Dopo l’elogio di San Francesco del canto XI, ecco il correlativo elogio di San Domenico, tenuto da San Bonaventura da Bagnoregio, al secolo Giovanni Fidanza, francescano, arcivescovo e cardinale, massimo rappresentante della corrente mistica del suo ordine.

di Dario Pasero

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Il canto XII del Paradiso dantesco costituisce, insieme alla prima metà circa del X, all’XI, al XIII ed alla prima parte del XIV, un blocco compatto e coerente relativo al cielo del Sole ed alla contemplazione della sapienza divina, di cui in terra le 24 anime presenti in questo cielo costituirono una sorta di “guardia d’onore”.

La struttura complessa (ma non complicata) dell’episodio può essere riassunta in questo modo: ingresso di Beatrice e Dante nel cielo del Sole, arrivo delle prime 12 anime e loro presentazione da parte di San Tommaso (c. X); i due dubbi di Dante e scioglimento del primo attraverso la narrazione della vita di San Francesco e la critica all’ordine domenicano del tempo di Dante (c. XI); arrivo delle successive 12 anime e discorso di San Bonaventura, che narra la vita di San Domenico, critica l’ordine francescano del suo tempo e presenta se stesso e le altre undici anime (c. XII); scioglimento anche del secondo dubbio (parla di nuovo San Tommaso; c. XIII); ulteriore dubbio di Dante relativo alla resurrezione dei corpi, dubbio sciolto dall’anima di Salomone (c. XIV).

Dopo l’elogio di San Francesco del canto XI, ecco dunque il correlativo elogio di San Domenico, tenuto da San Bonaventura da Bagnoregio, al secolo Giovanni Fidanza, francescano, arcivescovo e cardinale, massimo rappresentante della corrente mistica del suo ordine, oltre che autore – lo abbiamo visto – di testi biografici relativi al Santo fondatore.

Con un procedimento che potremmo definire “chiastico” Dante fa parlare i due Santi, Tommaso e Bonaventura, in modo che la loro presentazione delle anime, nel primo caso, preceda e, nel secondo, segua il loro panegirico dei due Santi fondatori dei rispettivi ordini (San Francesco e San Domenico) e la successiva critica all’ordine. In tal modo i due momenti, diciamo così, “ufficiali” della presentazione delle anime beate racchiudono al loro interno i due momenti di elogio e di critica.

presentazione delle 12 anime             San Francesco e critica ai domenicani

San Domenico e critica ai francescani                              presentazione delle altre 12 anime

Altra osservazione che nasce quasi spontanea è il fatto che i due elogi siano affidati, invertendo le parti, ciascuno al rappresentante dell’altro ordine (un domenicano elogia Francesco ed un francescano loda Domenico), mentre i due discorsi polemici sono pronunciati dal rappresentante dell’ordine interessato. È chiaro il motivo della scelta relativa al momento di critica: non solo è evidentemente opportuno che ciascun ordine osservi e critichi se stesso (e non viceversa), ma è anche una tradizione dantesca (inaugurata già nel Purgatorio) quella di far pronunciare qualsivoglia critica, ad una istituzione o ad una famiglia, da un rappresentante – in genere il più noto – di quella stessa istituzione o famiglia (exempli gratia la polemica con la casa regnante di Francia è affidata al suo fondatore, Ugo Capeto). Si discute invece del perché i rappresentanti dei due ordini si invertano il ruolo di narratore. Oltre ad una questione di opportunità (non sembra essere il massimo del buon gusto che si esalti qualcuno di casa propria), i commentatori hanno anche sottolineato come l’abitudine di far pronunciare il panegirico del Santo, nel giorno della sua festa, da un rappresentante dell’altro ordine fosse alquanto diffusa tra francescani e domenicani. È stato poi anche ipotizzato che Dante volesse, in questo modo, dichiarare come in Paradiso non esistessero rivalità di sorta tra i due ordini: cosa che secondo alcuni sarebbe stata invece presente ai tempi della redazione del poema.

Veniamo finalmente, dopo queste che ritengo doverose precisazioni, all’elogio di San Domenico che si estende per circa i due terzi del canto XII. I primi 30 versi, infatti, sono occupati da una descrizione, da parte del Dante-poeta, dell’arrivo del secondo cerchio di 12 anime e del loro collocarsi esternamente (e concentricamente) rispetto al cerchio già attorniante il poeta e la sua guida. Entrambe le circonferenze costituite dalle anime (ma Dante preferisce il termine “ghirlande”, v. 20) si muovono all’unisono, in una sorta di danza di gioia. Dante vede luci, e non più “forme” che rimandano all’aspetto umano dell’anima, e quindi il movimento simile ad una danza, il canto e l’aumentare il loro splendore sono ora i “segni” della gioia aumentata degli spiriti beati. Anche l’elogio di San Domenico, come già quello precedente di San Francesco, è divisibile in una serie di segmenti che corrispondono in modo pressoché univoco e coerente alla narrazione laudativa del canto precedente. Abbiamo infatti una sorta di introduzione (vv. 31-45), in cui si ribadiscono concetti già espressi da San Tommaso: i due Santi agirono all’unisono, con un unico obiettivo, e quindi parlare di uno equivale a parlare dell’altro (“Degno è che, dov’è l’un, l’altro si induca”; v. 34), così che possano ricevere ugualmente la loro gloria (“la gloria loro insieme luca”; v. 36). La loro opera si colloca appunto come conseguenza dell’intervento della Provvidenza divina per salvare “l’essercito di Cristo” che a quei tempi “si movea tardo, sospeccioso e raro” (vv. 37 e 39), cioè la Chiesa, che nel canto precedente era stata indicata con la metafora della barca. Segue la biografia del Santo (vv. 46-105), scandita in vari passaggi, assimilabili in larga misura a quelli della vita di San Francesco: si inizia con la descrizione geografica del luogo di nascita di Domenico, cioè la cittadina di Calaruega (per Dante: Calaroga), nella Vecchia Castiglia (vv. 46-57); segue poi la nascita e l’infanzia del Santo, con un riferimento ai nomi dei genitori (vv. 58-81); abbiamo poi gli studi e la decisione di fondare un ordine religioso (vv. 82-102); si conclude con la diffusione dell’ordine (vv. 103-105). Prima di passare alla parte “polemica”, abbiamo ancora una conferma che l’opera dei due Santi ebbe lo stesso impulso e gli stessi obiettivi (vv. 106-111). L’ultima parte del canto comprende la polemica con la situazione attuale dell’ordine francescano (vv. 112-126) e, infine, la presentazione, da parte dell’anima, di se stesso e degli altri 11 spiriti beati (vv. 127-145).

Come abbiamo testé detto, anche l’elogio di San Domenico si apre con la descrizione del luogo di nascita. Mentre per Francesco Dante aveva potuto usare la metafora della nascita del sole (il Santo) in un luogo che, proprio per questa nascita, poteva essere definito Oriente, più che non Assisi, per San Domenico la situazione è ovviamente diversa. Intanto la metafora del sole era già stata utilizzata, ma comunque non poteva essere ripresa anche per Domenico in quanto egli nacque nell’estremo occidente d’Europa (la Spagna) e quindi quanto di meno adatto, geograficamente parlando, per continuare la metafora solare. Ma ecco il colpo di genio del grande poeta: San Domenico è nato nell’estremo occidente d’Europa, ebbene si può usare questa immagine di “occidente” nel modo migliore possibile per dare anche a questa figura di Santo una patina di eccezionalità fin dalla nascita. L’estremo occidente è – ci fa notare Dante – la parte da cui nasce il vento Zefiro, proprio quel vento che annunzia la primavera facendo rinascere le foglie sugli alberi del nostro continente. Il sole appare, sì, ma nel momento del tramonto (“lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde”; v. 51), ma è un tramonto in qualche modo “riscattato” dalle immagini di vita e di rinascita associate al vento primaverile. Notiamo, di scorcio, che l’immagine del vento Zefiro che annunzia la primavera è presente già negli autori latini (in primis Ovidio nel libro I delle Metamorfosi, ma anche Catullo ed Orazio) e la ritroveremo, quasi identica, in un sonetto petrarchiano (“Zefiro torna, e ’l bel tempo rimena”, Canzoniere 310, v. 1). Ma non basta. La cittadina di Calaruega, dove nacque San Domenico, ci viene definita come “fortunata” e per di più nel territorio della Vecchia Castiglia, sotto la protezione del leone, riprodotto e duplicato nell’emblema della provincia.

Assisi e Calaruega: due località destinate ad essere ricordate per sempre per la loro fortuna di aver dato i natali a due grandi Santi.

Anche per Domenico, come per Francesco, si prende in esame la giovinezza, anzi addirittura l’infanzia, ed anche per Domenico entra in gioco fin da subito l’immagine metaforica delle nozze. Ma se per Francesco si trattava delle nozze con la Povertà, per Domenico sono quelle con la Fede. Al fonte battesimale avvengono queste mistiche nozze ed in esse entrambi gli sposi si portano in dote reciproca (“’u si dotar di mutua salute”, v. 63) la salvezza (ancora un latinismo che éleva il tono lessicale del testo: salute è la salus latina, cioè appunto non la “salute”, che a Roma era la valetudo, anzi meglio la bona valetudo, ma la “salvezza”). Infatti la Fede salva, col battesimo inizialmente poi con tutte le altre grazie, il cristiano, mentre Domenico “salverà” la Fede difendendola dagli attacchi degli eretici (in particolare i Catari albigesi, ma possiamo anche fare un salto temporale e vedere in queste eresie combattute da Domenico attraverso il suo ordine già quella luterana). Tutto l’episodio riguardante l’infanzia di Domenico è quasi “trapunto” di immagini che rimandano al tema della profezia. Profetica fu infatti la madre di Domenico, che sognò, mentre ne attendeva ancora la nascita, di partorire un cane bianco e nero; chiaro riferimento all’ordine domenicano: Domini canes, come venivano talora chiamati per la loro assoluta fedeltà a Dio, vestiti di bianco, il saio, e di nero, la cappa. Non solo, ma questo cane portava in bocca una fiaccola con cui incendiava il mondo: Domenico ed il suo ordine che infiammeranno di carità il mondo illuminandolo con la luce della sapienza divina. Profetica anche la sua madrina (“la donna che per lui l’assenso diede”; v. 64) che lo sognò con la fronte ornata di una stella, simbolo della sua missione di guida per gli uomini, e fin dalla più antica iconografia agiografica Domenico viene ritratto con una stella in fronte (ringrazio per la notizia l’amica dott.ssa Cristina Siccardi).

Il tema del battesimo, introdotto dalla figura della madrina oltre che dall’immagine delle nozze tra il futuro Santo e la Fede, serve a Dante per aprire un’interessantissima parentesi (vv. 70-72) di tipo “onomastico”, cioè relativa al nome del Santo, parentesi che sarà poi ripresa ed ampliata nei vv. 79-82 a conclusione della parte relativa all’infanzia di Domenico.

Questa parentesi etimologico-onomastica ci mostra un Dante discendente di tutta una tradizione classica che, da Varrone Reatino (età di Cesare) e poi da Macrobio (IV/V d. C.), giunge fino ad Isidoro da Siviglia (VI/VII d. C.) ed infine al Medioevo, congiungendosi con l’interesse, tutto cristiano, per il vero senso del nome, in quanto ogni nome non è puro e semplice flatus vocis, ma rivela la vera essenza della persona che lo porta. Pertanto Dante ha buon gioco nel dimostrare che il nome di Domenico (lat. Dominicus) significa in realtà “appartenente al Signore” (Dominus), ma ciò che Dante vuole con forza affermare è che questo nome non fu semplicemente scelto dai genitori, ma direttamente da Dio attraverso il Suo Spirito (“quinci si mosse spirito a nomarlo”; v. 68) affinché fin dal nome il futuro Santo mostrasse con tutta la sua vita la sua assoluta appartenenza a Dio già presente in lui fin dal concepimento (“e perché fosse qual era in costrutto”, v. 67). Il tema etimologico ed onomastico viene poi ripreso – come già detto – alcuni versi più tardi, in cui Dante (sempre per bocca di San Bonaventura) si avventura nell’esame etimologico dei nomi anche dei genitori del Santo. Facile è l’analisi del nome del padre: Felice, di nome e di fatto, essendo padre di un tal figliolo (“Oh padre suo veramente Felice!”; v. 79); meno perspicuo il significato di quello della madre, Giovanna, per il quale il poeta ricorre al valore ebraico di questo nome, cioè “piena di grazia” (“oh madre sua veramente Giovanna”; v. 80). A proposito del nome Giovanna San Bonaventura (cioè Dante) aggiunge una chiosa (v. 81): “se, interpretata, val come si dice!”. Tale verso non deve essere interpretato come un dubbio, espresso dall’ipotetica iniziale “se”, del Santo (un Santo non può avere dubbi o incertezze su alcuna questione), ma con un valore di ipotesi – diremmo noi – “di lavoro”: Bonaventura vuol dire infatti che Giovanna ha questo significato, sempre che sia ammissibile usare la scienza etimologica nell’analisi del senso absconditus dei nomi.

Nei versi immediatamente precedenti, poi, laddove si ricorda come fin da bambino il Santo avesse dato prova del suo voler obbedire a Cristo fin dal suo primo comandamento (l’umiltà) facendosi trovare spesso coricato in terra fuori della culla, dal punto di vista stilistico troviamo una rima piuttosto peregrina. Infatti tutti (o quasi…) sanno che la prima regola della rima italiana è l’essere assolutamente vietato far rimare una parola con se stessa, tranne nel caso della cosiddetta “rima equivoca”, quando cioè rimano due parole uguali sì nella forma ma di significato diverso (es. “porta”, sostantivo femminile, e “porta”, voce del verbo “portare”). Orbene, ai vv. 73 e 75 abbiamo la rima con la parola Cristo: si tratta ovviamente di un’eccezione ammessa per motivi di rispetto, poiché Dante non ammette che il nome di Nostro Signore possa rimare con qualsivoglia altra parola. C’è però poi chi ha pensato (Francesco D’Ovidio) che questa rima abbia anche un’altra motivazione: Dante vorrebbe infatti fare ammenda per aver usato – nella sua tenzone (nelle Rime, 77, vv. 9 e 11) con Forese Donati – la parola Cristo in rima con tristo.

Con il v. 81 termina questa seconda sezione dando spazio al terzo momento della vita di San Domenico: la formazione culturale (vv. 82-87); segue poi la richiesta dell’approvazione papale per la sua regola (vv. 88-96). L’episodio si concluderà con l’aspetto relativo alla lotta alle eresie (vv. 97-102) ed alla storia successiva dell’ordine dei predicatori (vv. 103-105).

Domenico dunque si procura una notevole preparazione culturale (“in picciol tempo gran dottor si feo”; v. 85: da notare, come spesso in Dante, il latinismo “dottore” per “maestro, sapiente”) e non per avere fama terrena (vv. 82sg.), con un’ evidente volontà di richiamare, da parte del poeta, l’incipit del canto XI (vv. 1-12), in cui egli si era scagliato, con grande veemenza, contro la “insensata cura de’ mortali”, che distoglie dall’occuparsi delle cose divine. Domenico da parte sua studiò e si formò culturalmente “per amor della verace manna” (v. 84), con l’obiettivo di salvare la Chiesa, definita metaforicamente come una vigna, che facilmente si rovina se il “vignaio (cioè il padrone: ogni riferimento contemporaneo è puramente voluto) è reo” (v. 87). Notiamo a questo punto come tutto il canto sia contesto di immagini che rimandano all’agricoltura ed alle piante, quali per esempio: rose (v. 19), ghirlande (v. 20), fronde (v. 47), orto (v. 71), vigna (v. 86), vignaio (v. 87), seme (v. 95), piante (v. 96), sterpi (v. 100), orto (v. 104), arboscelli (v. 105), gromma (v. 114), coltura e loglio (v. 119); ma anche di altre riferibili alla milizia: duca (v. 32), militaro (v. 35), essercito (v. 37), riarmar e ’nsegna (v. 38), ’mperador (v. 40), milizia (v. 41), campioni (v. 44), atleta (v. 56), civil briga (v. 108).

Segue la richiesta di approvazione della regola rivolta al papa: anche per Domenico, come già per Francesco, si ebbe un’approvazione orale da parte di Innocenzo III (1215) e poi una scritta da Onorio III (1216). Dante tuttavia prepara il momento dell’approvazione con un procedimento (vv. 91-96) retoricamente squisito, attraverso una serie di antitesi ed un’avversativa conclusiva: il Santo non chiese tutta una serie di privilegi, comuni a quel tempo e non illeciti ma tuttavia moralmente riprensibili (dispense, rendite, liberatorie…), ma la “licenza” di combattere contro le eresie (il “mondo errante” del v. 94), in particolare – come si dirà implicitamente tra pochi versi – quella cataro-albigese di Provenza. Ancora una volta il papato è definito con una metonimia (“la sedia”), ricordando come esso fu un tempo benigno, mentre ora è in decadenza (ancora una volta il riferimento attuale è puramente voluto) per colpa di “colui che siede, che traligna” (v. 90), cioè esce dalla linea (< trans lineare) retta, dal giusto cammino: in una parola “sbaglia”.

La conclusione dell’episodio ci consegna la figura di Domenico che, con la forza di un torrente di montagna (“quasi torrente ch’alta vena preme”, v. 99), si abbatte sugli eretici (definiti tout court “sterpi”, cioè rami secchi ed inutili, termine già usato in Inf. XIII, v. 37, per definire gli alberi in cui sono trasformati i suicidi), in particolare in Provenza (“quivi”, v. 101) dove più forti erano le loro resistenze. Dall’opera del Santo nasce poi l’attività del suo ordine, che, come fiumi che si muovono in direzioni diverse (cioè il gran numero di conventi domenicani), bagna, cioè vivifica, l’orto cattolico, cioè il giardino della chiesa, in netta antitesi con gli sterpi eretici.

Ricordiamo ancora che proprio un domenicano (il padre Tetzel) fu il primo avversario di Lutero al principio della sua attività in Germania: altro che celebrare lo scisma generato dall’eresia protestante… Così come domenicani furono i componenti della Inquisizione romana, che solo i più beceri sostenitori delle varie “leggende nere” anti-cattoliche si ostinano, oltretutto confondendola spesso con quella spagnola, a considerare una sorta di “Spectre” di jamesbondiana memoria: una specie di “internazionale” della repressione, del crimine e della ferocia assolutamente gratuita.

Resta ora da vedere la parte conclusiva del discorso di San Bonaventura, cioè quella relativa – prima di passare alla presentazione delle anime con cui si chiude il canto (vv. 127-145) – alla critica dell’ordine francescano del tempo di Dante. Così come già per quello domenicano nel canto precedente, anche in questo caso si sottolinea come non tutti gli appartenenti all’ordine si allontanino dalla regola, anche se rimangono fedeli in numero decisamente minimo, e oltretutto essi sono rintracciabili solo dopo un’analisi accuratissima di tutti i monaci (“chi cercasse a foglio a foglio/ nostro volume”, vv. 121sg.). I francescani del tempo (anche qui il riferimento all’attualità è puramente da noi voluto) si sono allontanati a tal punto dalla regola che si può quasi dire che i loro passi si sovrappongono sì alle orme lasciate dal Santo fondatore, ma ponendosi esattamente al contrario, cioè mettendo la punta del piede dove San Francesco aveva posato il tallone (immagine quanto mai icastica, vv. 116sg.), così come dove un tempo si trovava la gromma (cioè il tartaro del vino in una botte) ora c’è la muffa, ma la conclusione vedrà il trionfo del bene sul male, richiamandosi il poeta alla notissima parabola evangelica del raccolto del buon grano e della zizzania (Matteo 13, 24-30). L’ultima frecciata polemica è rivolta a due colpevoli della decadenza dell’ordine francescano (vv. 124-126): Matteo d’Acquasparta, capo della fazione dei “conventuali”, e Ubertino da Casale, guida dei cosiddetti “spirituali”, entrambi causa di rovina perché entrambi non accettano più la regola così come San Francesco l’aveva concepita. Il primo la “fugge”, cioè la vuol rendere meno stringente, e il secondo la “coarta”, volendo, al contrario, renderla più rigida.

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PARADISO

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canto XII, vv. 31-129

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e cominciò: «L’amor che mi fa bella

mi tragge a ragionar de l’altro duca

per cui del mio sì ben ci si favella.

Degno è che, dov’è l’un, l’altro s’induca:

sì che, com’elli ad una militaro,

così la gloria loro insieme luca.

L’essercito di Cristo, che sì caro

costò a riarmar, dietro a la ’nsegna

si movea tardo, sospeccioso e raro,

quando lo ’mperador che sempre regna

provide a la milizia, ch’era in forse,

per sola grazia, non per esser degna;

e, come è detto, a sua sposa soccorse

con due campioni, al cui fare, al cui dire

lo popol disviato si raccorse.

In quella parte ove surge ad aprire

Zefiro dolce le novelle fronde

di che si vede Europa rivestire,

non molto lungi al percuoter de l’onde

dietro a le quali, per la lunga foga,

lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde,

siede la fortunata Calaroga

sotto la protezion del grande scudo

in che soggiace il leone e soggioga:

dentro vi nacque l’amoroso drudo

de la fede cristiana, il santo atleta

benigno a’ suoi e a’ nemici crudo;

e come fu creata, fu repleta

sì la sua mente di viva vertute,

che, ne la madre, lei fece profeta.

Poi che le sponsalizie fuor compiute

al sacro fonte intra lui e la Fede,

u’ si dotar di mutua salute,

la donna che per lui l’assenso diede,

vide nel sonno il mirabile frutto

ch’uscir dovea di lui e de le rede;

e perché fosse qual era in costrutto,

quinci si mosse spirito a nomarlo

del possessivo di cui era tutto.

Domenico fu detto; e io ne parlo

sì come de l’agricola che Cristo

elesse a l’orto suo per aiutarlo.

Ben parve messo e famigliar di Cristo:

che ’l primo amor che ’n lui fu manifesto,

fu al primo consiglio che diè Cristo.

Spesse fiate fu tacito e desto

trovato in terra da la sua nutrice,

come dicesse: ‘Io son venuto a questo’.

Oh padre suo veramente Felice!

oh madre sua veramente Giovanna,

se, interpretata, val come si dice!

Non per lo mondo, per cui mo s’affanna

di retro ad Ostiense e a Taddeo,

ma per amor de la verace manna

in picciol tempo gran dottor si feo;

tal che si mise a circuir la vigna

che tosto imbianca, se ’l vignaio è reo.

E a la sedia che fu già benigna

più a’ poveri giusti, non per lei,

ma per colui che siede, che traligna,

non dispensare o due o tre per sei,

non la fortuna di prima vacante,

non decimas, quae sunt pauperum Dei,

addimandò, ma contro al mondo errante

licenza di combatter per lo seme

del qual ti fascian ventiquattro piante.

Poi, con dottrina e con volere insieme,

con l’officio appostolico si mosse

quasi torrente ch’alta vena preme;

e ne li sterpi eretici percosse

l’impeto suo, più vivamente quivi

dove le resistenze eran più grosse.

Di lui si fecer poi diversi rivi

onde l’orto catolico si riga,

sì che i suoi arbuscelli stan più vivi.

Se tal fu l’una rota de la biga

in che la Santa Chiesa si difese

e vinse in campo la sua civil briga,

ben ti dovrebbe assai esser palese

l’eccellenza de l’altra, di cui Tomma

dinanzi al mio venir fu sì cortese.

Ma l’orbita che fé la parte somma

di sua circunferenza, è derelitta,

sì ch’è la muffa dov’era la gromma.

La sua famiglia, che si mosse dritta

coi piedi a le sue orme, è tanto volta,

che quel dinanzi a quel di retro gitta;

e tosto si vedrà de la ricolta

de la mala coltura, quando il loglio

si lagnerà che l’arca li sia tolta.

Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio

nostro volume, ancor troveria carta

u’ leggerebbe «I’ mi son quel ch’i’ soglio»;

ma non fia da Casal né d’Acquasparta,

là onde vegnon tali a la scrittura,

ch’uno la fugge e altro la coarta.

Io son la vita di Bonaventura

da Bagnoregio, che ne’ grandi offici

sempre pospuosi la sinistra cura.

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2 Responses to Nostra maggior Musa (Riflessioni “minime” sulla Commedia dantesca) / X – di Dario Pasero

  1. Maria Teresa ha detto:

    Ebbi la fortuna (almeno per me) di avere una professoressa di liceo che ci fece studiare TUTTA la Divina Commedia senza tralasciare nessun canto. Era già consolidata la prassi di offrire una selezione di canti agli studenti….. per non parlare di alcuni critici…..
    Questa rubrica bellissima è una splendida occasione di ripasso e di riflessione.
    Grazie.

  2. irina ha detto:

    Grazie. Proprio quello che occorre ora, richiamare alla memoria esempi di grandi credenti, santi, poeti, semplici fedeli e tutta una cultura capace di guardarsi intorno e di conoscere l’uomo e la natura. Saper chiamar per nome ogni arboscello e ogni moto dell’anima. Tutto un sapere che volutamente abbiamo abbandonato per correre dietro a copie senza vita. Ritornare a Dante per aprire gli occhi su un presente fasullo, senza spessore, senza sostanza.

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