Accade a Reggio Emilia che il vescovo Massimo Camisasca faccia pubblicare sul giornale della Diocesi, La Libertà, una lettera pastorale a proposito della liturgia. Spinto, con tutta probabilità, da un fedele locale che ha scritto diverse mail alla curia mettendo in copia anche la Congregazione per il Culto Divino, Camisasca ha deciso di intervenire nel merito di alcuni abusi che si presenterebbero ogni domenica in diocesi durante la messa montiniana.

Sono a diretta conoscenza delle pressioni fatte da questo fedele, ma può farlo anche il lettore leggendo l’editoriale apparso pochi giorni fa sul sito de La Nuova Bussola Quotidiana, dove è citato espressamente questo particolare che, secondo l’editorialista, potrebbe aver spinto il vescovo ciellino a intervenire pubblicamente.

Ma veniamo ai fatti. L’articolo de La Nuova Bussola porta un titolo davvero interessante: «Finalmente un vescovo tuona contro le messe sacrileghe». Il nocciolo della questione sta nell’elogio al vescovo reggiano per aver detto due o tre ovvietà: per esempio, che il canone della nuova Messa non può essere detto dai laici perché renderebbe invalido il rito. Detto fatto: Camisasca santo subito. Dimenticate le veglie dei “cristiani LGBT” guidate dall’Eccellenza. Dimenticato il cerchiobottismo nei confronti del Gay Pride che si tenne a Reggio-Emilia. Dimenticate le sue visite a Casa Cervi. Dimenticata già, seppur recentissima, la presentazione del suo ultimo libro insieme a Romano Prodi.

Ma tant’è: il problema, qui, non è la cosa pur giusta – comunque secondo la sua visione modernista – che può aver detto Camisasca, quanto l’atteggiamento di tutto quell’ambiente conservatore – a cui il vescovo reggiano, in un certo senso, appartiene – che fa di tutto affinché tutti guardino il dito e non la luna.

Coloro i quali gridano, con notevole isteria, agli abusi della nuova messa, dovrebbero invece scandalizzarsi anche e soprattutto per la messa nuova in se stessa. Tutti quelli che si scandalizzano per l’annunciata riforma bergogliana, per il Padre Nostro cambiato e per la batteria di troppo in chiesa, sono inconsapevolmente figli di una riforma già avvenuta compiutamente e che ha posto tutti fuori dal recinto della liturgia cattolica di sempre.

Il problema principale, dunque, non è uno dei tanti abusi interni alla messa denunciati da una lettera pastorale che, proprio in quanto pastorale, non sarà comunque ascoltata da nessuno, ma la liturgia nuova, che è un abuso in se stessa, un ignobile e voluto avvicinamento al “credo” protestante.

L’ambiente conservatore che vuole “salvare la Messa” (nuova), dovrebbe ricordare che quest’ultima fu voluta da Annibale Bugnini, il più grande riformatore filo-protestante dell’ultimo secolo, per rispondere al «desiderio di scartare ogni pietra che potesse costituire anche solo l’ombra di un rischio di inciampo o di dispiacere per i fratelli separati» («La Documentation Catholique», n. 1445 (1965), col. 604.). A proposito della riforma liturgica di Paolo VI, Bugnini affermò anche, senza indugio, in una dichiarazione rilasciata alla stampa nel 1967, che si tratta «in certi punti, di una vera nuova creazione, dato che l’immagine della liturgia data dal Concilio Vaticano II è completamente differente da quella che la Chiesa cattolica ha avuto finora».

L’epilogo della palese protestantizzazione del nuovo rito lo si vide infatti con la famosa foto in cui Paolo VI, gaudente, si fece immortalare con i pastori protestanti che parteciparono ai lavori preparatori della nuova messa, per festeggiare la missione compiuta e voluta da prima del Concilio e alla quale Bugnini lavorava sin dal lontano 1944, quando chiese a Monsignor Arrigo Pintonello, Ordinario Militare per l’Italia, di tradurre numerosi testi della liturgia protestante tedesca.

Il movimento per il rinnovamento liturgico, però, avrebbe avuto poi bisogno del Concilio Ecumenico Vaticano II per giungere a compimento nella riforma di Paolo VI. Ecco dunque ripresentarsi il solito problema: il conservatorismo è molto peggio del progressismo. Pretendere di salvare la messa nuova dagli abusi è come pretendere di sconfiggere un tumore prendendo una tachipirina 500 senza tentare di estirpare il male alla radice.

Ma il conservatore è anche quello che, alla fine, forse rendendosi conto di essere troppo poco a destra, cerca di tirare la talare di chi è più a destra per portarlo verso il suo centrismo tiepido. Prendiamo ad esempio uno stralcio dell’articolo sopracitato della Nuova Bussola dove l’articolista, commentando le parole di chiusura della lettera di Camisasca, così scrive: «Parole certamente gravi, che arrivano a conclusione di un documento denso di riferimenti dottrinali sul significato, il valore e la sacralità della santa messa. Come ad esempio la Costituzione conciliare Sacrosantum Concilium della quale molti preti hanno letto probabilmente soltanto il cosiddetto spirito e non la sua lettera dato che in essa non vi si trova nessuna concessione alle arbitrarietà e agli abusi a cui poi nei successivi 50 anni abbiamo assistito e che – tanto per dirne una – venne firmata addirittura da monsignor Lefevbre».

Senza voler giudicare l’intenzione con cui lo si è voluto citare, bisogna dire però che tirare in ballo monsignor Marcel Lefebvre per via dei documenti firmati al Concilio senza precisare il contesto storico, banalizzando la faccenda in due righe senza tener conto di tutta la sua storia e del suo operato risulta, a voler essere clementi nel giudizio, quantomeno fuorviante.

Ma andiamo per gradi. Se, per assurdo, si volesse salvare la lettera della Sacrosanctum Concilium, bisognerebbe dire comunque che in tutto il Concilio e in tutti i suoi documenti, in particolare quelli che hanno avuto a che fare con la liturgia, si era già insidiato e preparato il veleno progressista e riformista dell’ambiguità, delle cose dette e non dette, fino ad arrivare ad alcuni documenti in cui la dottrina cattolica è stata, in maniera lampante ed evidente, irrimediabilmente stravolta.

In secondo luogo va detto che la disputatio sulle firme di monsignor Lefebvre ai documenti del Concilio è stata ampiamente spiegata nella biografia che monsignor Bernard Tissier de Mallerais ha dedicato al fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Proprio nei capitoli dedicati al Concilio e al ruolo di Lefebvre durante le sessioni, monsignor Tissier spiega bene quanto le sottoscrizioni ai documenti e agli schemi del Concilio fossero una pro-forma a cui tutti dovevano attenersi, e che non rappresentava per forza un’accettazione del documento in sé. Il Papa ci teneva al fatto che, una volta promulgati, venissero firmati anche da chi aveva eventualmente votato contro ad essi (come nel caso di monsignor Lefebvre che votò contro alla Gaudium et Spes e a Dignitatis Humanæ).

Questo semplicemente per dire che nonostante la firma posta alla Sacrosanctum Concilium – così come ad altri documenti – il vescovo francese iniziò subito a intravedere il germe dell’ambiguità modernista che ha portato alla riforma di Paolo VI, fino ad arrivare all’accusa del Concilio.

In una conferenza del 1976, ritornando sul Vaticano II, il fondatore della Fraternità San Pio X disse: «Non credo che duemilacinquecento vescovi si siano sbagliati. Evidentemente, penso che molti non si siano resi conto di quello che stava succedendo. Io stesso ho sottoscritto molti schemi del concilio, ma direi sotto la pressione morale del santo padre. Se il santo padre firma, mi sento moralmente obbligato a firmare. Ma la cosa fu fatta un po’ controvoglia»

È risaputo che, sin dalle prime battute del Concilio, Lefebvre si trovò insieme a molti altri, poi smarritisi per strada (tranne il gigante di Campos, monsignor De Castro Mayer), a doverne combattere il moto rivoluzionario che via via si manifestava, rompendo l’argine di quel timore reverenziale verso il Papa che in vescovi nati e formati ben prima della primavera sessantottina della Chiesa doveva rappresentare uno scoglio pressoché invalicabile.

Monsignor Lefebvre ebbe la lucidità e il coraggio per accorgersene quasi subito, fino a compiere la sua opera più grande: ordinare a Êcone i quattro vescovi per garantire la continuità della sua opposizione alla Roma modernista uscita dal Vaticano II. Tirarlo per la talare sulla firma apposta ed eventuali documenti del Concilio è come minimo capzioso se non si tengono in considerazione due elementi che vanno posti nel loro contesto storico e in successione cronologica: il primo è l’evento conciliare con la sua pressione sui vescovi che vi hanno partecipato, il secondo è l’enorme opera del vescovo francese per salvare il sacerdozio e la vera Messa, che segnò tutta la sua vita dopo il Concilio. Ricordare il primo e dimenticare il secondo è un pessimo servizio alla storia e, ancor di più, alla verità. Il fatto, poi, che col passare degli anni l’atteggiamento di Monsignor Lefebvre si rese necessariamente sempre più deciso, duro e intransigente dipende dal fatto che gli errori introdotti dai testi conciliari si facevano sempre più manifesti e devastanti.

Ecco perché i “tuoni” pastorali di Camisasca, a confronto dell’opera del vescovo francese per salvare il Sacrificio della Santa Messa, sono i “tuoni” più silenziosi e inutili che si potessero sentire.

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28 Responses to Salvare la Messa. Ma quale? – di Cristiano Lugli

  1. Annalisa Peracchio ha detto:

    Ottimo! Grazie

  2. robur ha detto:

    espressione,documentazione,argomentazione impeccabili:bravo

  3. gaetano ha detto:

    Resta comunque il fatto mons. Lefebvre firmò. In quell’ occasione non mostrandosi tanto coraggioso.
    Sulla nota di mons. Camisasca di può discutere quanto si vuole ; ma almeno ha sollevato il problema pubblicamente. Che poi i suoi sacerdoti non gli obbediscono è un altro paio di maniche.
    Forse il vescovo di Reggio avrebbe ottenuto migliori risultati con una “bolla imperativa ” ? Sarebbe stato contestato dalla maggioranza dei suoi preti, i quali avrebbero continuato a disobbedire. Come gl’ insegna il disobbediente per vocazione, il vescovo di Roma. E’ il clima diabolico a far paura. Invicinbile umanamente. Ci resta solo il pregare.

  4. Oswald Penguin Cobblepot ha detto:

    Il problema autentico, che il richiamo di mons. Camisasca mette involontariamente in luce, consiste proprio nel necessario richiamo che un presule è costretto a pronunciare contro gli abusi. Non solo siamo di fronte all’enormità di un membro del gregge che si appella al suo pastore (senza quelle reiterate lettere, monsignore sarebbe intervenuto?), ma addirittura è l’esistenza stessa degli abusi ad essere scandalosa. Troppi sacerdoti salgono sull’altare con la stessa forma mentale di un attore che deve dare la propria interpretazione al copione. Senza neppure avere l’umiltà di aderire alle formule di un rito che è stato già deciso perché valido così come è (indipendentemente dal giudizio sul N.O.). La deriva protestantoide della liturgia è molto avanzata, e lo si può vedere dal commento stesso della NBQ: “sacralità della santa messa”: quando si arriva a scrivere “messa” con la minuscola, c’è rimasto poco da fare. LJC da Gotham, il Pinguino.

  5. antonio diano ha detto:

    Era ora che qualcuno, e non solo i “soliti noti” sedevacantisti (come colui chi qui scrive, tale in punto di dottrina: cfr. Paolo IV)), si svegliasse e denunciasse la sostanza sacrilega della nuova pseudo-messa in sé. Altro che laici “consacranti” (non sarebbe un abuso, ma un vero sacrilegio, anche se la transustanziazione ovviamente non avrebbe luogo). Pensiamo invece agli pseudo-preti non validamente ordinati (insomma, non ordinati!) che “celebrano”, magari anche la Messa “buona” ma senza essere stati almeno ri-ordinati sub conditione! Ringrazio Lugli della precisazione. Quanto a Mons. Lefebvre, che lo scrivente ha avuto l’onore di conoscere personalmente, non mi allineo certo con chi lo denigra da parte conciliare, ben altro ci mancherebbe, e tuttavia – ex parte catholica – non si può assolutamente tacere sul fatto che egli considerava, al contempo, legittimo un papa che tale NON era (PVI e GPII, entrambi) invitando tuttavia a disobbedirgli. Posizione in tutto e per tutto non cattolica. E comportante in factis uno spirito scismatico.

  6. bbruno ha detto:

    Risposta: la Messa di san Pio V , celebrata da un sacerdote ordinato secondo la “Sacrametum Ordinis”, di Pio XII..

    [Le firme apposte ai documenti conciliari spiegate/giustificate come un pro-forma, perché il ‘papa’ ci teneva – e quale papa, mai ??? – squalificano doppiamente chi le ha apposto, credendo di salvarsi con quella furbatina del pro-forma… Se firmo firmo, quindi acconsento. Se firmo pro forma, per sottostare a un papa fasullo – massone giudaizzante e modernista e quindi non-papa – signifuca o che non ho le idee chiare o che ho paura o che faccio il doppio gioco].

  7. edoardo ha detto:

    Concordo. I conservatori hanno come obiettivo il male minore, e come sempre il male minore di oggi è peggiore del male minore di ieri. E alla fine si sveglieranno protestanti.

  8. angela ha detto:

    Ma se una cosa è sbagliata non si firma onde non farsi complici, non esiste alternativa, costi quello che costi, ma le ambiguità non sono solo una, nel caso, purtroppo.

  9. Monica ha detto:

    Io leggo l azione di Comisasca non comparandola ad altre fatte nella sua vita (giuste o sbagliate), o ad altre fatte da altre persone( giuste o sbagliate). Guardo alla singola azione. Questa azione é stata giusta e dovuta. Avrebbe potuto evitarla come diversi hanno fatto e fanno . Non lo ha fatto. Di questo ne ha merito. Di altre azioni forse non ne avrà merito, sarà giudicato da NS come tutti noi.

  10. bbruno ha detto:

    c’è la censura anche su un commento a un articolo di Cristiano Lugli, questi consenziente? Non ci posso credere!!
    Direi che anche la contestazione di Lefebvre era solo un “pro-forma”: valore ZERO!!

    • Redazione ha detto:

      Gentilissimo signor bbruno,
      questo suo commento arriva fuori tempo massimo, proprio qualche minuto dopo che il suo precedente è stato inserito. Come vede, nessuna censura, il ritardo sta solo nel fatto che la persona preposta a leggere i commenti, cioè il sottoscritto, non ha sempre il tempo e le forze per farlo.
      Sorvolo sul tono della sua lamentela. Quanto al merito, le posso dire che giudicare le intenzioni altrui, soprattutto se non si conoscono le persone interessate, è sempre temerario e, spesso, espone al rischio di cadere malamente fuori bersaglio.
      Distinti saluti
      alessandro gnocchi

      • bbruno ha detto:

        Grazie per avermi risposto. Non capisco il fuori tempo massimo: quando ho postato il mio commento non vedevo nessun altro commento all’articolo e non sapevo che ci fossero tempi contingentati.
        Chiedo scusa comunque dei cattivi pensieri sulle intenzioni della redazione e del bravissimo Cristiano Lugli.
        Quanto ai giudizi sulle intenzioni di personaggi come Lefebvre, passati come campioni della santa Tradizione, mi sono limitato solo a formulare un ventaglio di ipotesi: nessuna delle quali capace di giustificarli. Non mi risulta infatti che il Monsignore (et similes) abbiano dato prova (come altri qui hanno osservato) di grande lucidità e coraggio in quel momento, che ha segnato lo spartiacque tra la Chiesa e la setta clericale moderna. Certo che del senno di poi… e quel che segue, ma al concilio sedevano loro e se non sapevano quello che facevano… (per stare nella meno peggio delle ipotesi), non si può dire che siano stati una benendizione del cielo. Con stima immutata per il vostro lavoro.

      • Catholicus ha detto:

        Carissimo Gnocchi, è un piacere leggerla, temevo per la sua salute, che le auguro di recuperare pienamente e durevolmente, anche per il bene di tante anime che non hanno dove abbeverarsi di sana dottrina. Aspetto di leggere la sua prefazione al volume di Marco Manfredini sugli slogan strizzacervelli del clero modernista (il “Piccolo dizionario…” che non sono ancora riuscito a trovare, ma ci sono librerie che lo accettano?)

        • Redazione ha detto:

          Caro amico,
          grazie per la sua attenzione e per la stima. Forse dovrei dire per la sovrastima,e quindi ringrazio ancora di più. Quanto al resto, cerco sempre di spiegare ai medici che ciò che fa male al corpo fa bene all’anima e che la malattia, a prenderla per il verso giusto, è una gran medicina. Devo dire che non sempre la prendo volentieri, ma, insomma, la si manda giù.
          ag

  11. Hector Hammond ha detto:

    Sarà vero Papa solo chi reintrodurrà la Vera Messa e farà sparire l’obbrobrio protestante che va per la maggiore.

    • bbruno ha detto:

      d’accordissimo, Hecror: la Vera Messa , e, aggiungerei, il vero sacerdozio. Da non dimenticare che la distruzione della messa cattolica è stata preceduta dalla distruzione del sacerdozio cattolico: questo con il Pontificalis Romani del 1968, quella, con la Costituzione apostolica (!!!) Missale Romanum, del 1969. Il Massone Montini figurante papa voleva essere ben certo che, per una via o per l’ altra , se non per ambedue insieme, la messa cattolica fosse morta e sepolta.

    • jb Mirabile-caruso ha detto:

      H. Hammond: “Sarà vero Papa solo chi
      ………………….reintrodurrà la Vera Messa…”.

      Sarà vero Papa Chi dichiarerà al mondo la totale e assoluta estraneità della Chiesa cattolica con qualsiasi cosa detta o fatta da chicchessia dall’elezione di Roncalli fino all’attimo prima della Sua elezione.

      È un fatto storicamente vero, infatti, che la Chiesa subisce dal Conclave del 1958 fino ai nostri giorni una invasione ed occupazione da parte di Suoi nemici storici con il preciso proposito di ingannare il mondo ascrivendo ad Essa fatti e pronunciamenti che Suoi non sono mai stati!

  12. Paolo ha detto:

    Senza Monsignor Lefebvre niente fraternità San Pio X, né Ecclesia Dei (R.I.P.), né Istituto Mater Boni Consilii,
    né Most Holy Trinity Seminary , né alcun Vetus Ordo Missae sulla Terra, insomma niente di niente.
    Non dimentichiamolo, quando ci viene voglia di criticare questo EROE.

    • bbruno ha detto:

      Eroe se si fosse alzato è avesse ribaltato o il tavolo al quale sedeva, che lui con quella congrega, di lestofanti e di conigli, non aveva nulla da spartire… (ma già, era pur Cameriere del Santo Padre!)

  13. Giovanni C ha detto:

    Mah, io rimango un po’ perplesso su questo articolo. I lettori della bussola quotidiana penso che frequentino in massima parte la liturgia post-conciliare e l’articolo plaudeva al fatto che un vescovo richiamasse al rigore del rispetto integrale della liturgia a fronte di evidenti abusi. Il fatto che il vescovo in questione sia incoerente su altri fatti, giustamente stigmatizzati da Cristiano Lugli, non sminuisce il richiamo al rigore sulla liturgia. Che poi mons. Lefevre abbia firmato la sacrosantum concilium, se è vero, non aggiunge nè toglie nulla al sopracitato richiamo. Io sono nato negli anni del concilio, per me la liturgia è sempre stata quella postconciliare che ho sempre trovato (grazie fortunatamente a sacerdoti degni) molto ricca. Non ho difficoltá a riconoscere che la liturgia preconciliare possa essere ancora più ricca, ma qui non si tratta di una gara. Il mio primo parroco, morto a 95 anni e sicuramente santo, ha celebrato messe in rito antico e in rito post-conciliare. La partecipazione e la commozione che manifestava nel recitare le formule della (continua)

  14. Giovanni C ha detto:

    (continuazione) La partecipazione e la commozione che manifestava nel recitare le formule della consacrazione, della preghiera eucaristica e in generale i vari momenti della messa erano veramente edificanti. Non riesco a capire per quale motivo chi trova più completezza ed edificazione nella liturgia preconciliare debba denigrare o squalificare la liturgia postconciliare e viceversa. Io sono contento se gli autori e molti frequentatori di questo sito partecipano con profitto spirituale alla messa di sempre. Costoro riescono a concepire che ci può essere qualche fratello nella fede che possa trovare altrettanto beneficio spirituale partecipando alla messa di Paolo VI?

  15. jb Mirabile-caruso ha detto:

    A. Bugnini: “in certi punti” – riferendosi alla Messa Novus Ordo –
    ……………..[si tratta] “di una vera nuova creazione, dato che
    ……………..l’immagine della liturgia data dal Concilio Vaticano II
    ……………..è completamente differente da quella che la Chiesa
    ……………..cattolica ha avuto finora”.

    Beh, ci avviene di domandarci cosa accadesse, dal 1967 in avanti, al Cardinalato cattolico per restare del tutto silente di fronte a questa dichiarazione di Bugnini la cui chiarezza sa quasi di provocazione.

    A pensarci bene, ci avviene di collegare questo stranissimo silenzio del Cardinalato a quanto era ad esso accaduto – nove anni prima – entro i muri del Conclave del 1958. Ovviamente, tutto rimane segreto come da precise regole canoniche, ma una domanda ci travaglia: che il silenzio dei nostri cari Cardinali alla provocazione di Bugnini non fosse, per caso, la diretta consequenza di un evento inconfessabile avvenuto a quel Conclave?

    E che Bugnini sapesse bene di potersi permettere la provocazione senza correre il rischio della reazione?

  16. jb Mirabile-caruso ha detto:

    Mons. Lefebvre: “Io stesso ho sottoscritto molti schemi del
    …………………….concilio, ma direi sotto la pressione morale
    …………………….del santo padre”.

    Attenzione: del ‘santo padre’ – Montini nella fattispecie, ma anche Vojtyla – che Lui CREDEVA “non essere cattolici”. Questa era la Verità che Lui continuamente condivideva in privato ed anche in pubblico diciamo non molto allargato.

    Questo è stato il grande – e gravissimo – errore del nostro altrimenti caro Lefebvre: credere di essere di fronte ad un ‘papa non cattolico’ e chiamarlo, al contempo, “Sua Santità”. Non solo, ma giustificava questa Sua gravissima contraddizione chiamando in causa la “Prudenza” che, in verità prudenza non era ma solo la Sua inadeguata determinazione a rimanere saldamente ancorato alla Verità a prescindere. Come avrebbe dovuto!

    Lo scenario della Sua dovuta coerenza era molto arduo: in primis si profilava l’inevitabile accettazione che la Sede era vacante, a cui inesorabilmente seguiva la realizzazione che la Chiesa era rimasta priva di Papa… segue…

  17. jb Mirabile-caruso ha detto:

    … a cui seguiva poi a ruota la necessità di chiamare il Cardinalato all’azione di provvedere a ridare alla Chiesa il Suo Papa, quel Cardinalato che Lui di certo sapeva per nulla disponibile ad accogliere una simile chiamata per via del fatto che il prezzo dell’accettazione equivaleva a scoprire l’inconfessabile che era avvenuto al Conclave del 1958.

    Il prezzo di rimanere ancorato alla Verità era troppo alto per il nostro Lefebvre: meglio sarebbe stato dedicarsi a fondare una Fraternità che si dedicasse alla formazione tradizionale di nuovi Sacerdoti e rimanesse legata alla liturgia della Chiesa cattolica di sempre.

    Ma questa Fraternità su quali fondamenta sarebbe stata costruita? Questa è la risposta: sulle sabbie mobili della Verità tradita! Per ventiquattro anni dopo la Sua dipartita, i Suoi Successori avrebbero continuato a fare la spola con la Santa Sede per incontrare papi non cattolici a cui chiedere, quasi elemosinare, il riconoscimento ufficiale della loro Fraternità.

    Mai spettacolo più pietoso ed insieme più ridicolo fu mai visto!

  18. antico ha detto:

    Buonasera. Nel suo libro “Accuso il Concilio” , Monsignore spiega in maniera esaustiva ed inequivocabile il perché abbia firmato i documenti e porta alla luce tutte le perplessità e le contestazioni che, coraggiosamente, espresse durante e dopo il Concilio stesso.
    Un testo chiaro e senza ombre.
    Siano lodati Gesù e Maria.

    • bbruno ha detto:

      “chiaro e senz’ ombra ” se avesse fatto volare quei documenti sotto il naso di quel papa, che NON poteva , NON DOVEVA , cattolicamente parlando, secondo la Tradizione, considerare papa! Le ragioni portate sono pietose : il nostro parlare ( e presumo anche il nostro agire ) deve essere secondo un sì e un no chiari e senz’ ombra. Dispiace, ma la logica e la fede cattolica, non consentono arrampicamenti sugli specchi. ( Mi trattengo dal formulare sospetti, che avrebbero a che fare con cattivi pensieri…)

    • antonio diano ha detto:

      Infatti, antico, la questione delle firme è un po’ speciosa. Il problema vero, come ho detto supra, è la posizione (folle, invero) pubblica (quindi “ufficiale”) di Mons. sull’autorità. E ciò nonostante la stima, per molti versi meritata, che si può avere nei suoi confronti.

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