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Memorie di un’epoca – rubrica mensile a cura di Luciano Garibaldi

biografie, eventi, grandi fatti, di quel periodo in cui storia e cronaca si toccano

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25 – giovedì 31 marzo 2016

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QUANDO IL CINEMA RACCONTA LA STORIA. USTICA: LE COSE CHE NON SI POTEVANO DIRE

Renzo Martinelli, il regista che più di ogni altro, nella storia della cinematografia italiana, ha trasformato la macchina da presa in strumento di ricerca storica della verità, è il protagonista di un esempio riguardante la nostra “submission” agli USA. E mi riferisco al suo film «Ustica», appena presentato a Roma, che ricostruisce la tragedia del DC.9 dell’Itavia, in volo da Bologna a Palermo, precipitato in mare il 27 giugno 1980 con 91 persone a bordo, tutte morte.

di Luciano Garibaldi

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E’ da settant’anni che gli Stati Uniti d’America fanno il bello e il cattivo tempo in casa nostra. Va be’, hanno vinto la guerra e noi l’abbiamo persa, ma forse è arrivato il tempo di recuperare un minimo di prestigio e di indipendenza. Forse chi è meno giovane (come chi scrive) ricorda un antico “adagio” che andava di moda negli anni del dopoguerra: «L’America comanda, / De Gasperi ubbidisce, / il Papa benedice, / il popolo patisce».

Sono trascorsi decenni, De Gasperi non c’è più, il Papa non c’entra niente e il popolo non è che patisca per via dell’America. Ma certamente chi ne va di mezzo è il nostro prestigio.

Ecco tre esempi significativi. Nel 1985, l’allora capo del governo Bettino Craxi osò tener testa agli Stati Uniti che, nella base militare di Sigonella, in Sicilia, pretendevano fosse loro consegnato il capo dell’organizzazione militare palestinese Abu Abbas, catturato dai nostri militari in quanto responsabile del sequestro del transatlantico “Achille Lauro”. Il braccio di ferro lo vinse Craxi, ma la pagò cara: pochi anni dopo fu travolto dal ciclone «mani pulite».

Secondo esempio: otto anni prima, era toccato ad Aldo Moro, segretario della Democrazia Cristiana, pagarla cara per avere osato contrapporsi ai voleri americani. Intendeva aprire le porte del governo ai comunisti di Enrico Berlinguer, non più supinamente sottomessi a Mosca: il mitico “compromesso storico”. Non l’avesse mai fatto. Fu rapito in via Fani dalle Brigate Rosse, che non esitarono a massacrare i cinque agenti della sua scorta, fu assassinato e il suo cadavere fu fatto ritrovare a metà strada tra piazza del Gesù (sede della DC) e via delle Botteghe Oscure (sede del PCI). Le responsabilità della CIA nella fosca vicenda furono ben messe in luce nel film «Piazza delle Cinque Lune», del regista Renzo Martinelli.

Ancora Martinelli, il regista che più di ogni altro, nella storia della cinematografia italiana, ha trasformato la macchina da presa in strumento di ricerca storica della verità, è il protagonista del terzo esempio riguardante la nostra “submission” agli USA. E mi riferisco al suo film «Ustica», appena presentato a Roma, che ricostruisce la tragedia del DC.9 dell’Itavia, in volo da Bologna a Palermo, precipitato in mare il 27 giugno 1980 con 91 persone a bordo, tutte morte.

zzzzmartinelliL’anteprima del film è stata proiettata a Roma il 29 marzo ed è stata preceduta da una conferenza-stampa alla quale ha preso parte il giudice Rosario Priore, che indagò a lungo sulla tragedia di Ustica e riunì i documenti che aveva recuperato, in una sentenza di 5000 pagine. Ad essa ha fatto riferimento Martinelli, per la stesura della sceneggiatura. Il film di Martinelli manda definitivamente in pensione le ipotesi che si sono susseguite in tutti questi anni. Il DC.9 non precipitò per un cedimento strutturale, né per una bomba collocata nella toilette di coda, né per un missile che lo avrebbe colpito per errore. Precipitò perché urtato involontariamente da un jet militare americano che stava inseguendo un Mig libico che si nascondeva sotto la pancia del nostro aereo passeggeri. Ovviamente, precipitò in mare anche il jet statunitense, ma il pilota riuscì a salvarsi e fu recuperato da un elicottero. La cosa forse più scottante del film di Martinelli consiste nella serie di morti misteriose susseguitesi negli anni tra chi sapeva troppo e magari avrebbe potuto rivelare come erano andate veramente le cose. Una denuncia indubbiamente grave, ma supportata dal giudice Rosario Priore che, nella conferenza stampa di presentazione del film, ha detto tra l’altro: «Mentre indagavo, mi vedevo sottrarre le prove sotto gli occhi e mi scontravo costantemente con il “segreto di Stato”. Per fortuna è entrato in gioco il cinema, che, in questo caso, grazie all’opera di Martinelli, da’ una mano alle inchieste e innesca meccanismi forti che incidono sui segreti anche a livello internazionale».

Tra i tanti episodi oscuri che circondano la vicenda, la tragica morte dei piloti Naldini e Nutarelli avvenuta nel corso di una esibizione delle Frecce Tricolori a Ramstein, in Germania, alla vigilia della loro convocazione come testimoni inviata ai due aviatori proprio dal giudice Priore in relazione ai fatti di Ustica. Molto importante anche questa dichiarazione di Priore durante la conferenza-stampa di Martinelli: «Abbiamo un problema: il segreto di Stato. L’unico a poterlo togliere è il presidente del Consiglio. Il percorso è molto difficile, il segreto tocca un Paese che ha una supremazia nel mondo, il Paese più potente, ma con questi film possiamo innescare meccanismi capaci di incidere su questo segreto».

Vale la pena, a questo punto, ritornare alla vicenda Moro così come “storicizzata” dallo stesso Martinelli nel suo film «Piazza delle Cinque Lune». Aldo Moro, rapito nel 1978, era assolutamente sgradito agli Stati Uniti, perché aveva deciso di aprire le porte del governo al partito di Berlinguer, ormai non più asservito a Mosca. Ma questo particolare (cioè un PCI finalmente italianizzato), l’America di Carter, di Henry Kissinger e di Steve Pieczenik non lo dava certamente per scontato. Per loro, affidare qualche ministero al PCI significava consegnare all’URSS le chiavi di tutte le basi militari americane, i depositi di armi anche atomiche, i segreti americani sul nostro territorio. Non per nulla, durante un suo viaggio negli Stati Uniti, Henry Kissinger (che tutt’ora tiene banco in Italia, ospite dei più autorevoli talk show televisivi, malgrado i suoi novantatré anni, che peraltro non dimostra affatto) aveva sibilato a Moro: «Lei la deve smettere di volere il PCI nel governo. O la smette, o la pagherà cara» (testimonianza testuale della moglie di Moro, Noretta, alla Commissione parlamentare).

Ma vediamo come Mario Moretti, l’allora boss delle BR, l’assassino di Moro, sta scontando i sei ergastoli cui fu condannato. Oggi settantenne, è in regime di semilibertà dal 1997. La notte (ma il particolare andrebbe controllato, e io non ho né il tempo né il modo né una testata che mi copra, per farlo, o per farlo fare ad un giovane collega) va a dormire nel carcere milanese di Opera e di giorno lavora, come dirigente, in una cooperativa che gestisce gli impianti informatici della Regione Lombardia.  Ha scritto un libro di successo («Brigate rosse, una storia italiana») e ha fondato l’Associazione «Geometrie variabili» per fornire «lavoro non alienante ai detenuti». Di geometria (la «geometrica potenza di via Fani») parlava anche, a proposito dell’annientamento della scorta di Moro, il suo braccio destro Oreste Scalzone, scarcerato «per motivi di salute», poi «esule» a Parigi fino al 2007, quando poté tornare in Italia senza scontare la condanna perché i giudici della Corte d’Assise di Milano avevano sancito l’«intervenuta prescrizione in relazione ai reati di partecipazione ad associazione sovversiva, banda armata e rapine».

Già questi particolari inducono a forti perplessità. Ma c’è ben altro che meriterebbe di essere approfondito, pubblicizzato e seguìto. Mi riferisco alle testimonianze storiche di due personalità come il senatore Giovanni Pellegrino, per ben sette anni, dal 1994 al 2001, presidente della Commissione parlamentare stragi, e il senatore Ferdinando Imposimato, già giudice istruttore per il sequestro e l’assassinio Moro, poi senatore, poi presidente della Cassazione e ora avvocato e storico.

Pellegrino ha scritto, con Giovanni Fasanella, il libro-intervista «Segreto di Stato. La verità da Gladio al caso Moro» (Einaudi), in cui sostiene che Moro fu ucciso per ordine della CIA. Dunque, Brigate Rosse telecomandate, con il beneplacito del KGB, che temeva di perdere il controllo di un PCI inserito nel governo Moro e dunque deciso a privilegiare gli interessi dell’Italia e non più quelli dell’URSS.

Imposimato, di libri ne ha scritti addirittura tre: «Moro doveva morire» (con Sandro Provvisionato), «La Repubblica delle stragi impunite» (2012) e «I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia» (2013). Questi libri-testimonianza  sono una clamorosa conferma al film «Piazza delle Cinque Lune», realizzato da Renzo Martinelli nel 2003.

E’ ormai di tutta evidenza che, con l’assassinio di Aldo Moro, fu raggiunto un duplice risultato: 1°) eliminare il rischio di agenti sovietici in posti chiave del governo italiano; 2°) dare inizio all’autodistruzione delle BR, sempre più osteggiate dal PCI e dalla Sinistra legalitaria. Il che significa una cosa soltanto: che CIA e KGB “gestirono”, ciascuno mirando ai propri interessi, il vertice decisionale delle Brigate Rosse.

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