di P.Giovanni Cavalcoli, OP

 

bianchi

Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose

 

Nel lontano 1972 ero nei primi miei anni di vita religiosa domenicana nella comunità di Chieri, vicino a Torino, in Piemonte. E ricordo che giungevano a noi giovani frati gli echi della vita e delle attività di un’altra comunità in una località chiamata Bose, sempre in Piemonte, dove – così si sentiva dire – si stava realizzando un grandioso esperimento ecumenico d’avanguardia, del tutto nuovo nella storia della Chiesa: una convivenza monastico-religiosa tra membri della Chiesa cattolica, di una Comunità protestante e dell’Ortodossia scismatica, con atti comuni per quanto poteva riguardare i comuni valori cristiani ed invece pratiche e riti distinti per ciò che concerne gli elementi di contrasto. Si parlava di questo luogo con una specie di venerazione, non senza una punta di invidia perché noi Domenicani non eravamo capaci di realizzare imprese del genere.

Da allora molte volte ho sentito parlare di questa Comunità anche da parte di persone che vi erano state, soprattutto giovani, compresi miei Confratelli. Qualche anno fa nel mio convento di Bologna la mia Comunità accolse per una giornata di spiritualità il Priore della Comunità di Bose, Fratel Enzo Bianchi. So della grande fama di questo Religioso, ma devo dire che l’impressione che mi fece non fu particolarmente favorevole. Non dico che dicesse cose sconvenienti, ma neppure nulla di eccezionale che potesse spiegare la sua fama.

Ricordo un particolare, e cioè che a un certo punto il suo parlare cadde nel tema dell’umiltà, argomento classico della spiritualità monastica, sul quale hanno parlato tutti i grandi Maestri, come di virtù basilare di tutto l’edificio spirituale, quel “buon terreno”, come dice S.Caterina da Siena, sul quale cresce l’“arbore della carità”.

Ebbene, giunto improvvisamente su questo argomento, all’apparenza quasi senza una sua precisa intenzione, Bianchi immediatamente interruppe il suo dire fluente e scorrevole, diventò rosso in volto e mi sembrò come confuso ed imbarazzato, fin quasi a farfugliare, dichiarò la sua incapacità a trattare di tale argomento e passò subito ad altro, come se, avendo toccato un tema fastidioso, fosse desideroso di liberarsene al più presto.

Rimasi molto meravigliato e dissi tra me e me non senza comunicarlo anche ad altri: “Ma come? Un monaco che non ha il gusto dell’umiltà? Che non vuol fermarsi a parlare dell’umiltà? Che non ci insegna nulla sull’umiltà?”. Da qui la mia perplessità davanti a questa figura di monaco, peraltro strano anche per il fatto che seppi che egli continuamente gira e viaggia per conferenze ed incontri, mentre di vita solitaria, silenziosa e ritirata pare ne faccia assai poca. Dov’è la beata solitudo, sola beatitudo, della quale parla S.Bernardo?

Con ciò tuttavia preciso che non intendo detrarre per nulla ai suoi meriti, se non altro per il fatto della sua grande fama nel mondo cattolico e non cattolico, cosa che, se non costituisce prova sicura del valore di una persona, quanto meno è un segnale del quale non si può non tener conto.

Nel contempo in questi ultimi anni mi son giunte da persone fidate notizie non troppo confortanti sulle attività di Bose, nel senso di un ecumenismo non proprio in linea col Concilio Vaticano II, ma di tendenza protestante, e quindi succube del prestigio di questa forma deviata di cristianesimo, minimalista dal punto di vista dogmatico, diffidente nei confronti della Chiesa istituzionale in nome di un indisciplinato biblicismo, carismatismo o profetismo, fiacco dal punto di vista liturgico, debole nella cristologia, inerte per quanto riguarda la testimonianza cattolica, rinunciatario rispetto al dovere del cattolico di operare per condurre tutti nel seno della Chiesa cattolica.

Tale mia opinione o impressione mi si è rafforzata dopo aver letto di recente su di un sito cattolico un giudizio assai severo su Bianchi pronunciato da uno dei massimi teologi cattolici di oggi, uomo dottissimo e fedelissimo alla Chiesa, Mons. Prof. Antonio Livi, Accademico Pontificio, autore di numerosissime pubblicazioni di alto livello, illustre tomista, Professore emerito di Filosofia della Conoscenza nell’Università Lateranense, Presidente dell’Associazione internazionale “Sensus communis”, Direttore editoriale della Casa Editrice Leonardo da Vinci.

Mons. Livi, esprimendo ovviamente una sua semplice opinione, come egli stesso afferma, non teme tuttavia di giudicare il Bianchi come “falso profeta” e “neognostico”, il che è peggio ancora di eretico, poiché lo gnosticismo, come è risaputo dagli studiosi, è una forma di presuntuosa e falsa sapienza, sedicente ispirata dallo Spirito Santo, che impedisce o spegne la fede alla radice, considerandosi superiore alla stessa rivelazione divina, espressa nei dogmi della fede comunicati al mondo dalla Chiesa cattolica.

L’intervento di Mons. Livi ha spinto il direttore di Avvenire, Dott. Marco Tarquinio, ad una forte ed intransigente  difesa di Bianchi, ma senza purtroppo che egli abbia addotto seri argomenti a suo favore, anche se non voglio dubitare delle rette intenzioni del direttore del prestigioso quotidiano cattolico patrocinato dalla Conferenza Episcopale Italiana. Difficile però dire quanto Tarquinio abbia parlato secondo sue opinioni o anche con l’appoggio di qualche prelato della CEI.

Quanto alla S.Sede, non mi risulta che Bianchi abbia mai avuto da essa particolari elogi o riconoscimenti, mentre, come notava il giornalista Alessandro Gnocchi in un altro recente intervento contro Bianchi, non risulta che la Comunità di Bose, realtà veramente anomala dal punto di vista del diritto canonico, abbia mai ricevuto alcun riconoscimento giuridico da parte di Roma, cosa che certo non depone a favore né della natura né delle attività equivoche e confusionarie di questa strana comunità, che si copre con lo scudo dell’ecumenismo, ma che in realtà realizza un “ecumenismo” che non sembra essere conforme alle direttive della Chiesa.

Viceversa la S.Sede, quando nota il valore di qualche nuovo Istituto, non lesina i riconoscimenti ufficiali, bisognosa com’è di appoggio nell’attuale clima di disordine morale e dottrinale, come è accaduto per esempio per i Francescani dell’Immacolata, che sono divenuti di diritto pontificio a pochissimi anni dalla loro nascita o per Istituti come i Legionari di Cristo o l’Università della Santa Croce.

Il caso Bianchi o il caso Bose non è l’unico nel confuso e degradato panorama dello ecumenismo italiano ed internazionale, che si richiama in modo sempre meno persuasivo al Concilio per darsi una patente di legittimità, mentre in modo sempre più scoperto questo cosiddetto “ecumenismo”, come del resto tutto il fenomeno modernistico, non è che longa manus di un mondo protestante più che mai vivo, fascinoso ed invadente ancora a cinquecento anni dalla morte del “Riformatore”, come se cinquecento anni di storia non avessero ancora insegnato ai fratelli protestanti che la loro “riforma” è stata in realtà la rovina della Chiesa e alla fine della stessa civiltà, con le corrotte e corruttrici correnti teologiche e filosofiche alle quali la Riforma ha dato ispirazione, nonché le immani tragedie politiche, sociali e militari, che ne sono state l’estrema conseguenza pratica.

Ecumenismo va bene, ma purchè sia fatto, si vorrebbe quasi dire, “come Dio comanda”, senza essere cioè un pasticcio inconcludente dove i protestanti s’impegolano ancor di più nei loro errori mentre i cattolici allocchi o furbi a seconda dei casi conservano un‘etichetta di “cattolico” priva di contenuto, mentre gli uni e gli altri, sulla loro nave, che affonda, ballano e si considerano i piloti che guidano verso nuove ed esaltanti mete del futuro.

C’è da augurarsi peraltro che il dibattito attorno a Bianchi e a Bose che si è recentemente acceso si mantenga nei limiti dell’urbanità e della serietà dottrinale, nella volontà di ricomporre le lacerazioni delle quali soffre il mondo cattolico. Di recente si sono presentate occasioni favorevoli per un serio confronto: il dibattito sui “castighi divini” a proposito di De Mattei, l’affare Castellucci, la discussione attorno a Celentano. Nascano da queste occasioni fenomeni di maturazione e di pacificazione e non l’esasperazione dei contrasti, dei quali siamo tutti stanchi e che non riflettono quella mutua carità che Cristo ha voluto per i suoi discepoli.

 

5 aprile 2012

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