L’articolo pubblicato il 21 giugno su Riscossa Cristiana ha avuto un interessante riscontro da parte di molti lettori. Desidero riprendere alcuni aspetti del discorso.

Anzitutto una doverosa precisazione: un lettore mi segnala che ho impropriamente parlato di “tre vicerettori condannati”  in diocesi di Brescia. L’anonimo utente, evidentemente infervorato difensore delle politiche diocesane bresciane, mi segnala che uno dei tre citati ha invece patteggiato e che quindi non si può parlare di vera e propria condanna (Qui per approfondimenti).  Insomma: il fattaccio c’è stato, ma quel che importa è la terminologia corretta. E che diamine.

La cappella di un seminario italiano in abbandono

 

Un altro commentatore molto più costruttivamente mi segnala invece l’esistenza di un blog denominato “il corpo sociale”, che potete trovare qui. Devo ammettere di aver letto tutti gli articoli pubblicati dall’inizio alla fine in un paio di giorni. Imperdibile. Non sono riuscito purtroppo a mettermi in contatto con l’autore (o meglio gli autori) di questo geniale zibaldone di orrori avvenuti nelle mura di seminari o conventi. I fatti narrati (con uno stile davvero gustoso) sono certamente tutti avvenuti: chiunque abbia dimestichezza con l’ambiente non può non essersi imbattuto almeno una volta in una situazione di quelle descritte. Cito per voi lettori di Riscossa alcuni passaggi che ritengo notevoli:

“Se non sei il tipico pagliaccetto da parrocchia, con la vocazione a fare stupide riunioni, patetiche omelie, ridicoli distinguo, a esternare ammirazione per islamici, ebrei, protestanti, gay, atei e massoni, a ridurre il tuo ministero a buonismo inoffensivo e compatibile con l’andazzo generale, a ossessionarti di non offendere il mondo, nelle diocesi non c’è spazio per te. Vattene. […] E se c’è il minimo sospetto che ti piaccia la talare, che non disprezzi il latino, o che addirittura ti va a genio qualche Messa tridentina, vattene. Ti diranno che esistono istituti appositi, vattene da loro (se proprio non vuoi andare da scismatici, sedevacantisti, antipapi). Naturalmente sono tutti francesi, anche quelli geograficamente in territorio italiano. Gestiti da francesi, vi si parla francese, vi vige la proverbiale spocchia francese che considera gli italiani mammoni, mangioni, poltroni, vergognosamente insensibili ai reali di Francia, convinti della loro vocazione, addirittura (scandaloso!) un po’ desiderosi di vivere il sacerdozio in patria”

“L’arma più terribile contro ogni seminarista è la relazione di fine anno, compilata dalla così detta equipe formativa (composta dai preti animatori e dal rettore del seminario) e inviata al vescovo senza che il seminarista ne conosca i contenuti (a meno che non sia un notorio leccapiedi della summenzionata equipe al punto da farsi anticipare i contenuti). Il vescovo, naturalmente, se la leggerà estraendone solo i punti negativi da rinfacciare al malcapitato seminarista.”

“Verso il quarto anno di seminario il rettore e la sua cricca, avendo difficoltà a trovare scuse per scacciarmi, decisero di noleggiare una psicologa. Lo scopo evidente era quello di rintracciare qualche miserabile pelo nell’uovo per costruire un impianto accusatorio tale da togliermi dalle balle. Per quanto può sembrare incredibile ai non addetti ai lavori, i preti – e specialmente i formatori di seminario – sono abilissimi nell’arte del costruire impianti accusatori campati totalmente in aria. Vi si impegnano per tempi anche molto lunghi, con un accanimento degno di miglior causa, a costo di coinvolgere numerose persone, a costo di far notare che lo stesso metodo condannerebbe ben altri.”

“Non mi illudo certo che la buona volontà mi avrebbe fatto evitare danni una volta giunto al sacerdozio. Ma ciò che mi aspettavo dalla vita sacerdotale era drammaticamente diverso da ciò che si aspettavano i miei compagni di corso. Per i quali, senza mezzi termini, la prima ambizione era rimediare un incarico da parroco, cioè un distributore di prediche stipendiato dalla curia, con entrate economiche supplementari dalle offerte per i sacramenti, e con un piccolo regno (la parrocchia) su cui spadroneggiare. Dopo un certo numero di anni, magari, accedere a qualche incarico importante con supplemento di stipendio e forse pure un titolo da monsignore, e per i più ambiziosi (cioè almeno metà dei compagni di seminario) pure l’episcopato. Le anime, cioè le pecorelle da pascere, c’entrano solo come consistenza numerica del proprio successo, solo come parco buoi che volontariamente sgancia qualche soldino. E le anime del purgatorio – quelle per le quali mi capitava quel sogno ricorrente – sono al massimo l’etichetta in nome della quale aspettarsi il pagamento per le intenzioni a tariffa standard.”

“Per chi ancora non lo avesse capito, da tantissimi anni sono convinto di essere chiamato al sacerdozio ma sono stato ripetutamente bocciato da una masnada di frocioni. Eh, sì, perché la pia credenza che uno chiamato al sacerdozio prima o poi per intervento divino vi acceda è contraddetta da quel passo del Vangelo in cui gli apostoli gonfi di sé scacciarono via uno che esorcizzava efficacemente ma non apparteneva al loro club. Vennero rampognati da Nostro Signore, ma ormai il precedente l’avevano creato. Ho una vasta collezione di “non posso aiutarti”, “non possiamo prenderti”, “non devi rivolgerti a me”, “vedremo cosa si può fare”, “qui non prendiamo seminaristi già adulti o mandati via da altre diocesi”, ecc., in tutte le salse.”

***

Questi stralci sono giusto un aperitivo. Al di là dello stile piacevole resta la malinconica presa di coscienza che è tutta realtà. Tutta sofferenza. Non riguarda solo pochi casi. In molti mi hanno scritto condividendo i pensieri dello scorso articolo perché hanno potuto vivere in prima persona le atrocità descritte. Mi ha davvero stupito constatare quante vocazioni abbiano vissuto queste situazioni e quante non sono riuscite ad arrivare al sacerdozio.

Alcuni hanno sottolineato come il coinvolgimento personale sia d’ostacolo per un’attenta e lucida analisi della situazione, una specie di lutto irrisolto che genera solo veleni. Sono confuso: se uno ne parla da fuori non ha competenze perché non conosce, se uno ne parla da dentro è troppo coinvolto. Sarà che ne debbano parlare solamente i funzionari ecclesiali che dicano i soliti quattro slogan rassicuranti?

I temi trattati nel citato blog sono numerosi e meritano un’ulteriore approfondimento:

-arbitrarietà del percorso formativo. Come già ho avuto modo di sottolineare nel precedente articolo, il seminarista affida il suo percorso all’arbitrarietà dei formatori e/o del vescovo diocesano. Non esistono tutele per abusi, non esistono appelli. Non essendoci garanzie dal diritto ecclesiale, gli abusi sono all’ordine del giorno, specialmente in questi tempi dove tutta la Chiesa è una specie di stato di polizia. Basta un sospetto, una mezza parola calunniosa oppure semplicemente l’antipatia di chi esercita il potere e… il cammino finisce lì. Questo tritacarne funziona ogni giorno a pieno regime e distrugge tantissime vocazioni non affini al potere. Poco importa se siano affini a Cristo e al suo disegno sulla vita di ciascun uomo.

-l’impossibilità di appello. Ammettendo di aver avuto anche solo un intoppo in un seminario o in una diocesi particolare, è praticamente impossibile continuare il percorso altrove. Il raffinato sistema di lettere, relazioni e delazioni dall’alto e dal basso non permette nemmeno di rifarsi una vita a centinaia di chilometri. Il tutto viene incipriato con le solite spiritualate atee del tipo “è la volontà di Dio”; “Se Dio ti vuole prete ce la farai”. Sottointeso: se Dio ti vuole prete se la deve vedere con noi. Una curiosità: con le leggi vigenti un Santo come Luigi Orione al giorno d’oggi avrebbe avuto una vita del tutto diversa, essendo dapprima entrato nella famiglia francescana da cui è stato dimesso, poi allievo di don Bosco a Valdocco e infine seminarista a Tortona. Non contento fondò la sua famiglia religiosa. Al giorno d’oggi una qualunque psicologa stipendiata dall’otto per mille direbbe che il seminarista Luigi Orione sarebbe una personalità fragile che cerca conforto nelle identità forti e che quindi non è adatto al ministero. Con buona pace del “San” che fortunatamente lui porta davanti al nome di battesimo.

-l’insufficienza delle proposte tradizionali. Sono d’accordo con l’anonimo blogger. Proposte tradizionali in Italia non ce ne sono, sebbene ci siano sedi italiane di istituti tradizionali. La mentalità è però sempre franco-centrica e questo è già un notevole ostacolo, anche partendo dalla lingua utilizzata comunemente (si, anche in Italia). Onore al merito ai tanti giovani italiani diventati sacerdoti nella FSSPX, nella FSSP, nell’IBP o nell’ICRSS, ma queste realtà, con buona pace di tutti i loro fans, non sono in grado di rispondere all’emergenza vocazionale italiana, tant’è che la maggioranza dei loro aderenti sono francofoni (o americani, avendo alcuni seminari anche negli USA). Se nel deserto francese è più facile inserire una realtà tradizionale autonoma, in Italia è ancora un sogno irraggiungibile. I vescovi italiani sanno perfettamente che qualora aprisse un seminario tradizionale italiano sul patrio suolo, sarebbe il primo per numero di alunni. Un errore che vanificherebbe anni e anni di fatiche nel debellare le erbacce cattive nelle loro diocesi.

Abituati ormai da tempo ad arrangiarci nella chiesa post-rivoluzionaria mezza in macerie e mezza bruciante, ci si può chiedere cosa fare. In questo ambito la risposta è sconfortante, perché di concreto non si può mettere mano ad alcuna strategia. I seminaristi hanno bisogno di un vescovo per essere ordinati: l’impegno di mille laici non può supplire a questo. Si può dimostrare sostegno morale e materiale a queste vocazioni distrutte, ma niente più. Servirebbe un appello a vescovi coraggiosi che abbiano la convinzione di fare per la Chiesa una nuova operazione sopravvivenza, ma dubito fortemente che Riscossa Cristiana annoveri prelati tra i suoi lettori. Intanto un po’ di consapevolezza su questo retroscena sempre poco illuminato è già un primo passo:

“Se sul Titanic che affonda vedete uno lamentarsi della polvere sugli oblò e sgridare l’addetto alle pulizie di procedere immediatamente a spolverare, ebbene, avete identificato sia il cappellano della nave che il seminarista condannato a non diventare mai prete.”

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14 Responses to Seminario diocesano, un Titanic senza neppure l’orchestrina – di Andrea Maccabiani

  1. Giorgio ha detto:

    Se si trova una strada alternativa e regolare (ordine religioso, fraternità di qualche tipo, eccetera), e si può aiutare in qualche modo (oltre che con la preghiera), per favore fatelo sapere. In modo che si possa contribuire ad avere santi sacerdoti. Giorgio

  2. Gianni ha detto:

    Davvero tante sciocchezze. Sono le solite generalizzazioni che sono vere solo in parte. Nel nostro seminario mai visto nulla di simile. Certo che, se si vuole infangare ulteriormente il volto della Chiesa e ridurre ancora di più la fiducia nei propri sacerdoti, allora questo articolo è perfettamente riuscito.

  3. Marisa ha detto:

    Per me è necessaria, per un studio degno di questo nome del reale clima che vige nei seminari in genere, la testimonianza di chi in questa realtà ci è vissuto uscendone prete, sia in epoca di preconcilio (sono ancora vivi) sia invece in postconcilio: è cambiato qualcosa? Se sì, in meglio o in peggio? E come?
    E poiché la cifra di tanti consacrati è la PAURA di esporsi – oggi più che mai ma anche prima – io pubblicherei un recapito POSTALE, di Riscossa Cristiana o di Andrea Maccabiani, a cui chi volesse fare un dono alla Verità potrebbe spedire delle lettere anche anonime (a mali estremi, estremi rimedi) sia quanto al mittente quanto verso eventualmente i personaggi citati.
    Questo anche per agevolare quei preti che non smanettano con le diavolerie informatiche.
    Con l’occasione:
    – ho consultato il blog ‘ilcorposociale’: pur essendo indicativo di una realtà, per me è troppo scarno per poter essere citato con serietà.

  4. Alby ha detto:

    Rispondo a Gianni. Credo tu sia un sacerdote o fai parte di una equipe formativa di seminario, purtroppo devo dirti che quanto descritto nell’articolo, in massima parte, corrisponde al vero
    provengo da un’esperienza religiosa che mi ha letteralmente frustrato e ho capito che solo chi lecca piedi, con i danni che poi hanno fatto sono andati avanti. Un caso fra tutti Uno con licenza media dopo aver frequentato la facoltà di Capodimonte come studente uditore, (non aveva i requisiti) è arrivato a sacerdozio con tutti i danni che ha fatto poi. in certi seminari o case religiose, quando il vento spira tutte le canne devono piegarsi dalla stessa parte e così si va avanti. se una canna reste ecco che si viene accusati di disobbedienza, di inadeguatezza malgrado sono stato ammesso per tre volte alla professione solenne con il volto positivo e unanime della comunità e con voto delliberativo del consiglio, il Priore provinciale rimandava sempre al data solo perché non mi sono piegato a certe a certe situazioni a lui e al suo seguito confacenti. Alla fine ho mandato tutti a quel paese.

  5. nemo ha detto:

    Ci voleva proprio la prosecuzione dell’articolo di giugno, visto l’incontenibile interesse dei lettori (meno di 25 commenti, ovvero il numero dei vostri lettori calcolato per eccesso).
    Primum, in merito al patteggiamento: non si parla di ammissione di responsabilità, ma di accordo tra le parti (vedasi Cassazione sent. n. 27071/13 del 3.12.2013). Certamente non di condanna. Non bisogna essere “infervorati difensori”: basta non essere ignoranti che mettono mano alla tastiera senza sapere un emerito accidente di ciò che dicono. Peraltro il link proposto rimanda ad un altro sito appartenente alla stessa cloaca in cui galleggia anche questo: ottima fonte di informazioni, oserei dire scientificamente irreprensibile.
    Il resto dell’articolo è pura spazzatura.
    Se volete il vero dibattito, pubblicate questo,…

    • Redazione ha detto:

      A proposito di omissioni, le segnalo che ha omesso nuovamente di indicare nome, cognome e indirizzo mail valido, condizioni essenziali per poter intrattenere un dibattito onesto e virile. A meno che l’abitudine di restare nascosto sia così radicata da essere stata appresa negli anni della formazione, magari proprio in seminario, chissà. In quel caso allora ha implicitamente confermato alcune suggestioni esposte in questi articoli, che mi spiace non abbia apprezzato. Cordialità. A.M.

    • Redazione ha detto:

      A proposito della questione che pone:

      https://www.studiocataldi.it/articoli/26261-l-efficacia-della-sentenza-di-patteggiamento.asp

      L’avvocato Di Marco così espone:

      Secondo la Suprema Corte, infatti, anche se la sentenza di patteggiamento non contiene un accertamento circa la responsabilità del fatto di reato e non può ritenersi sentenza in grado di fare stato nel giudizio civile, non può tuttavia escludersi che la stessa contiene pur sempre un’ipotesi di responsabilità e implica il riconoscimento del fatto-reato.
      Pertanto potrà essere utilizzata quale mezzo probatorio da parte del giudice civile al fine di definire l’eventuale responsabilità civile del reo.

    • Annalisa ha detto:

      Egregio signor “Nessuno”, l’interesse dei lettori non si misura solo dai commenti. Ad esempio io leggo e apprezzo molti articoli qui pubblicati ma non commento quasi mai, e così moltissime persone che conosco. Peraltro il suo commento, ammesso e non concesso che abbia un qualche fondamento giuridico, appare nel contesto di questi due articoli come la classica “foglia di fico”. Per coprire le oscene nudità qui esposte ci vorrebbe ben altro.

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