Nel 2018 ricorrono il centodecimo anniversario della nascita e il cinquantesimo della morte di Giovannino Guareschi (Primo maggio 1908 – 22 luglio 1968). Riscossa Cristiana gli dedica queste due giornate nella certezza un cristiano della sua razza abbia ancora tanto da dire alle persone di buona volontà in tempi così difficili.

 

 

Capita con una certa ricorrenza di imbattersi in un singolare accostamento, secondo il quale tra Papa Francesco e Don Camillo vi sarebbe una certa continuità. Lo si può leggere in alcuni blog, come quello di Aleteia[1], Acistampa[2] o dei Papaboys 3.0[3], dove viene citato il saggio di Egidio Bandini (che pure dovrebbe conoscere bene l’opera e il pensiero di Guareschi) titolato Don Camillo, un pastore con lodore delle pecore (Ancora editrice) volto a dimostrare questa comunanza. Lo stesso Pontefice a più riprese ha fornito materiale per alimentare quello che a noi pare un clamoroso equivoco:

Mi colpisce come nelle storie di Guareschi, la preghiera di un buon parroco si unisca alla evidente vicinanza con la gente. Di sé don Camillo diceva: “Sono un povero prete di campagna, che conosce i suoi parrocchiani uno ad uno, che ne sa i dolori e le gioie, che soffre e sa ridere con loro.” Vicinanza alla gente e preghiera sono la chiave per vivere un umanesimo cristiano popolare.[4]

Nel cinquantesimo anniversario della morte dell’autore, vorremmo puntualizzare alcuni aspetti, per evitare che la sua opera venga travisata ed utilizzata strumentalmente proprio dagli eredi diretti di coloro che Giovannino avversava.

Vediamo perciò da vicino queste presunte “somiglianze”.

 

Dialogo

Francesco è il Papa del dialogo a tutti i costi e con chiunque: con le false religioni, con gli atei, coi terroristi, con gli idolatri e gli egolatri. Un dialogo che non è più solo un mezzo ma pare il fine supremo di questo pontificato. Anche don Camillo, a modo suo, praticava il dialogo: lo faceva a suon di pali di gaggìa, di panche sulla schiena, di martelli roteanti, di tegole volanti, di doppiette staccate con destrezza dal muro al momento del bisogno, cioè quando c’era da mettere in fuga quei miscredenti dei comunisti.

Per don Camillo

Litigare è l’unico dialogo possibile coi comunisti. Dopo vent’anni di litigi, qui siamo ancora tutti vivi: non vedo migliore coesistenza di questa.[5]

Ora che i ‘comunisti’ non ci sono più, e che la situazione per molti versi è anche peggiore, al posto di quella parola potremmo metterne tranquillamente tante altre: progressisti, modernisti, radicali, democratici, pacifisti, europeisti, liberali, mercatisti, mondialisti…

Quando poi don Chichì gli faceva perdere la pazienza:

Giovanotto […], si tolga dai piedi e vada a dialogare lontano da qui!.[6]

Dove il dialogare (in senso post-conciliare) era evidentemente ritenuta una irritante ed inconcludente perdita di tempo; un lusso che un vecchio parroco come lui non poteva permettersi, troppo occupato com’era a curare le anime dei suoi parrocchiani.

La chiesa di Francesco non ha nemici, o così vuole credere, illudersi ed illudere. E fa di tutto per non averne, come se anche questo fosse uno degli obiettivi principali, perdendo in questo modo di vista quello vero. Don Camillo sapeva di doversi guardare le spalle, perché uno che dice le cose come stanno annunciando Cristo senza vergogna né reticenze di nemici se ne fa eccome. I nemici di don Camillo, pur rispettandolo, se possibile gli giravano alla larga. Ma al momento del bisogno sapevano di potersi fidare di un avversario così.

 

Povertà

Francesco è il Papa dei “migranti”, dello ius soli, delle frontiere aperte, della povertà (e del disagio, della fragilità, eccetera) come se tutte queste cose fossero un valore in sé. In modo simile don Chichì, il pretino conciliare che di nome faceva guarda caso Francesco, minacciava:

Proverete anche voi la povertà. E la povertà vi redimerà dalle colpe passate della ricchezza. Così si attua la giustizia sociale […]

E ancora:

[…] il primo obiettivo della Chiesa rinnovata dev’essere quello di combattere i ricchi. La ricchezza è una creazione di Satana e combattendo la ricchezza si combatte Satana.[7]

Anticipando così che la ‘Chiesa rinnovata’ aveva come obiettivo la giustizia sociale, che la ricchezza era un male in sé, la povertà un valore. Per don Camillo, al contrario, la povertà non era un merito, ma una disgrazia; e se qualcuno, grazie a sacrifici e al proprio duro lavoro, si trovava in condizioni di sicurezza economica, ciò non rappresentava necessariamente una colpa. Anzi, a volte capitava anche che ad essere vittime di ingiustizia fossero i deprecati borghesi come il figlio erede del Tolini:

Sono un invalido. Se la mia vecchia madre non potesse curare l’orto e il pollaio, coi quattro soldi dell’affitto del podere ridotti a uno e mezzo dalle imposte, dall’equo canone e altre rapine, moriremmo di fame![8]

E capitava pure che a tenere atteggiamenti parassitari fossero proprio i poveri, come gli affittuari del citato Tolini, che dicevano di non avere due milioni da rendere al proprietario per saldare un prestito di quindici anni prima, ma erano pronti a pagarne trenta “sull’unghia” per acquistarne il podere, e tenevano in garage una “scintillante Giulia”. Oppure come “quella sporcacciona” che metteva al mondo tanti figli per piangere miseria e farsi mantenere, insegnando loro ad approfittare meschinamente della bontà della gente.

Nei racconti guareschiani non bastava essere poveri per essere giusti e avere solamente dei diritti. Nei confronti di Dio, faceva dire al suo prete, tutti gli uomini (ricchi e poveri) avevano esclusivamente dei doveri.

 

Corruzione

Francesco condanna la corruzione del denaro che sembra di essere tornati ai tempi di mani pulite e inveisce contro le cosche come se il soglio fosse occupato dal giudice di un pool antimafia. Don Camillo si preoccupava soprattutto della corruzione delle anime. Il resto sarebbe venuto da sé, come conseguenza della conversione.

Guareschi non scherzava nemmeno coi Papi. Secondo lui Giovanni XXIII a causa della “sua bontà e ingenuità tanti vantaggi ha dato ai senza Dio”.[9] Erano le prime prove di “disgelo”, e Roncalli aveva ricevuto in Vaticano il ministro degli esteri sovietico Gromyko. Oggi che il disgelo è diventato afa soffocante, il pontefice frequenta tranquillamente gente come Scalfari, Fidel Castro, Evo Morales, e tratta coi leader cinesi senza grossi problemi. Don Camillo chiamava i comunisti “senza-Dio”, “nemici della Religione e della libertà”.[10] Lo faceva proprio perché voleva loro bene, vedeva che persino in essi c’era un’anima, e solo indicandogli dove sbagliavano li poteva salvare dalla corruzione di ideologie mortali.

Francesco lascia intendere ai suoi “amici” che l’inferno non esista, o almeno così viene riportato da questi senza credibili smentite. Don Camillo non perdeva occasione per ricordare ad amici e nemici che se non si convertivano ci sarebbero state le fiamme eterne ad attenderli una volta defunti.

 

Guerra e pace

Francesco parla spesso di pace, e proprio ad un udienza su questo tema invita personalmente Emma Bonino, una signora che da sola, in termini di vite interrotte, vale quanto un conflitto armato. Don Camillo sapeva che la guerra era una cosa orribile, ma a volte necessaria, e si rivolgeva al figlio ormai maggiorenne di Peppone apostrofandolo:

Ma tu, non sei il capo di quei cialtroni che si chiamano obiettori di coscienza?[11]

D’altronde anch’egli, quando veniva svegliato nel cuore della notte da qualcuno che bussava alla porta della canonica o alla finestra della sua camera, prima di andare ad aprire per verificare se si trattasse di un bisognoso o di un malintenzionato si muniva prudentemente di doppietta. A ribadire che la difesa della propria vita e dei propri cari è un diritto-dovere naturale.

 

Aperture (e chiusure)

Francesco persevera nello svuotamento dottrinale e nelle aperture di credito indiscriminate tentando di avvicinare chi è lontano. Don Camillo, prima che si verificasse l’opposto, avvertiva già il suo curato Don Francesco:

Lei allontana molti uomini del vecchio equipaggio per imbarcarne dei nuovi sull’altra sponda: badi che non le succeda di perdere i vecchi senza poi trovare i nuovi.[12]

Di Francesco ormai conosciamo l’astio nei confronti di chi ha una certa sensibilità liturgica, di chi tiene al rispetto dei simboli, delle tradizioni, della forma che è anche sostanza.[13] Conosciamo le manìe sindacali postconciliari, tra cui quella di ‘parificare’ sacerdoti e fedeli che sta raggiungendo vette di appiattimento e squallore sempre più alte, togliendo dignità ai ministri consacrati senza nulla aggiungere ai laici. Di Don Camillo invece sappiamo quanto era affezionato alla sua messa in latino, tant’è che quando gli mettono alle costole don Chichì per fargli aggiornare la chiesa e le celebrazioni, si rifugia in una cappella appartata acquistata all’uopo dal Filotti portando con sé le sue “anticaglie”: il Cristo, l’altare, la statua di sant’Antonio ….

Don Camillo comprendeva lo sgomento dei suoi vecchi fedeli che non si capacitavano della Messa ridotta ad assemblea e del celebrante ridotto a presidente. Perciò, combattuto tra le direttive dall’alto e i parrocchiani dal basso, non sapeva cosa rispondere quando gli dicevano:

Lei faccia il suo mestiere, Reverendo, e noi facciamo il nostro. Altrimenti se Lei è uguale a noi a cosa serve più il prete? Per presiedere un’assemblea sono capaci tutti.[14]

Francesco è da molti (e con seri argomenti) definito il leader della sinistra mondiale, ruolo in cui non pare trovarsi a disagio. D’Alema, Bertinotti, Parietti, Benigni, Fazio, Guccini, nani, ballerine… praticamente tutta la sinistra-chic in blocco è ascrivibile tra i suoi fan. Don Camillo al suo paese era il peggior nemico della sinistra di allora, i comunisti, che comunque conservavano qualche barlume di saggezza completamente scomparso nel progressismo moderno e, dicono, post-ideologico.

 

Concili(abol)o

Francesco è espressione entusiasta e punta avanzata del Concilio, si potrebbe dire il Concilio fatto Pontefice. Prodotto ed assieme amplificatore dello stesso, di quel periodo ha ripreso tutte le peggiori istanze di modernizzazione (leggasi “resa”) verso il mondo, e le sta portando a compimento. Per lui

[Il Concilio] ha prodotto un irreversibile movimento di rinnovamento che viene dal Vangelo. E adesso, bisogna andare avanti”. […] Insegnare e studiare teologia significa vivere su una frontiera, quella in cui il Vangelo incontra le necessità della gente a cui va annunciato in maniera comprensibile e significativa.[15]

Sia detto tra parentesi, chi ha provato a leggere le ultime esortazioni si renderà conto di quanto questi testi siano ‘comprensibili’ e ‘significativi’.

Giovannino il Concilio non lo digerì mai, tant’è che per lui trattavasi di “conciliabolo”, termine che il dizionario definisce come “Adunanza furtiva e appartata per fini illeciti o misteriosi”, oppure “Concilio ecclesiastico irregolare indetto da chi non ne ha l’autorità o tenuto da scismatici”. Scegliete quella che preferite.

In una lettera all’editore Andrea Rizzoli scriveva:

La nuova serie di racconti mi pare aggiornata: il vecchio don Camillo (e il vecchio Peppone) si muovono nel casino suscitato in campo cattolico dal Concilio e, in campo politico, dai comunisti “cinesi”.[16]

Casino. E Guareschi non usava parole a caso.

Il suo prete della bassa, ricevendo la sgradita visita del pretino inviato dalla curia per aiutarlo ad aggiornarsi ai dettami conciliari, lo fulmina:

Vedendola così vestito, giovanotto, l’avevo scambiata per uno dei soliti rappresentanti di commercio. Considerando che lei doveva presentarsi a un vecchio parroco, forse sarebbe stato meglio se si fosse travestito da prete.

 

Giovani

Un personaggio reale, un Vescovo dei nostri giorni, che immaginiamo fortemente entusiasta dell’attuale pontificato, del nuovo corso e di questa elevazione a potenza dei “casini conciliari”, qualche mese fa diceva:

Gesù era un festaiolo, lo chiamavano mangione e beone, era uno che sfruttava le feste per incontrare gli altri. Ma vi dico di più: faceva feste borderline, con gente borderline. […] E anche oggi è amico delle persone un po’ fuori, dei ragazzi con il piercing, della gente che ha voglia di fare festa, di urlare e danzare. Perché anche lui danzava, cantava e faceva feste.[17]

Per don Camillo i “capelloni”, i giovani selvaggi e sedicenti ribelli dell’epoca, erano dei “pidocchiosi da spedire dal tosacani”, e le loro amichette “delle sgualdrinelle da sottoporre d’urgenza alla Wasserman”[18], ovvero il test per diagnosticare la contrazione della sifilide, patologia frequente in chi pratica un certo libertinaggio dei costumi.

Don Camillo, non appena ricevette visita dalla sua nipotina ribelle e incline alla nuove mode le chiese:

Chi sei tu, scostumata? Da quale lupanare sei saltata fuori?

E terminati i convenevoli la consegnò all’Anselma, la nerboruta moglie del campanaro che agguantata l’impertinente ragazza per una spalla, avvertì:

Ha bisogno di una ripassatina generale, reverendo. Gliela metto a posto, poi, fra qualche giorno, gliela riconsegno.

Ah, don Camillo, sapesse quanti giovani oggi ci sono in giro che avrebbero bisogno di una ripassatina, magari impartita col tagliere del pane come usava fare l’Anselma! E quanti ragazzotti che dovrebbero passare qualche mese a spaccare legna per l’inverno come il nostro parroco costrinse a fare al figlio di Peppone per calmarne gli agitati spiriti!

 

Me ne vado

La vicinanza di Don Camillo alla sua gente andava in tutt’altra direzione rispetto a quella tanto in voga nell’attuale Chiesa. Era una vicinanza che sapeva certamente consolare e sostenere, anche materialmente, senza però mai nascondere l’impervia ma retta via per la salvezza, senza dissimulare la volontà del Signore con alibi pelosi come quello dell’“ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito”[19].

Abbiamo motivo di credere che Giovannino, il quale non si sentiva per nulla a suo agio negli anni sessanta, in queste circostanze avrebbe avuto ben più di qualche dubia.

Nel 1965, in una lunga e sentita lettera al suo parroco mandò a dire:

Don Camillo, tenga duro: quando i generali tradiscono, abbiamo più che mai bisogno della fedeltà dei soldati…[20]

Ed erano cinquantatre anni fa. Non c’erano ancora state le leggi contro natura, gli incontri interreligiosi di Assisi, un papa dimissionario, un successore che contraddice il precedente, un sinodo per demolire l’oggetto del sinodo stesso, Fiat Lux, l’Amoris Laetitia, le celebrazioni di una disgrazia di dimensioni epocali quale la riforma luterana, Galantino alla CEI, Paglia, Kasper, eccetera.

Casini, lupanari, nemici della fede e sgualdrine. Giovannino aveva ben chiaro quali sarebbero state le conseguenze del Concilio e le successive “conquiste” del sessantotto, infatti fu proprio quello l’anno della sua dipartita.

Quasi a dire: “Questo è troppo, me ne vado!”

Malgarbato fino all’ultimo.

 


 

[1]  https://it.aleteia.org/2017/12/05/don-camillo-papa-francesco-evangelizzazione/3/

 

[2]  http://www.acistampa.com/story/torna-don-camillo-il-curato-con-lodore-delle-pecore-della-bassa-emiliana-8186

 

[3]  http://www.papaboys.org/papa-francesco-quella-somiglianza-don-camillo/

 

[4]  https://www.youtube.com/watch?v=scoC2rnKoiM

 

[5]  Don Camillo e Don Chichì, Rizzoli, 1996.

 

[6]  Ibidem.

 

[7]  Ibidem.

 

[8]  Ibidem.

 

[9]  Il Papa si chiama Giuseppe, 19/05/1966.

 

[10]    Ibidem.

 

[11]    Don Camillo e Don Chichì, Rizzoli, 1996.

 

[12]    Ibidem.

 

[13]    https://gloria.tv/article/DghVn893zeAd3GA2GEnPMUYco

 

[14]    Lettera a Don Camillo, 1965

 

[15]    http://www.repubblica.it/esteri/2015/03/09/news/papa_francesco_andare_avanti_sulla_linea_del_concilio_vaticano_ii_-109111834/

 

[16]    Dalla prefazione di Don Camillo e Don Chichì, 1996, Rizzoli.

 

[17]    http://www.ildolomiti.it/societa/il-vescovo-tisi-gesu-e-amico-dei-ragazzi-con-il-piercing-della-gente-che-ha-voglia-di-fare

 

[18]    Il Papa si chiama Giuseppe, 19/05/1966.

 

[19]    Amoris Laetitia, 2016

 

[20]    Lettera a Don Camillo, 1965

 

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