Da sempre accompagna in quasi tutte le avventure il suo amico Tex: è inconfondibile con il suo pizzetto e l’abbigliamento sfrangiato da trapper: è Kit Carson, la spalla che ogni eroe che si rispetti deve avere. Non c’è Holmes senza Watson, non c’è Padre Brown senza Flambeau, non c’è Tex Willer senza Kit Carson. Ma se il cowboy con la camicia gialla è un frutto di immaginazione, il suo pard invece si ispira ad un personaggio realmente esistito. Insieme a Buffalo Bill (che un po’ gli assomiglia anche fisicamente) Carson fu uno dei protagonisti della avventura della Frontiera, della conquista del West. Il Carson reale non fu esattamente il simpatico vecchietto che abbiamo imparato a conoscere sugli albi Bonelli: fu un avventuriero, un uccisore di indiani, per lo meno di sesso maschile, visto che le sue due prime mogli erano una Arapaho e una Cheyenne. La sua famiglia era originaria dell’Ulster: era un calvinista, che infine si convertì al cattolicesimo per poter sposare la sua terza (ed ultima) moglie, che era una messicana devota cattolica. Carson aveva combattuto anche i messicani, ed evidentemente impalmare le donne dei nemici era per lui una via di riconciliazione. Oggi si direbbe che costruiva ponti, e non muri. Divenne cattolico, dopo essere stato un ardente massone. Insomma, fu un uomo dalla vita avventurosa, e con un percorso esistenziale non proprio lineare. Christopher “Kit” Carson Era nato il 24 dicembre 1809 a Richmond, Kentucky, e morì a soli 58 anni nel Colorado.   Fu  guida, agente indiano, cacciatore di pelli, ufficiale dell’esercito degli Stati Uniti, conosciuto per aver aperto il Far West a nuovi insediamenti, alle spese dei nativi americani.  Carson divenne una leggenda vivente, e la stampa statunitense si occupò di lui, spesso enfatizzando ed esagerando le sue imprese. Facendo dunque la tara a tale retorica, le fonti sono abbastanza concordi nel descriverlo come dotato di grande coraggio, abilità di combattimento e  tenacia di carattere. Era scappato di casa a sedici anni per diventare un trapper. Si spinse in spedizioni sulle Montagne Rocciose e nella California messicana.  Nel 1840 fu assunto come guida da John C. Frémont. Le spedizioni di Frémont coprivano gran parte della California, dell’Oregon e dell’area del Grande Bacino, e avevano il compito di assistere e incoraggiare i pionieri americani orientati verso ovest. Carson raggiunse la fama nazionale attraverso i resoconti di Frémont delle sue spedizioni. Sotto il comando di Frémont, Carson partecipò alla conquista della California messicana all’inizio della guerra messicana-americana. Più tardi nella guerra, Carson fu uno scout e un corriere, celebrato per la sua missione di salvataggio dopo la Battaglia di San Pasqual e per il suo viaggio da costa a costa dalla California a Washington, DC per fornire notizie del conflitto in California al governo degli Stati Uniti . Nel 1850 fu nominato agente indiano per gli indiani Ute e Apaches.

Quando scoppiò la Guerra Civile, Carson- pur essendo un uomo del Sud, si schierò con i Nordisti.  Arruolò e guidò un reggimento di volontari per lo più ispanici provenienti dal New Mexico. Quando terminò la Guerra di Secessione, Carson tornò a occuparsi degli Indiani, e guidò le forze che soppressero i Navajo, gli Apache Mescalero e le popolazioni Kiowa e Comanche distruggendo le loro fonti alimentari.

Carson fu premiato ottenendo il grado di generale di brigata e prese il comando di Fort Garland, in Colorado. Vi rimase solo per un breve periodo: la cattiva salute lo costrinse a ritirarsi dalla vita militare. Morì a Fort Lyon, in Colorado, per un aneurisma aortico il 23 maggio 1868.

Come si può intuire da questa sintetica ricostruzione biografica, la figura di Carson in versione bonelliana è stata decisamente edulcorata. A parte gli anacronismi sui tempi, visto che il trapper era morto prima dei sessant’anni e nel 1868- mentre le avventure di Tex sono piuttosto lontane dai drammatici avvenimenti della Guerra Civile, molti degli aspetti controversi di questo avventuriero sono stati taciuti.

Un ritratto molto più veritiero e interessante di Carson viene invece da un romanzo, che può essere considerato il più bel romanzo sull’America cattolica. Curiosamente ne fu autrice una scrittrice di fede protestante, ma fortemente affascinata dal Cattolicesimo, del quale scrisse in modo commoventemente apologetico.  Si trattava di Willa Sibert Cather, nata nel 1873 e morta a New York nel 1947. è stata una scrittrice statunitense. Raffinata intellettuale, che aveva soggiornato a lungo in Francia, critica teatrale, La Cather fu fondamentalmente una scrittrice legata alla tradizione e quindi i suoi testi apparvero già “classici” presso i suoi contemporanei, e si caratterizzarono per lo stile grave, ma tranquillo e per il richiamo nostalgico di un tempo “virgiliano”. I suoi romanzi parlano dei Pionieri, dell’esistenza impegnativa e semplice dei contadini svedesi, polacchi e boemi emigrati negli Stati Uniti e residenti nelle praterie del West.

Il suo capolavoro fu La morte viene per l’arcivescovo.  E’ la storia di padre Jean Marie Latour, un missionario di origini francesi che viene  nominato vicario apostolico del New Mexico nel 1851, dopo l’annessione di questo agli Stati Uniti. La situazione nello Stato è preoccupante: le tribù indiane e i nativi messicani cercano in ogni modo di restare aggrappati alla fede cattolica, nonostante lo stato di abbandono di quella terra, in precedenza dimenticata dalle stesse gerarchie vaticane. Il New Mexico, evangelizzato nel quindicesimo secolo dai padri francescani, era stato di fatto abbandonato al suo destino per quasi trecento anni. Nel romanzo vediamo le vecchie chiese di missione in rovina, e i pochi preti rimasti senza guida né disciplina. Un compito difficile attende Jean Marie Latour. Lui, però, non è un prete come tanti altri, e lo si capisce subito. La sua testa eretta non è quella di un uomo comune. I suoi modi, persino quando cavalca solitario nel deserto, sono quelli di chi riserva sempre una certa cortesia a se stesso e al creato che lo circonda. Costretto a scontrarsi contro i propri limiti, a cercare la fiducia delle tribù indiane perseguitate dai bianchi, a fare i conti con sacerdoti immorali, il vescovo Latour ha modo anche di incontrare Kit Carson e di predicare la buona novella anche all’avventuriero già calvinista e massone. E’ un romanzo avventuroso, ma anche un itinerario nella Fede, attraverso una figura straordinaria di Vescovo di cui gli Stati Uniti di oggi avrebbero un gran bisogno. Ci mostra una Chiesa missionaria che non ha paura di affrontare i rischi  del confermare i fratelli nella Fede, di denunciare gli errori, predicare il Vangelo di Gesù Cristo, e il coraggio di un sacerdote che non ha paura di confrontarsi con un filibustiere come Carson per  rendere testimonianza alla Verità.

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One Response to SPECIALE DOMENICA DI RISCOSSA – La vera storia di Kit Carson – di Paolo Gulisano

  1. Diegoarmando ha detto:

    Si, sono d’accordo con Lei Gulisano.
    Almeno fossimo [quelli che vanno a messa intendo] capaci di fare un discorso laico.
    Pensi Lei se allo stato attuale c’è chi sa la differenza tra religiosità (più o meno naturale) e fede !
    Buon lavoro.

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