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Memorie di un’epoca – rubrica mensile a cura di Luciano Garibaldi

biografie, eventi, grandi fatti, di quel periodo in cui storia e cronaca si toccano

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24 – lunedì 29 febbraio 2016

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SE LA «GIORNATA DEL RICORDO» NON LA RICORDA PIU’ NESSUNO

Da ormai dodici anni, ogni 10 febbraio, in tutte le scuole e in tutte le piazze d’Italia, dovrebbero essere ricordati i 20 mila nostri connazionali sterminati nelle foibe di Tito e i 350 mila costretti ad abbandonare le loro terre di Istria, Dalmazia e Venezia Giulia. In realtà, è come se ce ne fossimo dimenticati

di Luciano Garibaldi

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Il 10 febbraio scorso avrebbe dovuto essere celebrata, in tutta Italia, la «Giornata del Ricordo», in omaggio ai ventimila italiani martirizzati nelle foibe comuniste di Tito e agli altri 350 mila nostri connazionali costretti a fuggire dalle loro terre (Istria, Fiume, Dalmazia, Venezia Giulia) dopo avere perduto ogni loro avere. E invece, salvo qualche isolata eccezione (merito di amministrazioni comunali sensibili di fronte a questa immensa tragedia, come – solo per fare due esempi – i Comuni di Magenta e di Cologno Monzese, solo per restare in zona Milano), l’anniversario è finito praticamente nel dimenticatoio. Non una pagina sui cosiddetti «grandi» quotidiani, non una serata sulle cosiddette «grandi» reti televisive, non un raduno nazionale con la presenza dei massimi esponenti del potere esecutivo, a cominciare dal cosiddetto «capo del governo», non una direttiva del Ministero dell’Istruzione Pubblica a tutte le scuole d’Italia. Insomma, una vera e propria presa in giro. Per non parlare di alcuni vergognosi episodi infamanti, con individui che hanno lordato lapidi e targhe stradali. E tutto ciò senza tener conto del fatto che la Giornata del Ricordo fu istituita nel 2004, dopo ben quasi sessant’anni di silenzio di tomba su quello sterminio. Un silenzio di tomba in esecuzione del servilismo che per così tanto tempo avevamo dovuto dimostrare nei confronti della Jugoslavia, per ordine degli americani e degli inglesi, da sempre i nostri veri padroni.

Vale dunque la pena – anche per capire quanto questo Paese, dando un calcio alla Giornata del Ricordo, stia cadendo in basso –  inquadrare storicamente l’evento che tutti dovremmo ricordare. Partiamo dal “summit” di Yalta tra le tre potenze che stavano per vincere la seconda guerra mondiale: Stati Uniti, Gran Bretagna e URSS. La Seconda Guerra Mondiale stava per terminare e i tre vincitori, Churchill, Roosevelt e Stalin, dovevano spartirsi il mondo, ovvero decidere quali popoli e quali nazioni sottomettere al loro potere. A Yalta, la sorte dell’Istria e della Venezia Giulia era rimasta sfumata. La matita di Stalin, nel tracciare la linea di demarcazione tra le due zone d’influenza (occidentale e sovietica) in Europa, si era fermata all’Austria. Invano Churchill (e poi Eden, nei suoi incontri con i colleghi ministri degli Esteri americano, Stettinius, e sovietico, Molotov) aveva sollecitato chiarezza. Nessuna soddisfazione. Sia Roosevelt sia Stettinius, se non erano disposti ad avallare la pretesa sovietica di togliere all’Italia, oltre alla Dalmazia e all’Istria, l’intera Venezia Giulia fino all’Isonzo, non erano neppure preparati al braccio di ferro. Per gli americani, era ancora il tempo dell’ “eroica Armata Rossa” che liberava l’Europa “dal giogo nazista”.

zzzzrcr3Ebbe inizio così, tra gl’inglesi dell’8.a Armata (punta avanzata il XIII Corpo) e gli jugoslavi della 4.a Armata (punta avanzata il IX Korpus), una vera propria gara di velocità a chi arrivava primo. Si sa come finì. La corsa la vinse il IX Korpus che già il 20 aprile 1945, mentre ancora gl’inglesi combattevano sull’Appennino, raggiunse i confini della Venezia Giulia, prese Fiume e tutta l’Istria interna. Pur di mettere gl’inglesi di fronte al fatto compiuto, Tito pose addirittura in secondo piano la liberazione delle due capitali jugoslave Zagabria e Lubiana, che difatti resteranno ancora per più d’una settimana in mano ai tedeschi. Le truppe più combattive, appunto il IX Korpus, punta di diamante dell’esercito rosso jugoslavo, dovevano conquistare per prima cosa le terre italiane. Soltanto dopo si sarebbe pensato a come liberare il territorio nazionale.

Il boccone più ghiotto era ovviamente Trieste. E qui Tito si spuntò le unghie. Infatti, al termine di una entusiasmante galoppata, della cui posta in gioco i suoi componenti erano peraltro tutti perfettamente consapevoli, la Divisione Neozelandese del generale Freyberg, l’eroe di Cassino, entrò nei sobborghi occidentali di Trieste nel tardo pomeriggio del 1° maggio, mentre la città era ancora formalmente in mano ai tedeschi che, asserragliati nella fortezza di San Giusto, si arresero a Freyberg il 2, impedendo in tal modo a Tito di sostenere che aveva «preso» Trieste. La rabbia degli uomini di Tito e dei loro complici comunisti italiani si scatenò allora contro persone inermi in una saga di sangue degna degli orrori rivoluzionari in Russia del periodo 1917-1919.

Fin dall’ottobre 1945 il governo De Gasperi presentò agli alleati «una lista di nomi di 2500 deportati dalle truppe jugoslave nella Venezia Giulia» ed indicò «in almeno 7500 il numero degli scomparsi». In realtà, il numero degli infoibati e dei massacrati nei Lager di Tito fu ben superiore a quello temuto da De Gasperi. Le uccisioni di italiani furono almeno ventimila.

I primi a finire in foiba furono carabinieri, poliziotti e guardie di finanza, nonché i pochi militari della RSI che non erano riusciti a scappare per tempo (in mancanza di questi, si prendevano le mogli, i figli o i genitori).

Soltanto a Trieste, dal 1° maggio al 12 giugno, nei tragici 40 giorni in cui l’OZNA, la polizia politica di Tito, fu libera di fare irruzione nelle case e trascinare via la gente, furono arrestate 17.000 persone, 8.000 furono rilasciate dopo qualche maltrattamento (e molti dopo aver pagato), 6.000 furono internate (e circa la metà morirono di stenti e torture nei Lager sloveni e croati), 3.000 furono subito gettate nella foiba di Basovizza e nelle altre foibe dl Carso.

A Fiume, l’orrore fu tale che la città si spopolò. Interi nuclei familiari raggiunsero l’Italia ben prima che si concludessero le vicende della Conferenza della pace di Parigi, alla quale – come dichiarò Churchill – erano legate le sorti dell’Istria e della Venezia Giulia. Fu una fuga di massa. Entro la fine del ’46, 20.000 persone avevano lasciato la città, abbandonando case, averi, terreni.

Identica sorte attendeva Pola. Anche qui il presidio tedesco decise di resistere fino all’arrivo degli inglesi dell’8.a Armata. Ma gli inglesi si erano fermati a Trieste: cercare di avanzare lungo la costa istriana avrebbe significato rischiare lo scontro armato con gli jugoslavi e, subito dopo, con i russi che stavano a guardare dietro le linee. Così, il giorno 9 maggio, l’ammiraglio tedesco Waue si arrese al IX Korpus. Immediatamente dopo, in omaggio alla più classica etica militare comunista, fu messo al muro e fucilato con il suo stato maggiore e una decina di ufficiali e marò italiani della X MAS.

zzzzrcr2Il PCI, in esecuzione degli ordini arrivati da Mosca, si era dichiarato pienamente solidale con Tito, concordando con la richiesta del capo jugoslavo di annettersi l’Istria e la Venezia Giulia, compresa ovviamente Trieste. I capi comunisti triestini Luigi Frausin e Vincenzo Gigante, non disponibili ad assecondare le richieste di Tito, erano stati fatti cadere, con una spiata, nelle mani della Gestapo.

Il dramma delle terre italiane dell’Est si concluderà con la firma del trattato di pace il 10 febbraio 1947, a Parigi, nel salone dell’orologio del Quai d’Orsay. L’Italia è sola. Dall’altra parte del tavolo stanno i rappresentanti di 21 nazioni, i vincitori della seconda guerra mondiale. Di qua, a rappresentare i vinti, gl’italiani, sta l’ambasciatore Antonio Meli Lupi di Soragna. De Gasperi non è andato. Ha inghiottito la sua dose di fiele durante le riunioni alla conferenza della pace (agosto-ottobre 1946), quando Molotov, il ministro degli Esteri sovietico, leggendo un discorso scrittogli dal capo del Partito Comunista Italiano Palmiro Togliatti, ha affermato che «l’Istria e la Venezia Giulia sono terre e popolazioni slave e non italiane».

Per tutta la durata della Conferenza, il PCI, che pure in Italia è forza di governo, esercita un’azione micidialmente contraria agl’interessi italiani e favorevole a quelli jugoslavi. De Gasperi potrebbe certamente ottenere di più se avesse dietro di sé l’unità di tutto il popolo. Ma i comunisti lo tradiscono, e di questo tradimento raccolgono i frutti Tito e la Russia. Il comunista Emilio Sereni, che ricopre la determinante carica di ministro per l’Assistenza post-bellica, e sul cui tavolo finiscono tutti i rapporti con le domande di esodo e di assistenza provenienti da Pola, da Fiume, dall’Istria e dalla ex Dalmazia italiana, anziché farsene carico e rappresentare all’opinione pubblica la drammaticità della situazione (tra le domande ve ne sono non poche firmate da esponenti comunisti italiani rimasti dall’altra parte della linea Morgan, che tuttavia si sentono prima di tutto italiani), minimizza e falsifica i dati. Rifiuta di ammettere nuovi esuli nei campi profughi di Trieste con la scusa che non c’è più posto e, in una serie di relazioni a De Gasperi, parla di «fratellanza italo-slovena e italo-croata», sostiene la necessità di scoraggiare le partenze e di costringere gli istriani a rimanere nelle loro terre, afferma che le notizie sulle foibe sono «propaganda reazionaria».

Il trattato di pace regalò alla Jugoslavia l’Istria, Fiume, Zara e le isole dalmate, con il diritto a Belgrado di confiscare tutti i beni dei cittadini italiani, che avrebbero dovuto essere indennizzati dal governo di Roma. Ebbene, i pochi sopravvissuti, e i loro eredi, attendono invano ormai da 70 anni.

Senza parlare delle falsificazioni storiche, ad opera di molti, troppi storici italiani, ospitati dai massimi editori, prima all’insegna del negazionismo, ora all’insegna del giustificazionismo.

E senza parlare della continua e reiterata indifferenza dei mezzi d’informazione (quotidiani, settimanali, televisioni, cinema) nei confronti di questa grande, nobile e sfortunata comunità di italiani.

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6 Responses to Memorie di un’epoca – Se la “Giornata del Ricordo” non la ricorda più nessuno – di Luciano Garibaldi

  1. Filelleno ha detto:

    Nella mia scuola non è passata nessuna circolare. Che strano! 🙁

  2. FabioL ha detto:

    Grazie della bella pagina di storia che Lei ha generosamente riportato.
    Concordo senz’altro che debba essere ricordata, alla stregua di un Aushwiz o una Hiroshima e di ogni sterminio che si possa pensare. E che, coloriture o letture socio-politiche a parte, rimangono tristi pagine di orrore, crudeltà e furia omicida del potere insano ed immondo dell’ennesimo folle tiranno senza più un briciolo di senno.
    Ma conservandone memoria e Speranza, con l’aiuto del Signore possa tornare a ridarle il valore di una giornata immancabile e che ha sancito la forza del ricordo e la perpetuazione della memoria.E pregando per tutti quei martiri, ognuno di noi ne avrà ricordo e gloria nell’alto dei cieli.
    (Amen)

    • Paola B. ha detto:

      E’ davvero una pagina di storia molto bella!
      Però, gentile FabioL, sarebbe più esatto scrivere “dovrebbe essere ricordata…”
      perché non la vogliono ricordare!

  3. Matteo ha detto:

    Io di questa ansia di ricordo istituzionalizzato da parte dello stato repubblicano sinceramente non ne ho.
    Molti responsabili di “indegnità con bandiera rossa”,
    ce li siamo trovati e ce li troviamo nelle massime cariche dello stato, che ipocrisia dunque è mai questa?

    Inoltre questo voler ricordare istituzionalmente, ovvero per legge, fa tanto stile “fratelli maggiori”.

    Io sono per il dimentichiamo, altro che ricordiamo, visto che tanto il ricordare qualcosa non è affatto garanzia di non ripetizione, anzi….
    Trovo questo ricordo per legge, una ideologia e basta, esattamente come quella che obbliga a ricordare la Shoa.

    Se si dovesse occupare una giornata di calendario per ogni strage o indegnità commessa dall’uomo non basta tutto l’anno.

    Preghiamo per i nostri fratelli morti, trucidati barbaramente, questo si, ma basta con le giornate del ricordo o della memoria sul calendario
    massonico della repubblica.

  4. sestolese ha detto:

    Quando si scopre qualche crimine dei “buoni” la reazione delle sinistre e dei compagni di strada è sempre la stessa e si articola in varie fasi. I fase :è tutta un’invenzione dei fascisti (o di un”altra categoria maledetta di moda nel momento); II fase: è stato colpito qualcuno, ma se lo meritava perché apparteneva alla categoria maledetta; III fase: effettivamente sono stare commesse azioni riprovevoli, ma bisogna inquadrarle nel contesto di violenza creato dalla categoria maledetta; IV fase: non bisogna rivangare il passato, per non turbare la rinnovata armonia tra i popoli e i partiti.

  5. sestolese ha detto:

    (continuazione) Ovviamente, le considerazioni di cui ai punti III e IV valgono a senso unico: se qualcuno, ad esempio, provasse ad inquadrare le rappresaglie del 1943/45 nel contesto delle uccisioni ripetute di fascisti (che Ermanno Gorrieri, cattolico adulto e comandante partigiano, ebbe a definire “talvolta indiscriminate”), sarebbe immediatamente esposto alla gogna e magari denunciato penalmente

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