Ci sono segni dei tempi e segni nei tempi. Non sembra anche a voi che questa accelerazione anomala del Polo Nord magnetico, questo suo distanziarsi dal Polo Nord vero fino a rischiare l’inversione dei poli, sia metafora ecclesiastica? L’idea – ammetto – non mi appartiene. È del monaco trappista Frater M. Louis O.C.R. (cistercensi riformati), al secolo Thomas Merton. Certo la pubblicistica, recente e passata, ne ha fatto una figurina Panini della chiesetta modernista con i tabernacoli reconditi e niente inginocchiatoi, un paladino del dialogo, del pacifismo, dell’ecumenismo e dei diritti (in)civili. Certo, nell’ultimo tratto della sua esistenza terrena, la gradazione alcolica dell’ubriacatura riformistica gli aveva dato un po’ alla testa (vogliono farcelo credere, perlomeno), l’aveva avvicinato e coinvolto in corbellerie come i cambiamenti liturgici, le prospettive interreligiose, la fede orientale, la trascendenza buddhista, lo zen. Ma il ritratto di chi pretende da lui appropriazione e approvazione a idee bislacche non corrisponde, come avviene frequentemente, alla realtà.

Nell’incontro e confronto di culture, fratel Louis sa dove dimora – solo e soltanto – la Verità, da che parte scorre la sorgente della Vita. In epoca di contestazioni, parla schiettamente di obbedienza, di stretta osservanza, di fedeltà alle rigide regole del suo ordine monastico. In stagione di opinioni personali, dice chiaramente che queste sono una deviazione dalla retta dottrina, che il cristianesimo non è un punto di vista filosofico tra i tanti. In anni di sfondamenti laicisti, dichiara apertamente che è un errore trasformare il religioso in “attivista, laico e antimistico”. In periodo di assemblearismo anarchico, condivide esplicitamente i confini, le norme, la disciplina che governano e rendono funzionante una comunità, dentro e fuori il monastero contemplativo.

Padre Louis muore a Bangkok il 10 dicembre 1968. Partecipa a un convegno su Marxismo e prospettive monastiche. Bella roba! Nella camera d’albergo resta fulminato da un ventilatore difettoso. Dovrebbe interpretare il segno e il simbolo chi legge Merton, oggi come ieri, soltanto per trovare puntello al vaticanosecondismo.

La montagna dalle sette balze resta un libro integralmente, profondamente cattolico. Intanto perché fu sollecitato, vagliato e corretto, cartella dattiloscritta dopo cartella dattiloscritta, da un Padre Abate scrupoloso che conosceva il cattolicesimo, lo viveva, non l’aveva rinnegato; fu permesso dai superiori e approvato dai censori della Trappa. Poi perché uscì nel 1950, a cataclisma non pervenuto. Dunque in queste pagine che narrano il percorso di una conversione, l’itinerario di un’anima dall’ateismo a Dio, si trovano appunto due capitoli intitolati Il nord magnetico e Il vero nord. Stanno nella Parte Terza del volume.

Nord reale – illustra Merton – sono Dio Padre, il figlio Gesù, lo Spirito Santo, la Vergine Madre, i Santi, la grazia santificante, la confessione, la comunione quotidiana, l’orazione… insomma, il patrimonio spirituale cattolico di sempre, preciso preciso, senza revisioni o trasformazioni. Anche “il Breviario e l’Ufficio Canonico”, cioè “la preghiera più potente ed efficace che mai potessi scegliere, perché sono la preghiera di tutta la Chiesa e concentrano tutta la forza di meditazione della Chiesa” (siamo prima del novecentocinquanta, ricordiamolo, ancora non c’è stata la ventata di autoproclamata novità del mirabolante CVII). Nord vero è soprattutto la Santa Messa, quella Messa, il “potentissimo Sacrificio della Messa, il gioiello di cui tutte le altre parti della Liturgia non formano che la cornice, l’anima che è la vita di tutta la Liturgia e di tutti i Sacramentali”.

Annota Merton: ecco, “guarda chi è Dio! Comprendi che cos’è la Messa! Guarda Cristo sulla Croce, guarda le Sue ferite, guarda le Sue mani lacerate, guarda come il Re della gloria è incoronato di spine! Tu sai che cos’è l’amore? Ecco l’Amore, qui sulla Croce, ecco l’Amore, che soffre quei chiodi, quelle spine, quella sferza di piombo, straziato, sanguinante fino a morte per la gente che non Lo conoscerà mai, che non penserà mai a Lui, che non ricorderà mai il Suo sacrificio”. E ancora: “guarda chi è Dio, guarda la gloria di Dio che sale verso di Lui da questo incomprensibile e infinito Sacrificio nel quale ha inizio e termine tutta la storia, hanno inizio e termine tutte le singole vite, nel quale tutto è detto, stabilito e concluso per la gioia o per il dolore: l’unico punto di riferimento per tutte le verità che sono fuori di Dio loro centro, loro fuoco: l’Amore”.

Ecco “l’Amore in questo calice pieno di Sangue, il Sacrificio, la Vittima”. Sta sempre lì. Non cercatelo nelle recentissime lezioni sulle letizie amorose o nei bagordi celebrativi carnevaleschi: non lo troverete.

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2 Responses to Ritrovare il vero Nord in una chiesa che ha perso la bussola –  Léon Bertoletti

  1. Non Metuens Verbum ha detto:

    Oggi domenica il Vangelo ci ricorda la Barca di San Pietro. Le barche hanno bisogno di bussola. Oggi la Barca di san Pietro ha un timoniere di nome Francesco, e di cognome Schettino.

  2. Peter Moscatelli ha detto:

    Schettino? “Qualcuno elegga un capitano che salga a bordo, cacchio!”

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