«Quando pregate, dite così…» premette il Maestro all’insegnamento del Pater. «Quando pregate, pregate in latino» è l’appello, il consiglio, l’invito che vorrei lanciare da queste pagine. Continuate a pregare in latino, se già lo praticate. Cominciate a pregare in latino, imparate a pregare in latino, se ancora non lo fate. Lasciate definitivamente perdere (soprattutto se vi hanno turbato gli ultimi, più recenti snaturamenti e svilimenti del «ne nos inducas in tentationem» e del «pax hominibus bonae voluntatis») versioni, traduzioni, tradimenti, travisamenti, traviamenti, parafrasi, perifrasi, aggiornamenti e annacquamenti lessicali. In latino è tutto più incisivo, più esplicito, più vero; tanto che pregando latinamente si fa opera di ortopedia intellettuale oltre che spirituale. 

Perfino Renzo Tramaglino, quello del latinorum, nelle ultime pagine dei Promessi Sposi deve ammettere: «Non è quel latino lì che mi fa paura: quello è un latino sincero, sacrosanto, come quello della Messa». Perché il latino parla chiaro, dice pane al pane, chiama le cose con il loro nome. Mantiene sane distanze da quelle formule italiane che lasciano intendere, fanno sottindere, girano attorno al concetto e alla realtà e dove è potenza di linguaggio sostituiscono metafore, vaghe allusioni. Sia esempio primo il Te Deum. Recita: «Non horruisti Virginis uterum». Questo Cristo, Figlio sempiterno del Padre, questo difensore dell’umanità che per liberarla non ha in orrore né in timore l’utero della Vergine, in italiano è reso: «Tu nascesti dalla Vergine Madre». È un’infedeltà, un’adulterazione, un maldestro colpo di spugna alla fisicità, alla sessualità, alla ginecologia, alla poesia del parto. 

Così anche nell’Ave Maria, nella Salve Regina. Il «benedictus fructus ventris tui», il «fructum ventris tui» diventano «frutto del tuo seno». Ma non è la mammella del latte materno a rilevare quanto maggiormente il luogo materiale, corporeo, reale della nascita: ventre, pancione, grembo. C’è poi un’immagine straordinaria, fortissima, nel Cantico di Zaccaria, il Benedictus. Il Dio d’Israele che ha visitato e compiuto la redenzione della sua plebe, nella casa di suo figlio Davide «erexit cornu salutis nobis». Questo corno innalzato per noi come segnale di salute, salvezza, conservazione, benessere, redenzione è atto, opera, gesto, simbolo. Lo si vede, lo si immagina, lo si percepisce concreto a differenza della traduzione: «Ha suscitato per noi una salvezza potente». Sono semplici dimostrazioni di quanto, pregando in parole italiane, si finisce per smarrire. Le rime, anche. Come nell’Angelo di Dio. «Angele Dei, qui custos es mei, me, tibi commissum pietate superna, illumina, custodi, rege et guberna». Il Dei che si connette con il mei, la pietà superna che guberna sono, nell’orazione, gemme preziose. Ci fanno concludere che recuperare la preghiera in latino vale un po’ di studio e tutto l’eventuale, piccolo sforzo necessario.

6 Responses

  1. Nei Promessi Sposi Fra Cristoforo dice al confratello, che gli faceva notare che far entrare in chiesa due donne: madre e figlia, era sconveniente , risponde “Omnia munda mundis”. Dopo il CVII non è più scandalo far entrare nell”alcova chicchessia!

  2. Sta diventando una necessità sempre più urgente. Qui, tra traduzioni arbitrarie, falsificazioni del testo, esegeti ed interpreti allo sbaraglio (nostro), celebrazioni sempre più alterate “perché siamo una comunità” (quasi che essere l’assemblea dei credenti in Gesù possa essere la giustificazione allo sfascio liturgico), siamo spettatori del peggio inimmaginabile. 2000 anni di teologia, di liturgia, buttati via, e sempre con la stessa motivazione: “è mutata la sensibilità sociale”. E guai a chi si permette di tentare un minimo recupero di forme, una briciola di condotta liturgica non sbracata: dagli all’individualista, al bando il cultore di superati devozionalismi. Se può essere utile, ecco il sito della Vulgata clementina: http://vulsearch.sourceforge.net/html/. LJC da Gotham, il Pinguino.

  3. Osservazioni validissime anche per le Litanie Lauretane che, se ben spiegate mantengono, nella lingua della Chiesa, il loro pregnante e particolarissimo significato che le (numerose e diverse) traduzioni non sanno rendere…
    Oltretutto chi in gioventù le sapeva bene a memoria in latino, quando il rosario fu “tradotto” in italiano non le imparò in questa lingua perché le diverse traduzioni lette di volta in volta spesso differivano… poi recitò sempre più raramente il Rosario e ora non le sa più né in latino, né in italiano.

  4. Bisognerebbe ripristinare la messa in Latino o perlomeno nell’ambito della messa in Italiano, introdurre parti in Latino tipo l’Ave Maria

  5. ” Et inquietum est cor nostrum… donec requiescat in te “- Era il saluto tra due amici: RIP,amico mio
    Iniziai da piccolo a servire la S. Messa: Introibo ad altare Dei.., le preghiere della vestizione:” Impone, Domini, capiti meo galeam salutis… Dealba me, Domine,.. le ricordo ancora.
    Il Prologo del Vangelo di Giovanni, mi ha donato una cicatrice sul dito mignolo della mano destra a forma di U – Il leggio di ottone dorato mi ferì mentre portavo il messale in cornu evangelii.
    Persi molto sangue, ma a Messa finita, dopo la medicazione, chiesi-vivace molto: Padre, per quale motivo il Vangelo di S.Giovanni, dopo la benedizione, viene letto alla fine di tutte le Messe? – P., mi disse: “E’ la più bella poesia che sia stata dedicata a Dio nostro Padre”- da allora, mi è rimasto impresso in memoria.
    Ancorato alla Tradizione, cerco di reprimere l’insofferenza…Poi penso come Eraclito : «Nessuna cosa avviene per caso ma tutto secondo logos e necessità.» L’uomo è distratto, non ascolta, e Giovanni c’è lo dice: … in propria venit et sui eum non receperunt…

  6. Bravissimo Léon: PER LE PREGHIERE IN LATINO E PER IL LATINO. il nostro Renzo aveva capito tutto sulla preghiera e sulla latino della Messa: per una messa da N.O. una messa da “tavola calda” (Guareschi), come poteva starci il latino? E questa messa infatti è tutto fuorché “sincera (vera) e sacrosanta”.

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