciata durante una predica, in Chiesa. Molti altri sono stati uccisi solo perché indossavano la tonaca. “Se, dopo la Liberazione, ogni compagno avesse ucciso il proprio parroco e ogni contadino il padrone, a quest’ora avremmo già risolto il problema“. Questa frase – che fa il paio con la volgare battuta di quel tempo «Se vedi un punto nero spara a vista / o è un prete o è un fascista» –  fu pronunciata nel 1946, nella “Casa del Popolo” di San Giovanni in Persiceto da un comandante partigiano iscritto al PCI. E in quell’anno, ancora, molti sacerdoti caddero per mano assassina di ex partigiani comunisti.

Don Francesco Venturelli, l’arciprete di Fossoli, il paese del famigerato campo di concentramento, era stato il cappellano di tutti: prima degli inglesi, poi dei partigiani, infine dei fascisti e collaborazionisti. Lo uccisero solo perché aveva detto di detestare gli atti di vendetta politica. Don Ernesto Talé, parroco di Castellino, in provincia di Modena, fu attirato col solito tranello dell’assistenza da prestare a un moribondo. Accorse con l’ampolla dell’Olio Santo e fu ucciso dopo sevizie indicibili. Il giorno dopo, uno dei suoi carnefici fu udito lamentarsi: «Quella carogna non voleva morire».

Il 18 giugno 1946, don Umberto Pessina, parroco di San Martino di Correggio, sbottò. Già 19 suoi parrocchiani erano stati prelevati nottetempo dai “giustizieri” comunisti ed erano scomparsi. Era ora di finirla. Durante la Messa, condannò severamente, dal pulpito, quelle vergogne. Quella sera stessa, un colpo di pistola alla nuca spense per sempre la sua voce. Sul delitto indagarono, tra mille difficoltà, i carabinieri e, dopo alcuni mesi, scattarono le manette ai polsi del sindaco di Correggio, Germano Nicolini, comunista, ex comandante partigiano, e di due suoi fedelissimi. La vicenda assunse fin da subito grande risonanza anche perché Germano Nicolini era stato un valoroso soldato, ritenuto incapace di un gesto così vile.

Il processo fu celebrato a Perugia e si concluse con la condanna a 10 anni per Nicolini e a 7 per i suoi presunti complici. Durante le udienze, tutti e tre gli imputati si erano dichiarati assolutamente estranei al delitto. Ed era la verità. Infatti, erano innocenti. La condanna fu comunque un brutto colpo per il PCI e per il suo leader, Palmiro Togliatti, che, da ministro della Giustizia, aveva da poco proposto, e fatto approvare dal Parlamento, la famosa amnistia per tutti i reati cosiddetti «politici» commessi tra il 25 luglio 1943 (giorno della caduta del fascismo) e – guarda caso! – il 18 giugno 1946, ovvero proprio il giorno dell’assassinio di Don Pessina. Non occorre essere Scherlock Holmes per comprendere che quella data non era stata scelta a caso. Era stata scelta proprio per «salvare» i compagni condannati ingiustamente.

Per questo motivo, in casa comunista si ostentava tranquillità e in tal senso s’era provveduto a rassicurare l’innocente Germano Nicolini e i suoi presunti complici: «Sappiamo che siete innocenti, ma non vi preoccupate, tanto scatterà l’amnistia».

Purtroppo per Nicolini, l’amnistia non «scattò» e il malcapitato dovette scontare dieci anni di galera, mentre i veri assassini se ne stavano in libertà, benché tutti – nell’ambiente rosso – conoscessero i loro nomi. Ciò determinò una lacerazione all’interno del comunismo reggiano, lacerazione che esplose nel 1990, allorché il locale presidente dell’ANPI Otello Montanari dichiarò a un giornalista del «Resto del Carlino» la celebre frase: «Nicolini è innocente: chi sa parli».

E finalmente, «chi sapeva» parlò. Il 10 settembre ’91 il vero assassino, William Gaiti, si presentò al procuratore di Reggio e confessò: «Don Pessina l’ho ammazzato io con altri due compagni. Era un fascista». Processo e sentenza definitiva il 7 dicembre 1994: tutti condannati per omicidio premeditato aggravato, ma neanche un giorno di galera, in applicazione della famosa amnistia Togliatti. Che non aveva funzionato nel ‘49, ma funzionò a meraviglia nel ‘94!

Bisogna dire che quasi tutti i preti uccisi dai partigiani si erano pronunciati contro le stragi e per la pacificazione. II 5 dicembre 1945 don Alfonso Reggiani, parroco di Amola di Piano, già cappellano della Grande Guerra, di ritorno dalle visite ai suoi malati all’ospedale di San Giovanni in Persiceto, fu avvicinato da due individui in bicicletta che portavano l’immancabile straccio rosso al collo. Una scarica di mitra lo fece tacere per sempre: «Era uno che amava scherzare su tutto, anche sulla politica», annoterà don Lorenzo Bedeschi nel suo libro-inchiesta: «le sue prediche contenevano sempre qualche allusione umoristica sui comunisti». Portata a termine l’ “eroica” impresa, uno dei due assassini si accorse che la sua bicicletta cigolava. Allora disse: «La ungeremo a casa, ora che abbiamo ucciso il maiale».

Tra le vittime dell’odio forsennato dei comunisti vi fu anche il seminarista di 14 anni Rolando Rivi, massacrato solo perché portava la tonaca. Gli fecero scavare la fossa, tre partigiani, e lo uccisero con una raffica spegnendogli sulla bocca una preghiera “per papà e mamma” che stava recitando tra le lacrime. La tonaca del ragazzo fu conservata come una sorta di trofeo ed appesa al portico di un contadino della zona.

Dei ventisei preti assassinati in Emilia dai comunisti dopo la fine della guerra, e il cui elenco nominativo è reperibile anche in rete sul sito www.qelsi.it, desidero ancora ricordarne brevemente tre:

Don Carlo Terenziani fu ucciso all’età di 45 anni a Scanziano, quattro giorni dopo la Liberazione. Lo avevano rapito a Reggio Emilia e caricato su un camion. Tra i testimoni del rapimento, un ragazzo di nome Romano Prodi. L’accusa? Avere collaborato con i nazifascisti. Fu legato ad un albero sulla pubblica via, dileggiato ed offeso e infine fucilato davanti al portone della chiesa parrocchiale. Nel 2005, il consiglio comunale di Scanziano respingerà la proposta di posare una lapide in suo ricordo.

Don Tiso Galletti , 46 anni, parroco di Spazzate Sassatelli (Imola), aveva osato implorare, durante le prediche domenicali, la fine delle vendette che continuavano ad insanguinare le strade dell’Emilia. Il 18 maggio di quel ’45 fu ucciso a rivoltellate da due partigiani giunti su una motocicletta fino alla canonica. Quella stessa sera, furono assassinati altri tre concittadini e amici di Don Galletti. Il cadavere del sacerdote rimase sul selciato per tutta la notte e la mattina seguente. Due partigiani armati piantonavano la piazza per impedire che qualcuno osasse avvicinarsi per rendere omaggio alla salma. Ai funerali non c’era nessuno. Dominava il terrore. Gli assassini, però, qualche mese dopo furono individuati e arrestati dai Carabinieri. Processati, e condannati a 16 anni, nessuno di essi scontò un solo giorno di prigione. Tutti scarcerati per effetto dell’amnistia Togliatti.

Solo una volta si verificò un drammatico caso di pentimento da parte di uno dei killer dei preti. Accadde a Castelfiumanese dove il parroco, Don Teobaldo Daporto, fu assassinato da un contadino del posto. Ma l’assassino, una volta tradotto in carcere, si tolse la vita.

Conclusione. Sono trascorsi 40 anni da quando parlai con don Carboni e pubblicai a puntate la lunga intervista che mi aveva rilasciato. Tutto ciò che ne ricavai fu un mio ulteriore inserimento nella lista nera delle Brigate Rosse. Nessuno mi ringraziò per avere riportato alla luce quegli orrori che recavano firme naziste e firme comuniste. Se avessi continuato a parlare solo dei primi, chissà, dopo tanti libri, forse mi avrebbero dato la laurea in storia honoris causa.

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10 Responses to Memorie di un’epoca – Preti martiri in Emilia: una storia da riscoprire – di Luciano Garibaldi

  1. vittoria ha detto:

    partigiani cioè comunisti, quindi contro la Chiesa, e odio feroce per coloro che amano Dio…tra questi i prelati.
    il loro motto: quando vedi un nero spara a vista, o è un prete o un fascista.
    Altro che liberatori degli oppressi …andate tutti all’inferno!

  2. vittoria ha detto:

    Rolando Rivi, fulgido esempio di abnegazione a Dio.
    Nel suoi dolcissimi occhi, si può leggere l’orgoglio di appartenere a Gesù ,e a Lui solo, costi quel che costi, anche la vita!
    Fino all’ultimo, Rolando non curante dei consigli di chi gli diceva di non indossare l’abito da prete( per non farsi scoprire dai “rossi”) ha voluto a testa alta, testimoniare tutto il suo Amore per Dio.
    Bergoglio e compagnia…brutta, ne sapete qualcosa di questo ragazzo martire?

  3. marcochiappini ha detto:

    Ma gli alleati perche’ hanno permesso quelle stragi?

    • Raffaele ha detto:

      L’esercito della Stella a Cinque Punte (U.S. Army; la stessa stella ce l’avevamo noi, dal 1880 circa -non ho ritrovato la data- in sostituzione delle Crocette…) lavorava insieme all’ Armata della Stella Rossa. A cinque punte.
      Tutti impegnati a liberare la Cristianità da Cristo

  4. Mah! ha detto:

    Il brutto è che questi comunisti oggi vestono il colletto da prete (la talare no, sarebbe troppo) e demoliscono da dentro la S.Chiesa.

  5. Alessandro ha detto:

    Sentite: faccio una proposta. Celebriamo ogni 21 gennaio una S.Messa in suffragio di tutte le anime di coloro che sono morti “in odium fidei christianae”, a causa delle rivoluzioni moderne. Quindi quella francese-giacobina, quella russa-marxleninista, quella messicana-massonica, quella spagnola-anarco.comunista. Perche il 21 gennaio? E’ la data (21.01.1793) in cui fu decapitato Luigi XVI Capeto-Borbone. Poichè nelle date del 2-3 settembre S.S. Pio XI Ratti fissò la memoria liturgica dei Martiri del Settembre 1792, potrebbe essere opportuno pregare per le anime di coloro che – pur non essendo stati elevati all’onore dell’altare – hanno sparso il loro sangue per avere confessato al Divinità di Gesù fino all’estremo supplizio.

    • Raffaele ha detto:

      Ottima idea.
      Notiamo che gli uccisi dalle ondate sataniche degli ultimi secoli comprendono i veri e propri Martiri Cattolici -uccisi in odium Fidei- e gli uccisi per odio alla dignità umana, che testimonia la Trascendenza di Dio.
      Milioni i primi – centinaia di milioni i secondi

  6. luciano pranzetti ha detto:

    Ottimo ed esauriente articolo di rievocazione storica da tener presente in faccia ai senza Dio. Una nota: la fotografia rappresenta alcuni miliziani spagnoli che sparano alla statua di Cristo Re.

  7. vittoria ha detto:

    Grazie Luciano Pranzetti, per l’informazione.
    Infatti non capivo contro chi sparavano…

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