di Piero Vassallo

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zzzldsSostenuti da un robusto pensiero filosofico associato alla fede in Cristo e animati da una struggente nostalgia della patria non ancora deformata dal pensiero dei vincitori, i racconti di Lino Di Stefano rievocano, con cuore amico e con sapiente stile, il passato di Casacalenda del Molise, borgo di un’Italia presunta minore, un tempo povera e tuttavia dotata di nobile saggezza e di limpido amore per le piccole e oneste gioie della vita.

Fra le righe dei racconti si leggono con nostalgia le ragioni dell’amabilità della gente italiana d’altri tempi, ad esempio la bonomia e la felice, religiosa accoglienza dei doni quantunque umili.

L’Italia del dopoguerra apprezzava la bontà dei beni di consumo ma ignorava i chimerici stordimenti del consumismo. Le famiglie, provate dai lutti, dalle rovine e dalle ristrettezze causate dalla guerra perduta, ricevevano con gioia i pacchi doni spediti dai parenti emigrati negli Stati Uniti o in Canada e tuttavia conservavano la sana refrattarietà agli usi e ai costumi della vincente e incombente ideologia capitalistica.

Emblema di  una nazione non ancora rovesciata nei piaceri alienanti e usuranti dell’Occidente, è il ricordo del padre di Lino Di Stefano, emigrato in America per sfuggire alla tenaglia della povertà di un paese vinto, e tuttavia incapace di “inserirsi nei disumani meccanismi del capitalismo della società statunitense; società in cui il profitto rappresentava – ieri come oggi – l’unico metro di giudizio intorno ad una persona”.

Con legittimo orgoglio e con viva commozione Di Stefano rammenta la dignità dimostrata dal padre nell’ora della morte: “i segni del distacco erano di un’evidenza impressionante, come se i quasi ottant’anni passati nell’inferno del mondo non avessero minimamente inciso sul suo volto. Il corpo era stato disfatto dalla malattia, ma non tanto da non conservare quel minimo di dignità che anche la morte, giustamente, esige in tale circostanza”.

Vivide sono anche le rievocazioni dei giochi praticati da bambini non ancora rattristati dallo sfascio delle famiglie e diseducati dalla scuola libertaria, dai fumetti demenziali e dall’uso dei telefonini.

L’autore rammenta le animose partite giocate con i palloni di pezza e l’acchiapparondini, un gioco che consisteva nel tentativo di catturare le rondini imprigionandole in un pezzo di carta lanciato nell’aria: “Spesso l’operazione riusciva ed ecco che i ragazzi si precipitavano per impossessarsi dei preziosi uccelli, non per far loro del male, ma solo per averli per qualche minuto nelle mani. Dopodiché essi li liberavano provando una gioia indicibile”.

Splendido è l’ultimo capitolo del libro, in cui l’autore dichiara la sua fede nella Patria e rammenta l’orgoglio che gli procurò l’esperienza di servizio di guardia al Milite ignoto, all’Altare della Patria, “tale servizio non conosce interruzioni tant’è vero che fu espletato anche durante il secondo conflitto mondiale e ciò per rispetto al soldato, simbolo dei caduti di tutte le guerre”.

Il libro di Di Stefano oltrepassa la linea delle memorie private e del folklore e disegna il dimenticato profilo di un’Italia povera ma capace di vivere con signorile decoro la privazione dei beni superflui e delle abitudini vane.

La lettura di un tale pregevole testo si raccomanda agli storici del costume, che ignorano la distanza che separa l’Italia della dignitosa povertà dall’Italia americanizzata e capovolta dal falso benessere e dalla disordinata libertà.

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Racconti di paese – di Lino Di Stefano – Eva Edizioni – pagg. 88, euro 10,00 (sconto 15% – euro 8,50)

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One Response to “Racconti di paese”, di Lino Di Stefano. Storie dell’umile Italia – di Piero Vassallo

  1. Paola B. ha detto:

    Commento commovente, caro Vassallo, di una epoca lontana descritta in maniera VIVA e coinvolgente
    da questo libro!
    Non conoscevo l’acchiapparondini!

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