di Piero Nicola

 

 

Ho letto compendiose biografie del complesso drammaturgo e narratore nisseno (Caltanisetta 1887-Lido di Camaiore 1956) e presentazioni critiche della sua produzione: sia nei repertori a carattere enciclopedico, come il Dizionario Bompiani delle Opere e dei Personaggi, sia in prefazioni a volumi di testi teatrali o di romanzi e novelle suoi. A mio avvivo, non vi si trovano le sintesi di maggior rilievo: una virtù espressiva e lirica affatto di prim’ordine, una rara versatilità stilistica a grado d’una rara evoluzione spirituale manifestata nell’arco della vita. Per lo più, ci si limita a mettere l’accento su un periodo del grottesco sensuale e dello scetticismo vicino a quello pirandelliano, talvolta si accenna a una successiva stagione di rasserenamento dagli occhiali rosa.

Rosso di San Secondo eccelle nella prosa più di quanto brilli nel teatro, sebbene la notorietà gli derivi maggiormente da quest’ultimo.

Due romanzi, due monumenti di umanità significativa e opposta, si levano sui nuclei del suo pensiero e del suo animo, entrambi singolarmente indipendenti dalla personalità di siciliano, che pure si manifestò in altri lavori.

La fuga, comparso nel 1917 e che ebbe varie ristampe fino ad anni recenti, descrive il distacco in cui un borghese benestante vive nella città italiana animata da esistenze considerate effimere, illusorie. Egli immagina di ascoltare il gatto casalingo, essere indolente e insensibile, sua unica guida. Alle attività assorbenti dei suoi simili, alle calde emozioni, che talvolta appaiono retribuzioni in moneta sonante, egli non può aderire. La moderna crisi esistenziale riceve già in queste pagine il suo compimento.

Ma esiste un mondo nordico fatto di imperio della volontà, dove i sentimenti e lo spirito sono regolati col medesimo ordine conferito alle cose materiali. Una coppia di turisti olandesi, che rappresenta quel mondo laborioso, accoglie quest’anima asociale, questo malato, e lo porta con sé nell’algido paese delle brume e dalle case oltremodo confortevoli, poste al di qua della duna a fronte del mare minaccioso.

Ivi, è la donna fidente nella pace universale a prendersi cura di lui e, dopo alcune obiezioni opposte alla femminista Brunilde, di cui indovina la femminile frustrazione, si affiderà proprio a lei, convinta interprete del dominio sui disordini interiori. Ella gli ha mostrato la sulfurea e corruttrice sensualità del Sud e, per contro, la fede di stampo protestante, l’ideale d’una purità ottenibile con un quasi divino annullamento dell’istinto.

Accidentalmente, un dottore della cerchia familiare, lo stesso che gli consiglia di mettersi nelle mani di Brunilde, durante una loro euforica uscita notturna è precipitato nell’ammissione della sua miseria, si è detto impostore, rifiutandosi di riconoscere l’artificio che lo circonda e lo regge. Nonostante l’estraneità che li accomuna, l’italiano arriva a sposare la vergine Betty, discepola di Brunilde, e conserva con sua moglie un casto menage, in una sonnambolica venerazione del suo angelo domestico, dal fisico poco attraente. Egli diventa un personaggio reputato, al quale coniugi e genitori mandano i loro congiunti spostati e irrequieti affinché li rimetta in sesto. Viceversa, riconosce che i disaffezionati hanno diritto a essere secondo le loro tendenze, per le quali gli interessi e le occupazioni cui erano indotti rientrano nella grande vanità. Perché anch’essi sono emigrati, sono stranieri in patria, e affiora in loro la nostalgia d’una lontana origine, d’un paese clemente al quale dovranno far ritorno; paese del Sud, rigoglioso di vegetazione e d’amore. I giovani ne assaporano le visioni come propri ricordi.

Betty ha percepito il rivolgimento messo in atto dallo sposo. Dopo aver sofferto di contrasti con Brunilde, ora appare decisamente contrariata, turbata. Allorché il marito, sull’onda delle nuove relazioni intrattenute, la immagina svestita, ella prorompe nell’accusa di viltà, benché s’accenda di passione per l’amato. E l’amato si sente colpevole d’aver sconvolto purezza, equilibrio e pace.

Quiete del tutto infranta da una orchestrina di strada e da Pepita, fascinosa reginetta degli zingari suonatori. Egli non sa resisterle, la segue insieme alla brigata dei suoi allievi, che hanno formato delle coppie di innamorati, e s’allontana dalla moglie giacente inferma, al cui capezzale sono accorsi il padre e la maestra Brunilde. Il genitore di Pepita li invita ad alloggiare in un carrozzone per aggregarsi ai girovaghi. Ma prima essi devono congedarsi dai familiari. A casa, Brunilde è alla porta, distrutta, fallita, respinta da Betty perdutamente presa del marito. Egli cerca di rassicurare la poverina dicendole che davvero l’istinto è il demonio, e che egli l’ama. Inutili proteste: il colpo è stato tremendo e Betty muore.

Come un automa, il vedovo risponde alla chiamata dello zingaro. Abbraccia e bacia Pepita, che lo morde. Poi, demoliscono l’ormai inutile nido costruito per i novelli consorti, e della tipica abitazione quasi tutta di legno fanno il carrozzone, su cui s’imbarcano anche i piccioncini irriducibili alla vita comune, e insieme salpano verso lidi più congeniali.

Nel 1936, Rosso di San Secondo appose nello stesso libro, avanti alla prefazione di Pirandello, la seguente avvertenza: “Dedico, in occasione della ristampa, a Luigi Pirandello questo mio romanzo che, a distanza di venti anni e dopo tanti avvenimenti, appare come l’insonne tormento d’un’anima in cerca di Dio, come un’istintiva e violenta requisitoria contro la società vuota ed ipocrita d’allora”.

Ciò fu per imposizione della censura? Non mi è dato saperlo. In ogni caso, fu encomiabile sia l’adduzione del Signore, sia il ripensamento o chiarimento circa un soggetto sostanzialmente destituito di moralità e che l’arte da sola non poteva riscattare.

Ora, tre storie sentimentali rose e fiori, intrecciate fra loro e con gli apporti di altri degni personaggi, per lieti eventi d’ogni genere: una piccola società di fausto addentellato con la società circostante. Una sola disgrazia finale, una morte però tutt’altro che disgraziata.

È possibile tutto questo? Sì, può accadere. E si presta a una narrazione avvincente e non stucchevole?  La difficile impresa è attuabile da un autore come il nostro Rosso. E vien da pensare a Gobineau, ai suoi tre “figli di re”, a Le Pleiadi, o, per certi versi, a Le affinità elettive di Goethe. Tuttavia le differenze restano profonde. Gli eroi di Rosso hanno equilibrio, chiarezza, un buon fondo di onestà, ma non una particolare elezione; stanno nell’alveo della Religione, e la loro nobiltà è in divenire, la loro provvidenziale riuscita si deve al reciproco incontro, ai rapporti che si offrono e che essi stringono spontaneamente. Infatti i buoni sono tanti, ma sovente rimangono presi nella vasta rete dei pericoli che tirano in basso e degli incontri malaugurati.

rssIncontri di uomini e di angeli si svolge con naturalezza, con quel raccontare piano, concreto e vivo, vergato soltanto dalle penne più fini e padrone. Per i tipi di Garzanti, il romanzo andò nelle librerie nel 1946 (riedito successivamente), l’anno del referendum su monarchia o repubblica e delle elezioni per l’Assemblea Costituente, l’anno tormentato dagli strascichi della guerra nondimeno civile, e appena mitigato dall’alba della ricostruzione. E la serenità della vicenda, che sembra collocata per mera convenienza nella Roma di inizio Secolo, in un simile clima appare due volte sorprendente.

Dopo la prematura scomparsa dell’adorata baronessa Matilde, il marito Giacomo Mesoni e il figlio Vittorio, sconsolati e sul punto di smarrire la ragione, recano le loro vite di esimio professore di liceo e di promettente neo-laureato, da una cittadina del Mezzogiorno nella Capitale. I due insegnanti stanno in un tranquillo e assai modesto appartamento, assistiti dalla giovane e piacevole domestica Letizia, da sempre affascinata dalla figura dello scrittore. Ella ha rifiutato colui che sua madre, piccolo borghese, riteneva un buon partito; per questo, ha tutta l’aria d’essere pretenziosa.

Vittorio, poeta, incontra al caffè Aragno, cenacolo di artisti e politici, l’irrequieto e mordace critico Raspigli, con ricambiata stima, e vi fa la conoscenza della signorina Valeria Bellaria, figlia d’un alto funzionario di Ministero. La ragazza è incantevole più che per la bellezza poco appariscente, per un suo vezzo delicato e per la trasparente spiritualità.

Cominciano le frequentazioni. Raspigli, antidannunziano e controcorrente, conosce Letizia a casa Mesoni. Ella di primo acchito lo ammira e prova simpatia per lui, a motivo della sua infatuazione per il creatore di pensieri dati alle stampe. Questi, piuttosto incurante del successo, ha alle costole una sorta di factotum, Filiberto. È un ometto d’aspetto meschino, inurbato dalla provincia abruzzese dove fece il barbiere e l’orologiaio, e possiede un particolare fiuto per gli affari, che applica al giro delle pubblicazioni. Raspigli introduce l’amico poeta nel salotto dei Bellaria, che ricevono scrittori bravi e piuttosto oscuri a causa della loro modestia.

Filiberto procura a Raspigli un contratto per un romanzo da scrivere su commissione d’un giovane editore di Firenze. Onde avviare il suo uomo alla costanza richiesta da tanto impegno, il mediatore ricorre a Letizia. Ella accetta di aiutarlo a mettere su casa per il letterato e di accudirlo come persona di servizio; mentre sua madre la sostituisce presso i professori.

Va notato che nella dimestichezza con la bella giovane nessuno si sogna di approfittarne, né si patiscono turbamenti. Finché giunge la confessione vicendevole dell’innamoramento tra Raspigli e Letizia. Egli la chiede in moglie a Monte Mario, dove usano scansare la città in un’osteria-locanda, in quel luogo agreste da cui si gode il panorama dell’Urbe. Lassù, a primavera, ci si ritrova con Valeria, Vittorio e l’instancabile factotum. Lassù, nell’estate, Raspigli villeggia con sua moglie lavorando con metodo e profitto a un secondo romanzo e ad articoli per le riviste, avendo temperato la propria vis polemica. Là, gli sposi vorranno poi abitare una casetta.

Intanto l’antico barbiere e orologiaio, che provvede alle cose pratiche accontentandosi di poco, ripagato dal tanto che riesce a costruire e dall’onore ricevuto dalla meritevole compagnia, viene assunto come rappresentate e depositario a Roma dell’editore fiorentino, e sarà il gestore della sua libreria romana. In quegli uffici entra la dattilografa Candida, ragazza di buon senso, scelta dalla perspicacia dell’intraprendente Filiberto; anch’essa destinata alla promozione di segretaria, quindi al ruolo di direttrice della libreria.

Daniele, studente universitario, assiduo ai ritrovi degli artisti e degli stranieri, vagheggia un soggiorno in Danimarca, avendo conosciuto una bionda creatura di quel paese. Essi stanno vivendo di simboli per qualsiasi apprezzamento e aspirazione. L’ingenuo ragazzo ha una raccolta di novelle nel cassetto, e Filiberto lo ha inserito nel gruppo degli amici, con l’intento di guadagnare un altro autore alla sua raccolta. E come ha convinto Vittorio a pubblicare le sue liriche, perviene a far esaminare da Raspigli i racconti dello studente affinché, seguendo gli opportuni consigli, egli li presenti emendati alla Casa editrice. Si è realizzata tutta una proficua sinergia sotto l’impulso oculato di Filiberto e per lo sprone o lo stabile conforto delle giovani donne.

E gli amori? Tra l’assai eterea Valeria e il lirico Vittorio il commercio poetico fa sfumare la dichiarazione sentimentale, ma le cose e gli affetti che li circondano li riducono al fidanzamento. Tra la realista dattilografa, conscia della sua condizione, e Daniele, l’immaturo figlio di papà non ancora laureato, gli ostacoli si presentano più duri. Inoltre Candida soffre di gelosia. Ciononostante i timori saranno ugualmente sormontati.

Invero, non si sente mai che il realismo venga meno in questo miracolo di sistemazioni e di successi, che scampano ai mali del civile consorzio. Ad affacciarli abbiamo Valentina, signora spregiudicata e maliosa, amica di mamma Bellaria fin dalla sua adolescenza e di lei più giovane, invano osteggiata dal capofamiglia. Ella piace a un bravo ma troppo timido scrittore che partecipa ai ricevimenti, uno di quelli catturati da Filiberto e rimessi in auge con prefazioni autorevoli dei suoi volumi. Tuttavia la bellona non perviene a far danno nell’immunità generalmente instaurata, per la quale gli involucri seducenti non valgono a celare la malizia e l’indecenza. Sicché, Valentina, come il fanciullone già avviluppato nel simbolismo e nella spira della simbolica ragazza danese, danno luogo a intermezzi di garbato e sapido umorismo.

I Bellaria trascorrono le vacanze estive dai Mesoni, nella dimora della loro città natale e nella più rinfrescante villa di campagna. In una casupola al margine dell’abitato vive un’anziana, che fu la cara domestica dei signori. Ha donato ai poveri l’eredità lasciatale dalla defunta padrona e ha fama di santità. Vittorio e Valeria vanno a trovarla, ella dice alla fidanzata che non è creatura di questa terra, e lui trasalisce. Lo stesso sagace Filiberto si era detto preoccupato riguardo all’avvenire della coppia: d’una saldezza così dissimile dalle altre due. Anche il padre, che per primo ha fatto ritorno a Roma, al Ministero, la rivede trasognata, vicina e distante. I fidanzati sono privi di praticità. Occorre che altri provvedano al necessario per il loro matrimonio.

“Letizia [che aspetta un bambino e la sistemazione della casetta] se ne andava [dall’appartamento dei Mesoni, dove sua madre vorrebbe rimanere col professore, mentre lei le ripete che andrà a stare con loro a Monte Mario, in quanto i prossimi sposi terranno con sé il vecchio signore] pensando come mai Vittorio e Valeria fossero ancora due bambini e, come i bambini giocassero a fare il marito e la moglie!

“Saliva in casa Bellaria e, se trovava Vittorio e Valeria, cinque minuti dopo s’era dimenticata dei pensieri avuti poco prima. Ed era per tutti lo stesso: davanti a Valeria e Vittorio, ogni pensiero pratico svaniva, ogni programma di idee da esprimere svaporava. Erano così lontani, così sorridenti, così aerei! […] ‘Sta a vedere’ diceva Raspigli, ridendo ‘che la coppia felice disponga di poteri ipnotici!’”

Valeria si amala gravemente. Una meningite inguaribile. Lo sventurato poeta è inebetito. Disperazione dei congiunti. “Il parlar di Valeria era quello del delirio; ma forse delirava anche Vittorio, perché tutti e due s’intendevano perfettamente”.

Più tardi, quando si sono ripresi dopo la luttuosa perdita, Filiberto, Letizia e suo marito rammentano la concatenazione delle conoscenze che li resero solidali, per le quali devono ringraziarsi a vicenda e soprattutto essere grati al factotum.

“‘Benissimo! Benissimo!’ esclamò Raspigli, tornando al suo vecchio buonumore un po’ scanzonato. ‘Siamo tutti quello che siamo perché ci siamo incontrati! Ringraziamone Iddio: se non ci fossimo incontrati, chi sa dove saremmo andati a parare!’”

“‘E pure, maestro [Filiberto osserva], voi lo dite scherzando, ma è la verità. La vita è fatta d’incontri! E quando si incontra bene, vuol dire che la Provvidenza assiste. Vi par nulla?…’”

Annoverati i casi che diedero inizio ai felici rapporti, resta nell’aria il timor sacro d’una omissione, il dubbio dolente sull’incontro su cui la morte si è abbattuta.

“È questo il terribile tra la vita degli uomini, i fatti che non hanno senso”, esclama Nicola Raspigli.

“‘E che cosa volete che comprendiamo noi uomini!’ rispose Filiberto. ‘Dio sa tutto lui!’”

Il critico e scrittore ne conviene.

Molto tempo dopo, rimasto solo: “Vittorio Mesoni, sempre affabile, cortese, viveva in un altro mondo. Le liriche, la cattedra universitaria, tutto svanito! I suoi contatti con la vita erano soltanto quelli del liceo”, dove insegna.

Finalmente l’amico Raspigli riesce a farlo parlare. Egli è semplicemente in attesa di raggiungere lei. “In realtà, che cosa avrebbe fatto con me quaggiù? Ti assicuro che tanto lei che io lo sentivamo che non era possibile nulla quaggiù!” Le ultime notti gli disse che stava andando su per un bel sentiero fiorito, e gli raccomandava di non sbagliare a imboccarlo lui pure, per salire dove si sarebbero ritrovati. “Ed io, caro Raspigli, vivo la mia giornata terrena con una sola preoccupazione, quella di non sbagliare. Poi, non ho altra preoccupazione. Sono perfettamente sereno. Credo in Dio”.

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